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Proveremo nostalgia per la quarantena?

Un pensiero inconfessabile: nonostante il lutto e il dolore, ricorderemo con affetto i giorni passati in solitudine. Perché ci si abitua a tutto. E perché la pandemia è un alibi perfetto per le nostre mancanze

Lorenzo Palizzolo/Getty Images

Il finale dolceamaro di Rebibbia Quarantine, la serie sviluppata da Zerocalcare come catarsi al surreale isolamento vissuto negli ultimi mesi, ha smosso qualcosa dentro di me. Il momento in cui Zerocalcare accenna a una possibile malinconia da reclusione in casa, seguito immediatamente da uno sfogo contro le spie “demmerda” e i loro droni, ha fatto sorgere in me una domanda forse inconfessabile in questi giorni di timido ritorno alla vita pre COVID-19: dopo un paio di giorni di ritorno alla normalità, inizierò a ricordare con affetto i giorni passati in solitudine?

In un primo momento, il solo pensiero mi ha fatto vergognare. Come potevo pensare a una cosa del genere? Poi, col passare delle ore, quel sentimento apparentemente disfunzionale ha iniziato ad avere la meglio sulla felicità da fine lockdown.

Adattarsi all’isolamento è stato scioccante: affetti lontani, magari in situazione di estrema difficoltà; la conta giornaliera dei morti, diventata dopo poco una routine capace di farci dire “ah be’, oggi sono solo 400, molto bene”; la mancanza del contatto fisico, di una birra dopo una giornata di lavoro, del sesso. Eppure, la gioia sottile di poter gestire in modo completamente autonomo la routine giornaliera, dal risveglio all’ultimo momento di veglia, è stata una soddisfazione inedita che dispiace abbandonare anche soltanto per la possibilità di una libertà dai risultati incerti.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’inconsapevolezza, con la mancanza di rispetto nei confronti di chi ha sofferto, di chi ha perso persone care senza nemmeno poter dare loro l’ultimo saluto o verso chi ha lavorato giorno e notte per salvare migliaia di vite. Anch’io sono stato male come un cane, ho avuto i miei lutti e ho passato notti a chiedermi quale sarebbe stato il futuro di mia figlia di 5 anni. Allo stesso tempo, non lo nascondo, sono stato anche in grado di vedere l’altra faccia della medaglia. Parlo di un piano differente, che viaggia su binari paralleli rispetto alla tragedia che ci siamo travati a vivere senza aver nessuna preparazione, senza un tutorial di YouTube che ci insegnasse come reagire a un evento del genere. 

Era dai tempi delle medie che passare dal divano alla tavola e dalla tavola al letto non mi faceva sentire in colpa. D’altra parte, una pandemia mondiale era qualcosa di troppo grande anche per una persona afflitta da sempre da un senso del dovere insensato come me. Erano anni che non riuscivo a trovare il tempo di ascoltare un album intero, a meno che non dovessi farlo per scrivere una recensione. Mi sono riappropriato di quello che mi apparteneva, della mia essenza. Di cose di cui nella vita pre-COVID mi ero privato con estrema leggerezza e che ho ritrovato di colpo, gioendo come se fosse la prima volta in cui le facevo.

La verità è che la reclusione forzata mi ha permesso di giustificarmi anche per le cose che non avevano nulla a che vedere con la pandemia. Non avevo voglia di lavorare? Mi dicevo con indulgenza: “Eh, ma sai a livello psicologico che botta rappresenta una situazione del genere? Stai sul divano e guarda una serie che parla degli animali più pericolosi del pianeta, poi ci penserai. Tanto è tutto fermo, è tutto troppo più grande di te”. Mi sono sentito deresponsabilizzato in tutto e la cosa forse mi ha fatto anche bene, perché tendo ad attribuirmi più responsabilità di quelle che ho veramente. In questi due mesi abbiamo potuto attribuire la colpa delle nostre mancanze e dei nostri problemi a qualcosa di invisibile e devastante. Il COVID-19 ci ha assolti dai nostri peccati, sopperendo persino alla sospensione delle celebrazioni liturgiche.

Abbiamo dato dignità politica a un Presidente del Consiglio che fino a qualche giorno prima non sapevamo nemmeno di preciso quali idee avesse. Abbiamo addirittura iniziato a considerarlo un sex symbol. Siamo diventati complici di chi ci ha rinchiusi in casa, l’abbiamo aiutato contro la nostra volontà. Siamo diventati in qualche modo 60 milioni di affetti da sindrome di Stoccolma, ci siamo innamorati del nostro carceriere. Abbiamo persino detto di essere diventati una comunità, spinti da quello spirito patriottico che ci appartiene solo durante le tragedie e che ha sempre avuto durata brevissima. Ma basta solo andare a fare la spesa e trovare i carrelli pieni di guanti sporchi per capire che, tra una settimana, sarà tutto peggio di prima. Altro che le pubblicità della pastasciutta e delle automobili che ci ricordano quanto siamo stati bravi. E in fin dei conti, nessuno di noi lo dice apertamente, ma stiamo già pensando di non esserci goduti appieno gli ultimi giorni di quarantena.

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