Quando il saggio indica il ghiacciaio che si scioglie, lo stolto guarda il dito | Rolling Stone Italia
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Quando il saggio indica il ghiacciaio che si scioglie, lo stolto guarda il dito

Fra qualche anno gli uomini avranno l’acqua (del mare) alla gola. Possibile che ci si preoccupi solo per la vernice lavabile sui muri del Senato?

Foto: Michele Piazza

Nel 1968 essere attratti dalle visioni scientifiche contrapposte al mainstream poteva voler dire avere simpatia per John Mercer, un geografo inglese. Nell’ambito della comunità scientifica, leggo da un articolo su Internazionale, egli era considerato un eccentrico. Per dire: svolgeva le sue ricerche completamente nudo (faceva anche jogging completamente nudo), e certe sue teorie venivano bollate come folli e visionarie. Egli si occupava di Antartide, e nel ’68 predisse che i ghiacci dell’Antartide avrebbero potuto sciogliersi in un futuro prossimo, facendo salire il livello dei mari. Questa tesi venne considerata delirante (dieci anni dopo, 1978, predisse che ciò sarebbe potuto avvenire a causa del cambiamento climatico…).

Essere attratti al giorno d’oggi dalle visioni scientifiche contrapposte al mainstream in ambito riscaldamento climatico vuol dire aver simpatia per quei pochi, rarissimi casi di scienziati emarginati e in genere prezzolati che voglion far credere che quello che vien chiamato con disprezzo il mainstream della comunità scientifica sia viscidamente al soldo di una narrazione secondo cui i cambiamenti attuali esistono a causa della abnorme invasività dell’essere umano, che sul pianeta terra ha costruito una quantità tramortente di oggetti (case, ville, palazzi, capanne, grattacieli, strade, oggetti, veicoli, impianti sportivi, macchinari da guerra, libri, ferramenta, ciarpame, opere d’arte, cianfrusaglie, fibre ottiche, gasdotti, oleodotti, aeroporti, fabbriche, bancarelle del mercato, vestiti, montagne di vestiti, continenti di plastica, palchi per concerti, piscine, e insomma mi state capendo: tutto, nel senso di tutto ciò che non è natura. Anche se a voler sottilizzare pure il cemento, per dire, è natura. Ma non sottilizziamo e seguitemi).

Chi non crede a questa narrazione, che più che una narrazione è una semplice evidenza scientificamente dimostrata, crede all’opposta, ovvero che certi cambiamenti ci sono sempre stati, e non c’è verso di far capire loro che il tipo di cambiamenti a cui alludono – per inerzia e plagio subìto – è avvenuto in un numero di anni migliaia o decine di migliaia di volte superiore ai 150 in cui si sta verificando ora, guarda caso quelli che partono dalla Seconda rivoluzione industriale e, soprattutto, quelli che iniziano dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Ho almeno tre amici di buono o ottimo livello intellettuale che hanno le loro perplessità in merito alle colpe dell’antropocene, e io, disarmato e basito, deduco quanto charme possano avere certe negazioni. Se per due di loro purtroppo è facile sostenere che è perché sono nel maelstrom della manipolazione della rete (mi spiace per loro: seguono le correnti sbagliate), per il terzo, intellettualmente più raffinato e soprattutto sganciato da internet, il mistero mi risulta insolubile. Ma tant’è.

E cosa c’entrano i manufatti costruiti dall’uomo? Non sono le emissioni dei gas serra i responsabili dello sfacelo?

È tutto un concatenarsi di evenienze ascrivibili all’antropocene. La nostra invasività (i manufatti ne sono l’emblema, ma anche la distruzione delle foreste, per dire, è invasiva) sta danneggiando pianeta e natura in modo tristemente letale per noi e per tutte le specie che stiamo eliminando, mentre il pianeta stesso continua a essere indifferente ai solletichi che gli procuriamo, perché per un tot di specie che se ne andranno (noi fra quelle?) altre ne arriveranno e altre condizioni di vita si alterneranno coi tempi lunghi dei cambiamenti e degli assestamenti non dovuti a noi (ere geologiche, glaciazioni, quel tipo di robetta…).

E perché ho voluto parlarvi di manufatti e non di gas serra? Perché in un libro dell’amico Telmo Pievani (La natura è più grande di noi) viene riferito il peso di tutti questi manufatti, ed è un numero strabiliante in grado di impressionare chiunque (tranne ovviamente coloro che avranno da ridire su tale misurazione). Lo volete sapere? 1,1 teratonnellate. Ovvero 1100 miliardi di tonnellate. Vi lascio al batticuore che vi ha appena cominciato a scuotere la gabbia toracica.

Tornando dunque al nostro geografo inglese: chi nega ora, all’epoca avrebbe creduto, a parità di avversità al mainstream, in ciò che gli altri scienziati negavano, ovvero che i ghiacciai si sarebbero sciolti a causa della nostra ingombrante presenza. Esattamente ciò in cui non crede ora. Stranezze della vita. O prevedibile banalità delle nostre imperfezioni di essere umani riuniti in consessi chiamati società.

C’è un ghiacciaio in particolare che viene monitorato costantemente e con grave preoccupazione dagli scienziati: si chiama Thwaites, una massa enorme, più grande di Inghilterra, Irlanda e Galles messi insieme. Per chi non ha dubbi di natura complottistica dovrebbe essere facilmente intuibile che se si scioglie quello (e si scioglierà, per la scienza è un fatto) il livello dei mari si alzerà di molto. E un sacco di città costiere diventeranno inservibili. Al riguardo coi Marlene ho pensato a una canzone, nel nostro ultimo disco, che tenta di raccontare uno scenario di questo tipo. L’escamotage artistico trovato mi soddisfa, e il titolo del pezzo è L’aria era l’anima. È il mio preferito di Karma Clima, e vi invito a scoprirlo.

