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Salvini in Polonia tra gogna e vergogna

Pensieri intorno all’Ucraina, dopo aver visto il leader della Lega andare oltre il ridicolo. Di fronte alla guerra servono pudore, compassione, pensiero. Vale anche per chi la racconta: basta pornografia delle emozioni, ci vuole empatia

Cristiano Godano

Foto press

Nel mio precedente articolo di pochi giorni fa chiudevo da qualche parte con un veloce accenno al pudore, definendolo “questo valore più che in disuso praticamente morto”. Nella sua accezione estesa il pudore è ritegno, vergogna, discrezione, senso di opportunità e rispetto della sensibilità altrui. Cos’è il ritegno? Secondo il dizionario è il modo con cui una persona si atteggia o si comporta in presenza o in rapporto ad altri. Ritegno, faccio notare, fa rima con contegno. Cos’è il contegno? La tendenza a moderare gli impulsi, implicante misura nel comportamento e riserbo nell’espressione.

È molto probabile che io abbia usato la parola pudore soprattutto pensando al contegno, che evidentemente è un approdo sfumato, tramite figura morfologica (ritegno-contegno), a un significato altro. Mi sembra però si possa anche parlare di arricchimento del significato originale, in quanto siamo da quelle parti. Di sicuro usai la parola pudore col significato di contegno quando scrissi Mondo cattivo, anno 2005, canzone che apre il nostro disco Bianco sporco. Canzone che ho sempre amato, soprattutto nei riff e incroci di chitarre che caratterizzano tutta la prima parte. In essa lamentavo, fra le parole rivolte a cose più circostanziate, quel non so che di malsano che percepivo essere in arrivo, e che avrei messo a fuoco qualche anno dopo con Ricoveri virtuali e sexy solitudini. Ma di queste cose ho già riferito altre volte, e devo cercare di sopprimere sul nascere questa tendenza a mostrare le mie risorse premonitrici.

Il pudore mi è venuto in mente poco fa (ore 10.30 del mattino di martedì 8 marzo, festa della donna). In realtà mi è venuta in mente la spudoratezza, che è la caratteristica dello spudorato. Secondo il dizionario spudorato è colui che non ha e non mostra alcun pudore o ritegno (mettiamoci pure il contegno) nel comportarsi in modo scorretto e disonesto. Più genericamente che non sente vergogna di quello che dice o fa. Secondo voi a un politico che si fa fotografare davanti al Cremlino o al parlamento europeo con le maglie di Putin (in entrambe il dittatore russo indossa berretti militari e l’aspetto è palesemente autoritario e marziale, e in entrambe il soggetto fotografato, il nostro piccolo sovranista in crisi, appare fragorosamente ridicolo), e ora che è scoppiata la guerra se ne va in Polonia per cercare di entrare in Ucraina a predicare la pace, a un tale politico quale grado di spudoratezza si può applicare? Ovviamente il suo scopo è (era?) riguadagnare qualche pezzo di consenso perso ora che il suo paladino orientale è diventato indifendibile (a meno di accontentarsi delle frange anti-americane sempre più sfrangiate ma ancora resistenti che in rete difendono Putin argomentando di Odessa, di cui non è difficile immaginare che la maggior parte di loro abbia sentito parlare tramite la propaganda russa non più di una manciata di giorni fa).

In un mondo meno messo male di quello in cui viviamo, sarebbe del tutto logico attendersi un silenzio defilato, una ritirata composta, un accenno di compunzione, un chinare del capo in segno di ammissione di colpe, o addirittura una manifestazione di scuse esplicita. Ma no, in un mondo offeso dalle penosità delle rete, dove i signori che si arricchiscono ai nostri danni gestendo i social e sperando nelle nostre baruffe quotidiane sotto i post divisivi ci fomentano favorendo un gioco al ribasso del nostro lessico e delle nostre emozioni (quanto più ci massacriamo creando una nuvolaglia di spreco di tempo e energie là dentro tanto più loro guadagnano, e non gliene frega un beato cazzo se moralmente e eticamente inneschiamo la violenza, l’odio e l’orrore, contagiando il mondo), in un mondo simile questa totale assenza di pudore è semplicemente uno fra i tanti, brutti, possibili comportamenti, né meglio né peggio di altri, e dunque si può sempre confidare nell’ottundimento dei più, pronti a perdonare o rimuovere molto in fretta qualsiasi sbaglio commesso.

