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Quando Paola “l’italienne” soffiò il trono alla monacale Fabiola

Nella guerra di corte di questa settimana, la storia della corsa al trono del Belgio di due donne dalle personalità opposte: la solare e anarchica Paola Ruffo di Calabria e la mite religiosa Fabiola de Mora y Aragón

Foto: Central Press/Hulton Archive/Getty Images

Da una parte la duchessina yéyé, erede di un blasone pluricentenario ma votata al twist, passione consumata tra i tavoli della sua amata Capannina, al Forte. Dall’altra la devotissima fanciulla spagnola, in prima linea per ultimi, malati e afflitti. Sono sempre state agli antipodi Paola Ruffo di Calabria e Fabiola de Mora y Aragón, le protagoniste della guerra di corte di questa settimana.

Ma da opposti punti cardinali, in terra belga, hanno catalizzato le cronache reali del dopoguerra. Le paginate di confronto fotografico sono nate con loro. Una vita a non capirsi, le due cognate: anarchia allo stato puro contro rigore monastico. Fino a quando una tentò di sbarrare all’altra la strada verso il trono. Ma il destino gioca sempre qualche scherzo.

Per tutti è sempre stata la belle italienne: così i belgi presero a salutare quella ragazza aristocratica che ha il basso Stivale nel cognome ma la Versilia nel Dna. Paola è nata nel settembre del 1937 a Forte dei Marmi. O meglio al Poveromo, un pugno di stradine immerse in una pineta selvaggia a tre chilometri dal pontile, in quella villa poi passata per le mani di Andrea Bocelli e dei De Marco, i re dell’alcantara, vedi i tempi come cambiano. Bellissima, moderna nel midollo, Paola scorrazza – struccata e spettinata, ai piedi un paio di mocassini consunti – per le strade di Roma in sella a un vespino. Ma le basta un niente per diventare una diva alla Bardot. Gli amici stentano a riconoscerla quando, al ballo per il diciottesimo di Maria Camilla Pallavicini a Palazzo Rospigliosi, cuore dell’Urbe che conta, la centaura del cinquantino fa il suo ingresso al piano nobile. «Indossava un abito rosso fiamma. E non sembrava certo il solito motociclista che conoscevamo. Impressionò tutti e, più di ogni altro, il principe Alberto di Liegi», racconterà Marina Punturieri, poi diventata Ripa di Meana, compagna di scorribande giovanili di Paola.

Alberto era il terzo figlio dell’ex re Leopoldo del Belgio, che aveva lasciato il trono nel 1951 al primo maschio, Baldovino. Una grana, quella della corona più giovane d’Europa, che Alberto aveva scansato, lasciando le beghe tra fiamminghi e valloni al fratello maggiore. Il colpo di fulmine di Alberto e Paola è benedetto persino da Papa Roncalli, Giovanni XXIII, che vede di buon occhio un germe di solare italianità nella corte più ferventemente cattolica – ma un tantinello lugubre – del periodo. Le nozze vengono celebrate nella chiesa di Santa Gudula a Bruxelles il 2 luglio 1959. I belgi avevano dato una regina all’Italia, Maria José, che era durata sul trono appena un mese. Ora dall’Italia si prendevano la più seducente e, scopriranno, incontrollabile principessa su piazza.

Nello stesso periodo anche Baldovino cerca moglie. E il Belgio una regina. Lo scaltro don Juan, il padre di Juan Carlos mai diventato re di Spagna per colpa di Francisco Franco, stava giusto cercando un trono su cui far accomodare la figlia Pilar, una ragazzona che tutto desiderava men che accasarsi. Baldovino sembra quello giusto per sistemare la figlia. Dunque don Juan tenta di combinare il fidanzamento in occasione dell’Esposizione Universale di Bruxelles del ’58. Ma gli occhi del re sorvolano Pilar e si posano invece su una gracile e invisibile dama di compagnia della giovane Borbone: si chiama Fabiola de Mora y Aragón, è figlia di un marchese, ha fatto studi infermieristici. È nota per la fede granitica, come l’impalcatura di capelli che sfoggia. Le foto successive al fidanzamento vengono sintetizzate dalla tagliente Fallaci: “Ha la gioia stupefatta di una signorina che ha trovato marito”. Quando ormai aveva smesso di cercarlo, verrebbe da chiosare. Le nozze, il 15 dicembre 1960, regalano a Fabiola, in un colpo solo, tutta la felicità che aveva rinunciato a immaginare. Vive una fiaba con tanto di abito bianco, quel famoso Balenciaga che resterà l’unica nota di haute couture in una vita, diranno le malelingue, «ingrigita dalla flanella».

L’arrivo a corte di entrambe è tutt’altro che rilassato: prima ancora di annusarsi, Paola e Fabiola devono vedersela con la perfida Liliane, principessa di Réthy, seconda moglie del comune suocero, l’ex re Leopoldo. Il loro era stato un matrimonio di guerra siglato nel luglio 1941, quando il sovrano era prigioniero dei nazisti. Il Belgio aveva fatto di tutto per ostacolare questa unione. E Liliane rese il favore. Il regalo di nozze al figliastro Baldovino è uno spoglio: dovendo fare i bagagli dal castello di Laeken, residenza del sovrano in carica, la tremenda Liliane porta con sé fino all’ultimo spillo. Tende anche qualche tranello alla novella Fabiola: le consiglia di vestire Christian Dior, allertando poi uno per uno i sarti belgi del tradimento della nuova sovrana. Una serpe. Ma Fabiola, poco a poco, impara a stare al mondo.

