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Provaci ancora, Harry

È bellissimo, stilosissimo, famosissimo, ricchissimo, fa dei dischi pazzeschi, sta con delle strafighe e forse la recitazione non è il suo forte. L’Harry Styles di ‘My Policeman’ non convince, ma poi arriva l’ultima campagna per Gucci e subito ritorna il sereno

Harry Styles in ‘My Policeman’ di Michael Grandage

Foto: Amazon Studios

All’uscita dalla proiezione di Don’t Worry Darling all’ultima Mostra di Venezia, il mio primo commento sulla prova di Harry Styles non fu affatto lusinghiero. Ero insieme a un’amica, e se non ricordo male il dialogo si risolse in pochi scambi di battute: «Mamma santa che cane» (io); «Meglio che continui a cantare» (lei); «Andiamo a berci uno spritz, va’» (io); «È il minimo» (lei).

Da un lato mi consolava il fatto che Styles, in quel pasticcione più gossipparo che cinematografico, non brillasse: mica puoi avere tutto, insomma. Mica puoi essere bellissimo, stilosissimo, famosissimo, ricchissimo, fare dei dischi pazzeschi, stare con delle strafighe e mo’ risultare pure convincente come attore. Apro una parentesi: Olivia Wilde m’inquieta, sarà per il troppo botox sulle tempie che la fa sembrare un po’ la strega cattiva, sarà che non mi dà l’impressione di essere un fulmine di guerra; nulla in confronto alla ex Camilla Belle, che lo lasciò per il gallerista con pedigree Theo Niarchos – avvalorando l’ipotesi che magari Harry non sia la persona più divertente dell’orbe terracqueo. Chiusa parentesi.

Riavvolgendo il nastro, per me l’Harry Styles attore era un pareggio più tendente allo svantaggio: bene Dunkirk (almeno lì il film m’era piaciuto), male Don’t Worry Darling (che, ribadisco, senza la serie di scaramucce, tradimenti, sputi e compagnia cantante sarebbe passato meritatamente inosservato). Poi è arrivato il riconoscimento lo scorso 11 settembre al Toronto Film Festival, dove Styles e il cast di My Policeman, diretto da Michael Grandage e prodotto da Amazon Studios, hanno vinto l’Actor Award per la loro performance. «Un’interpretazione da standing ovation», titolavano i tabloid, e noi – anzi, io – subito a pensare «i soliti esagerati, ne parlano così soltanto perché è Harry Styles».

David Dawson, Emma Corrin e Harry Styles in ‘My Policeman’. Foto: Amazon Studios

Stacco, quasi due mesi dopo (il 4 novembre) arriva finalmente su Prime Video My Policeman e la tanto temuta resa dei conti. Il nostro è Tom, un agente di polizia gay innamorato del raffinato curatore d’arte Patrick (David Dawson) nell’Inghilterra degli anni Cinquanta, cioè quando l’omosessualità era ancora proibita. La terza punta del triangolo ha la faccia di Emma Corrin (Marion), la giovane Lady D in The Crown, un’insegnante che Tom sposa per mantenere la propria presentabilità sociale pur rimanendo sempre profondamente innamorato di Patrick. Nella versione adulta i tre hanno i volti di Linus Roache, Rupert Everett e della stupenda Gina McKee – una che, per quanto mi riguarda, è sempre stata fin troppo e a torto snobbata al di fuori del cinema e della televisione britannici.

Il problema è in realtà proprio quello, ossia che My Policeman – pur restando un film piuttosto trascurabile – ha un cast più che valido, che è l’unico motivo per cui valga la pena sciropparsi quasi due ore di drammone. E all’interno di questo cast (favolosi Corrin e Dawson; commovente Everett; McKee già lo sapete), Harry Styles è la presenza più debole e più fuori fuoco: tra sguardi imperscrutabili e crisi di nervi eccessivamente sdolcinate, il suo Tom non ha sufficiente spessore e risulta davvero poco credibile. Se devo essere brutale, interpretare un gay represso coinvolto in una relazione bollente e a porte chiuse richiede livelli di complessità e la veicolazione di un tumulto interiore che semplicemente Styles non riesce (ancora) a fornire – soprattutto se messo di fianco ad attori che, al contrario, sono in grado di farlo.

C’è chi ha tirato in ballo il presunto Queer Baiting della popstar britannica (leggi, il tentativo di strizzare l’occhio alla comunità LGBTQ+, perennemente in bilico tra opportunità e opportunismo) per spiegare la mancanza di levatura: sintetizzando al massimo, come potrebbe Harry Styles, da uomo bianco etero privilegiato, avere dimestichezza con un ruolo così difficile e sfaccettato? Essere nella scuderia di Gucci, infilarsi abiti da donna per Vogue e pittarsi le unghie di rosa non fa primavera, caro mio.

Senza entrare in discorsi inutili su identitarismi vari (che condurrebbero a un pericoloso vicolo cieco: allora per interpretare un malato terminale dovremmo scritturare un attore malato terminale? Un gay dev’essere per forza interpretato da un attore gay? Una donna incinta richiede un’attrice in gravidanza?), la conclusione è abbastanza univoca: Harry, mi piaci sempre, però ti preferisco quando canti. O quando giochi con il tuo amico Alessandro Michele a fare lo stylist – giusto venerdì è uscita Gucci HA HA HA, «una collezione che offre una reinterpretazione immaginativa dell’abbigliamento maschile» nata dall’amicizia e dalla «complicità creativa» tra i due.

Il video e le foto di Mark Borthwick sono incredibili: Harry ha la borsetta, lo smalto azzurro, il foularino al collo, la canotta a coste col cuoricino rosso sul petto e pare divertirsi tantissimo. E – aggiungo io – è probabilmente l’unico individuo di sesso maschile a non sembrare un coglione conciato così. Il che, forse, è pure meglio che essere un bravo attore.