(Poi però – sono le 20.23 della sera: oggi ero impegnato in altro e ora mentre riprendo in mano questo inizio di articolo sono felicemente costretto a integrare e aggiornare, poiché gli eventi in merito a questa pietosa vicenda hanno avuto una splendida eco in rete – accade che un sindaco di una cittadina polacca dimostri che ricordare e tenere a mente è un’opzione ancora possibile, smerdando agli occhi del mondo chi ha la spudoratezza di far finta di non aver mai sostenuto un uomo perfido e pericoloso. Il che – sostenere un uomo pessimo – è pur sempre lecito, almeno fino a che questi non invade uno Stato sovrano e mette a repentaglio il mondo, ma che schifo poi accorgersi che non è più la cosa giusta da fare e pretendere di andare a ribaltare tutto per puri scopi elettorali – è una illazione, ma assai verosimile – speculando su una disgrazia immane che riguarda non solo i morti in spaventoso crescendo – contate i militari, giovani ragazzi mandati a morire – ma anche le miserie di tanti altri, fra fuggiaschi disperati e famiglie e individui che un po’ ovunque in Europa stanno per prepararsi a un futuro sempre più incerto e povero! Esiste un video ormai super virale di questo episodio tra sindaco polacco e politico italiano, che mescola il tragico e il comico come da miglior tradizione, e se ancora siete fra i pochi che non l’hanno visto lo troverete facilmente. Spero troviate quello più completo, che prevede anche la rabbia del fotoreporter che gli dà del buffone).

Quante cose si potrebbero dire… ma sto scrivendo nello stesso momento in cui questa cosa sta girando in rete, e l’ironia tagliente di una gogna meritata sta dando il meglio di sé: non potrei aggiungere nulla che fin da domani non fosse già datato.

Non posso però non soffermarmi su quel brivido di gelo vissuto dal lombardo nel momento in cui la maglietta con lo zar effigiato gli viene dispiegata sotto gli occhi. Probabile che una sorta di crampo affilato lo abbia tramortito nello sfintere a causa di un missile a forma di pugno proveniente dall’iperspazio dello smarrimento, sfintere immediatamente contratto per favorirne l’involontaria propulsione su per la zona gastro-intestinale in direzione torace e gola, pronto a deflagrare in un batticuore pervasivo e a farsi groppo da deglutire, aspro e duro, mentre la pelle viene percorsa da una grinza uniforme di tremore raggelante. Riesco a sentire tutto questo in una specie di empatia senza compassione, mentre lo (ri)vedo tentare stupidaggini in inglese con quel tono che adotta in Italia per bacchettare gli ostili e che qui non funziona neanche per un nanosecondo. Penoso ancor più il momento in cui augura buon lavoro a mani giunte e capo chino, come un prelato colluso e untuoso, inascoltato e mortificato, al fotoreporter che inveisce.

Detesto le gogne, dunque bullizzare in questo modo una persona che ne subisce dovrebbe apparire eccessivo e ingiusto, però nessuna indulgenza è possibile per uno che ha sistematicamente cercato di farlo a sua volta coi suoi social, massacrando chiunque con una metodologia subdola e cattiva, gestita fino a poco tempo fa dal detestabile Luca Morisi (questo articolo al riguardo è molto interessante e fareste bene a soppesarlo).

Passo oltre, non prima di aver fatto notare la sfilza di marchi che tappezzavano il suo piumino: impossibile spiegarlo, andrebbe nient’altro che visto. C’è ovviamente il ridicolo. Ma c’è anche la vergogna di indossare una giacca con sponsor da fare vedere in un contesto di afflizione e disperazione. Pare sia un giubbotto appartenente alla onlus Cancro primo aiuto, una associazione attiva nel campo delle malattie oncologiche, ma è piuttosto sintomatico il fatto che alcune delle aziende facenti parte della tappezzeria (dovreste vederlo quel giubbotto…) abbiano preso le distanze con dichiarazioni tipo «si rimarca la propria opposizione a qualsiasi forma di promozione o sponsorizzazione di personalità politiche italiane ed estere e di qualsiasi loro esternazione passata, presente o futura». Invito nuovamente a pensare all’assenza di pudore di questi tempi malandati.