In realtà però, il motivo per cui ho scritto questo articolo ha a che fare con ciò che gli attivisti del clima stanno facendo di questi tempi. Più o meno lo sanno tutti (imbrattano le tele nei musei, o le loro teche, o le colonne della Scala, o i portoni delle istituzioni), e dai commenti social in genere lo sdegno che fanno esplodere coi loro gesti è uniforme e clamoroso.

Trovo sconcertante che la pressoché totale uniformità di pensiero dell’opinione pubblica si focalizzi sul gesto in sé e sulla presunta inciviltà degli attivisti (e uso un eufemismo) e veramente in pochi, troppo pochi siano invece solidali con il senso di ciò che muove queste persone (la più parte ragazzi).

Ci sono moltissimi “ma” da tenere in considerazione (e in questo articolo esaustivo e efficace li potete trovare: mi associo a essi, ma invito anche a notare come il loro riferimento sia Gandhi), e soprattutto penso che il blocco del G.R.A. di Roma sia sbagliato, ma dovrebbe essere del tutto evidente il tentativo ultimo di far rumore per convogliare la nostra sensibilità su una questione tremenda che ci riguarda e ci travolgerà (anche voi che leggete non crediate, se lo credete, che riguarderà solo le generazioni future…). E fanno francamente sorridere gli inviti dei tanti benpensanti indignati (che meritano tutti gli strali che la borghesia ha raccattato nel corso degli ultimi 150 anni di letteratura… Nabokov li chiamava filistei) a usare forme civili di protesta anziché queste azioni riprovevoli, perché purtroppo sono stupidi, nella loro insipiente ordinarietà istintiva e inerziale.

Come non avvertire infatti una urgenza necessaria e inevitabile in questi atti, che vogliono disperatamente convincerci che non abbiamo più tempo per… caracollare a centrocampo? Come non essere al corrente del fatto che la gentilezza e la premura dei tanti che da anni si impegnano con senso civico, pressando le sorde istituzioni e le classi politiche (fino a arrivare alla risoluta azione di Greta, giustamente non più disponibile alla gentilezza), non hanno portato a un benemerito nulla e nel frattempo qualsiasi cartina geografica che illustri la situazione del nostro continente in questo orribile 2022 appena passato evidenzia i vari paesi con fiammeggianti rossi in varie gradazioni per definire la nostra progressiva ustione letale? La scienza è stupita di come ci stiamo avvicinando al peggio in tempi molto più rapidi del previsto, e stando così le cose si dovrebbe davvero marciare pacificamente per invogliare i nostri governanti a una Cop28 un po’ meno inconcludente fra qualche annetto di pacata riflessione sul tema?

Questo è quello che mi lascia basito: l’indifferenza. Ed è il male peggiore questa indifferenza, perché solo se ci fosse una diffusa presa di coscienza del problema a livello planetario (penso a almeno 5/6 miliardi di persone nel mondo che di colpo chiedono cambi radicali, non a qualche milionata di gente avveduta e progressista del mondo occidentale) potremmo sperare in un rallentamento o arresto del male in arrivo (e non a una sua eliminazione: molto danno fatto è già irreversibile). E perché? Perché faremmo un po’ prima quello che in ogni caso faremo fra non molto: chiedere a gran voce di essere salvati. Se per assurdo lo facessimo domani, in 5/6 miliardi, chi ci governa e ci domina ci verrebbe dietro, perché ci sarebbero tutte le convenienze economiche a soddisfare una inusitata richiesta di cambio di rotta, mentre se lo faremo, come faremo, più in là, colti da una definitiva angoscia e paura (non abbiate remore nel provare qualche brivido a pensare a quanto farà caldo fra dieci-quindici anni in estate a Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, eccetera… Costeranno sempre così cari gli appartamenti a Milano quando diventerà una città indesiderabile?), il danno sarà già troppo in stadio avanzato per non aver noi nel frattempo patito i numerosi disastri in arrivo (e il Seminatore di Van Gogh, la cui teca di vetro, non il quadro in sé, è stata imbrattata di vernice lavabile, farà comunque una brutta fine a causa nostra).

Tutto ciò però non rientra nell’ordinaria indignazione insipiente (c’è anche quella di molti incommentabili politici, stolidi e tramortiti) di chi addita i ragazzi attivisti del clima di essere dei criminali, auspicando per loro il peggio di una qualche rieducazione coatta o addirittura il carcere. Che pena.

Se soltanto la metà dell’indignazione che provocano questi gesti fosse da tutti utilizzata per prendere in mano la terribile situazione in cui ci troviamo, con la consapevolezza che la raccolta differenziata non serve ormai a nulla, ci sarebbe la speranza che per contagio si arrivasse a propagarla alle persone nel mondo, per arrivare a quei 5/6 miliardi (ovviamente sono cifre a caso) che soli potrebbero fare la differenza. Infatti è proprio per questo scopo che quelle azioni vengono fatte: scuotere la gente, perché solo attraverso la loro consapevolezza allargata e diffusa si potrebbe impedire il peggio. Le reazioni scomposte e mal direzionate di tutti dimostrano che purtroppo c’è bisogno (come non vorrei) di questa terapia d’urto, che in un mondo migliore sarebbe evitabile. Un mondo in cui, forse per la prima volta da che esiste, un senso di affratellamento planetario ci unisse per il bene comune: la nostra salvezza.

Ovviamente tutto ciò non attenua il mio ragionevole pessimismo a riguardo di come andrà a finire. Sto solo esternando la mia indignazione, con innervosita rassegnazione.

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