Mondo complicato, quello dei primi anni ’60, per il Belgio: la perdita del Congo, storica colonia, fa precipitare il Paese nel baratro economico. La crisi del carbone getta benzina sul fuoco nel conflitto tra le consorterie linguistiche. Come se non bastasse l’erede al trono non arriva. E non arriverà. Nei sei anni seguenti Fabiola andrà incontro a cinque aborti spontanei. I medici sono franchi con i sovrani: non ci saranno bambini a gattonare per Laeken.

Paola e Alberto, invece, non hanno di questi problemi. Da sposati vanno a vivere al Belvédère, vicino alla residenza dei sovrani. Il castello diventa l’espressione del gusto italiano della principessa di Liegi. I figli arrivano, eccome: Filippo nel 1960, Astrid e Laurent subito dopo. Ma la compatibilità nel talamo non si riflette nei caratteri: Alberto è un uomo gelosissimo, uno che fa scenate. Sulla spiaggia di Forte dei Marmi pretende che la moglie diserti il bikini per un più casto e consono costume intero. Figuriamoci: Paola è ancora, sotto sotto, la ragazza sul vespino.

Ed ecco che il confronto tra le cognate diventa il pane quotidiano della stampa. L’una non ama il rigore di corte, l’altra rispetta le liturgie. Paola rifiuta di imparare «l’orrendo fiammingo», Fabiola dopo poche settimane dal suo arrivo a Bruxelles aveva già fatto il suo primo discorso multilingue alla nazione. Nella primavera del 1961 il Belgio è vittima di un’alluvione: la regina va di ospedale in ospedale, mentre la principessa si gode il sole di Cannes, motoscafi e champagne. Apriti cielo. I belgi, che pochi anni prima l’avevano salutata come il più prezioso dei doni che l’Italia poteva far loro, adesso se ne vorrebbero liberare. E cavalcano ogni gossip che possa screditare “la straniera”. Come la fila di amanti che seguirebbero ovunque la sua sinuosa figura: si parla anche del cantante idolo tra gli italiani immigrati in Belgio, Adamo, che le avrebbe dedicato persino un brano-dichiarazione: Dolce Paola. E poi girano certe foto di un imprenditore lombardo tanto somigliante a Laurent… Alberto non è da meno: nel 1966 inizia una relazione che durerà una ventina d’anni con la baronessa Sybille de Selys Longchamps dalla quale, nel ’68, avrà Delphine, che per diversi lustri ha lottato per vedersi riconosciuta. Obiettivo raggiunto, il 27 gennaio 2020. La coppia, insomma, è al limite: Alberto punta al divorzio e si organizza per raggiungere amante e figlia segreta a Londra. Baldovino, nonostante la sua fede granitica, è d’accordo: sarebbe l’unico modo per archiviare gli scandali. Ma le condizioni sono durissime: Alberto perderebbe titoli e appannaggi. Dunque desiste.

Mentre i principi di Liegi trascorrono gli anni giovanili del matrimonio a infliggersi coltellate, a corte ci si comincia a occupare del futuro della dinastia. Fabiola prende sotto la propria ala protettiva il nipote Filippo. Lo segue, lo educa, lo ascolta. È il figlio che non ha mai avuto, verso il quale può riversare tutto quell’amore inespresso che sfoga su poveri e dimenticati. Non c’è un atto formale, ma ormai è chiaro a tutti. Sarà il ragazzo il destinatario delle aspettative in casa Sassonia-Coburgo-Gotha.

Ma a volte anche i contrasti più profondi d’un tratto si rimarginano. E senza terapia di coppia. E così negli anni ’80 Paola e Alberto si ritrovano. Con una dolcezza di gesti e sguardi che mai avremmo detto. L’amore, meno carnale e più affettivo, riscoppia quando lei sta superando i 50, i primi capelli ingrigiti le conferiscono autorevolezza. La stagione delle intemperanze è finita. Nella mente dei coniugi alla seconda chance affiora il pensiero: il trono, perché no? I giochi, abbiamo detto, erano già fatti. Baldovino e soprattutto Fabiola hanno già il loro erede: il nipote. Benché acerbo. Filippo ha poco meno di trent’anni quando viene spedito in missione esplorativa in Turchia. E la gaffe rimane celebre: «Bene, quando si va a vedere La Mecca?». Ci sarebbe l’opzione Astrid, la secondogenita di Paola e Alberto: è sposata dal 1984 con un principe d’Asburgo. Ha la bellezza della madre ma tempra e abnegazione, necessarie per regnare, del ramo paterno. Filippo ha anche un altro handicap: non ha moglie, nemmeno all’orizzonte. Fabiola si preoccupa anche di questo. E Paola si inserisce, per una volta, nelle sorti del figlio. Anche lei ha una rosa di candidate. E mentre una propone la spagnola Adriana Torres de Silva e l’altra punta su Costanza d’Asburgo, il destino gioca la sua carta. Il 31 luglio 1993, mentre è in vacanza con la moglie nel sud della Spagna, Baldovino muore di infarto. Il primo in linea di successione è il fratello, Alberto. Paola, l’italienne, è regina contro ogni aspettativa. Una regina dapprima sopportata, poi poco a poco accettata, infine amata. Resterà sul trono vent’anni, poi Alberto abdicherà a favore del figlio Filippo.

Fabiola non è più l’antagonista ma «la sorella», dirà la nuova sovrana. Il giorno dell’incoronazione del marito, Paola versa un fiume di lacrime. Accarezza il volto della cognata, che conosce le regole e si farà da parte. Forse è un pianto di liberazione, finalmente finisce una guerra mai davvero voluta. O magari di disperazione: per Paola è arrivato il momento di impararlo, l’orrendo fiammingo.

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