Di queste ore è anche il bel giro che sta facendo su tutti i nostri smartphone quel video sconfortante di Berlusconi che elogia Putin. Così sconfortante che una sola fragorosa risata (culmine di una sorta di frustrazione) può essere l’inevitabile commento possibile (se non l’avete ancora visto chiedete a qualche amico di WhatsApp: troverete chi ce l’ha e ve lo girerà. Rimarrete sorpresi).

Sento il brusio: e allora questo e quello? E giù il paragone coi politici di sinistra o i potenti del mondo che hanno stretto la mano allo zar. La sinistra… Premesso che almeno la metà delle volte in vita in cui ho votato ho messo la x sul partito radicale, la mia memoria non mi aiuta a ricordare e rintracciare nessun episodio con quel tipo di spudoratezza dolorosamente grottesca, se non tornando indietro alle gravi negligenze di Togliatti incapace di ammettere che Stalin fosse un criminale (non oso pensare alle pressioni subite da quell’uomo…). E qui allora ci sarebbe da aprire un bel capitolo – a me inaccessibile per mancanza di nozioni e cultura – sul minestrone “ideologico” di questi tempi di post verità: la destra di un tempo che accusa la sinistra di non saper ammettere che Stalin era un dittatore, e la destra di oggi che ammira Putin, altro dittatore, russo-sovietico anch’egli, esattamente come l’odiato Stalin. Ma io non sono un sociologo, non sono un politologo, non sono uno storico, non sono niente di niente, e mi limito a scrivere che cose così imbarazzanti ce le regala soltanto lui, il leader della Lega.

Quanto ai potenti che stringono la mano di Putin… La politica internazionale è fatta di diplomazia. Non ci fosse quella saremmo in uno stato di tensione perenne, con tante guerre quotidiane sparse. Ma direi che da ora in poi sarà molto più difficile stringere la mano di Putin, no? E poi non ricordo nessun altro politico coprirsi di ridicolo indossando t-shirt sopra pullover e camicia o cappelli (Trump non va certo dimenticato… E poi Bolsonaro, e Erdogan, e Orban… tutto il sovranismo più pericoloso nell’orizzonte di questo nostro politico che da oggi qualche bel punto percentuale spero lo abbia perso. E lo dico non tanto per lui, di cui mi frega poco, ma per tutti noi… Con la speranza che ci siano non poche persone che si sono accorte di quali possano essere le estreme propaggini di un possibile comportamento da sovranista).

Se la guerra in Ucraina andrà avanti ancora per molto come ci dicono gli esperti, due sono le considerazioni che mi vengono in mente: la prima è che poco per volta potrebbe stemperarsi il pericolo letale percepito della Terza guerra mondiale, e la seconda è che tutto il carico emotivo esploso in questi giorni in Europa si affievolirà inevitabilmente. Questo potrebbe dar adito a chi ne contesta l’ipocrisia di farcela notare fin da ora, ma in realtà è molto semplice spiegare razionalmente il tutto. Come già scrissi la scorsa settimana, questo conflitto semplicemente ci tocca da vicino. Come si fa a non essere scossi dal pericolo di una Terza guerra mondiale? In Afghanistan, in Iraq, in Kurdistan, nel Medio Oriente, in Bosnia quel pericolo evidentemente non è stato percepito. E ragionevolmente. Si potrebbe obiettare che è stato il sensazionalismo dell’informazione mainstream (il cosiddetto terrorismo mediatico) ad alimentare il terrore propagatosi, ma certe parole pesantissime usate a mo’ di minaccia al mondo intero profferte da Putin nel motivare il suo attacco sono state udite da tutti. È da lì che nasce il nostro terrore (a proposito: io sono allo stato attuale una persona incupita e preoccupata, e come la più parte degli italiani sto dormendo poco e male), e su di esso il sensazionalismo ha gioco facile, innescando una spirale che è il turbinio in cui la nostra quotidianità scombussolata si sta ritrovando.

Pensiamo per un attimo a una stampa che adotti il sensazionalismo per tutti gli anni della guerra che si è combattuta nel Donbass (di cui un buon 80% della gente è venuto a sapere da pochi giorni, direi soprattutto grazie alla propaganda russa): riuscite a immaginare un interesse da parte del pubblico a seguirne gli sviluppi? (“Pubblico” mi appare parola oscena in questo momento). Sono bastati pochi mesi di naufragi di imbarcazioni disperate nel nostro mare (dunque vicino a noi) per assuefare anche il più ben disposto, costringendo i media ad abbandonarne la narrazione per decadimento progressivo dell’interesse degli utenti televisivi, e credete possibile che alla gente interesserebbe essere coinvolta quotidianamente in qualcosa che non ci riguarda, che è sufficientemente lontano e che non rappresenta una minaccia percepita di imminente Terza guerra mondiale? In realtà tale interesse durerebbe al massimo un giorno o due a essere ottimisti, anche se i media per incanto decidessero di insistere a propugnarci servizi su servizi, e documentari, e dossier, e cronache, giorno dopo giorno. La gente di ogni sponda politica cambierebbe semplicemente canale. E chi sosterrebbe tutto questi dispendio di soldi? Inviati sul campo che ogni giorno ci raccontano come sta andando, esattamente come succede ora (e se la guerra continua, fra poco non succederà più neanche lì a Kiev, perché saremo assuefatti da immagini che sempre meno rappresenteranno un pericolo per noi): chi li pagherebbe quei valorosi reporter se a nessuno interessasse più sentirli?

Si torna all’imperfezione del nostro essere esseri umani, di cui al mio precedente articolo, e se si è disposti a ragionare la si comprende e si pensa a quanto sia difficile e complesso il mondo in cui viviamo. In tutte le sue manifestazioni, dal particolare al generale.

Ho sentito qua e là in certi servizi dei telegiornali una retorica eccessiva, una pornografia delle emozioni, un modo tronfio di raccontare i fatti, con toni della voce che parevano esaltare aspetti ben lontani dalla comprensione genuinamente empatica del dolore tutt’intorno: toni artefatti, anche quando cercavano di trasmettere le emozioni più pure e più scosse. Se il commentatore li avesse usati per una telecronaca di un avvenimento sportivo, poca differenza ci sarebbe stata. Gli imbecilli ci sono ovunque, e l’assenza di pudore riguarda anche loro, ma non tutto in realtà era figlio di una stolidità impermeabile all’essenza del dolore. Molte cose a mia sensazione originavano da un vero afflato, esattamente come un poeta sulle macerie di un disastro potrebbe esprimersi per raccontare la miseria: non sarebbe un vero e proprio afflato a guidarlo nella ricerca delle parole giuste? Col passare del tempo le sue poesie diventerebbero monumenti alla compassione e sui libri di storia i ragazzi delle generazioni successive li studierebbero con tutto il carico di emozioni sedimentate dal passare degli anni e delle consapevolezze. Ovviamente i revisionismi comincerebbero a disporsi in agguato, in attesa del giusto tempo per manifestarsi. (Uso il condizionale, ma in realtà è proprio ciò che verosimilmente accadrà). E se un poeta o letterato ha il dovere di calibrare i suoi toni, scrivendo e correggendo, scrivendo e correggendo, un inviato che racconti in diretta in un contesto simile ha tutto il diritto di cedere a una emotività (forse, chissà) eccessiva.

Mi sovviene quando circa tre anni fa, in pieno primo lockdown, mi imposi di scrivere per i miei social un racconto che si sforzasse di entrare nella testa di un ragazzo africano che sta per morire in mare a seguito di un naufragio. L’obiettivo era far partecipare il lettore di questa tragedia umana, per aiutarlo a non perdere di vista la compassione. Di quei tempi sembrava che stessimo perdendola infatti, grazie al solito crescendo populista che andava alla pancia della gente fornendole i pretesti per diventare insensibile. E ho ben presente lo sforzo affrontato per addomesticare un tono che cercasse di essere appropriato nel suo desiderio di arrivare dritto al cuore e alla pancia delle gente (sono un populista a mia volta dunque? No, sono un semplice scrittore che descrive emozioni e cerca di farlo al meglio delle sue qualità letterarie), raccontando le sensazioni legate al dolore, all’angoscia e al panico di chi sta per morire affogato. In quei momenti agisce in chi scrive (o in chi fa un servizio dal fronte) una emozione molto forte, e debordare un po’ può essere umanamente inevitabile. Va da sé che il grande scrittore (o l’integerrimo reporter) riesce a stare al di qua di ogni eccesso senza perdere di efficacia, ma questo è un altro tema.

Questo mio articolo avrebbe dovuto essere tutt’altra cosa. Volevo stare sull’onda del precedente e non perdere di vista l’appoggio a Putin di certuni. Non che io desideri stare in contrapposizione perenne con gruppi di persone agguerrite: non ne ho la tempra (e infatti non guardo mai i commenti sui social di Rolling Stone), ma mi muove a prescindere una sorta di indignazione.

C’erano tanti argomenti da organizzare (a caso: la soppressione di ogni forma di contestazione di piazza in favore della pace – onore e forte commozione per tutti quei ragazzi che scendono nelle strade ben sapendo che li potrebbero aspettare anni di galera e vessazioni – o il controllo dei cellulari, o l’isolamento dalla rete con la creazione di un’altra, autarchica e iper controllata, o la chiusura di qualsiasi organo di informazione che non sia allineato all’unico pensiero della propaganda – altro che il pensiero unico del mainstream – e davvero tante altre cose angosciose che stanno accadendo al popolo russo) ma mi limiterò a ìnvitarvi a dare un occhio a un articolo di Ondarock. Anzi: a leggerlo con molta attenzione. Essendo Rolling Stone, che mi ospita, un sito di musica, credo di rivolgermi a persone che alla musica sono interessate. L’epoca trumpiana (che se tutto va male purtroppo tornerà e saranno nuovi incubi) ha ben fatto vedere come tutto il mondo degli artisti non abbia più nessun particolare carisma nell’aiutare la gente a non farsi abbindolare dalle tentazioni sovraniste. Trump veniva molto stigmatizzato da tutta la comunità degli artisti americani (i musicisti a favore di Trump erano una ridicola minoranza, e contro li aveva praticamente tutti, tutti esposti, e per questo subissati di «pensa a suonare e a non fare politica») eppure questo non serviva a far cambiare idea a chi aveva deciso di seguirlo (per me, per alcuni versi, Trump uguale Putin uguale Orban uguale Bolsonaro eccetera, anche se Putin in questo momento si è sganciato da ogni possibile raffronto e gioca un altro campionato).

Non so quindi quanto possa valere questo invito a leggere questo articolo, perché in esso si trovano tante parole di artisti che dovrebbero essere convincenti e per alcuni non lo saranno… Sono le parole dei musicisti russi, ripeto: russi, che tutti insieme sui loro social hanno condannato e disprezzato la guerra di Putin, a loro rischio e pericolo, disprezzando le bieche parole di propaganda utilizzate per far accettare al suo popolo l’invasione e la guerra, e distaccandosi dalle scelleratezze di un uomo che detestano e che qui in Italia fa(ceva) proseliti. Giusto per scalfire la credenza che il popolo russo sia con Putin, a cui (del popolo) non frega nulla: se gliene fregasse non avrebbe portato in questa insensata guerra i suoi ragazzi, e avrebbe saputo che quella stessa guerra avrebbe ridotto alla fame il suo popolo, ovviamente tranne i ricchi. Tutte cose già viste con Stalin: la storia si ripete, anche nella distribuzione delle simpatie. Quanto sa essere potente una propaganda bene organizzata…

Sono tutti musicisti introdotti da una breve e competente scheda, e magari si possono scoprire nuove realtà musicali sconosciute (anche e solo per questo potete iniziare a leggere questo articolo). Tutto ciò (una lettura come questa) dovrebbe bastare. O mettiamola così: tutto quanto possa aiutare a evitare che il peggio proliferi, oggi come ieri come domani, ritengo debba e possa essere utilizzato. Perché la Terza guerra mondiale è sempre dietro l’angolo.

PS Questo post scriptum è invece datato mercoledì 9 marzo, ore 19.26. Ho appena letto che per il portavoce del Ministro degli esteri cinese Nato e Usa sono responsabili del conflitto. Beh, ok, buona fortuna a tutti.

PS 2 Leggo che quel sindaco appartiene alla destra radicale polacca e odia gli immigrati di colore. Se è vero, beh, no comment.

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