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Potremmo tutti fare una stronzata, potremmo tutti essere Imen Jane

Le Insta-stories da Palermo hanno sollevato un polverone, facendo passare (per la seconda volta) l’economista/influencer da eroina a nemico pubblico. Ma sicuri che questo ennesimo caso non riguardi anche (anzi: soprattutto) noi?

La più grande fortuna – mia e di quelli della mia generazione, intendo – di quando avevo l’età di Imen Jane? Il fatto che non esistessero gli smartphone, che non esistesse Instagram, che “le storie”, per me, fossero quelle che ti facevi con i tipi (per coloro che non masticano il bolognese, «farsi delle storie con Tizio o con Caio» significa frequentare ma non stare insieme, fare sesso senza impegno con tizio o con caio). Se penso alle cazzate che ho detto e fatto durante i miei vent’anni, devo solo ringraziare il dio del progresso tecnologico per non aver creato in anticipo una diavoleria in grado di filmarle e renderle pubbliche. Da narcisista quale sono, avrei certamente condiviso frasi sconvenienti, video scurrili, prese di posizione discutibili magari dettate da uno spritz di troppo al Mom il mercoledì sera. A vent’anni si è mediamente abbastanza scemi, il che non deve suonare come una giustificazione, sia chiaro, ma come un dato incontrovertibile: Pete Doherty a ventiquattro si drogava come un caimano, il che – pure col senno di poi – è ritenuto un comportamento meno cretino rispetto a sparare una minchiata colossale su Instagram.

Mentre scrivo, l’ultimo contributo allo scandale du jour (Imen Jane e Francesca Mapelli che spiegano la vita ai siciliani come due gesuite in America Latina) è Fedez in difesa di Chiara Ferragni – che, da persona intelligente qual è, si tiene debitamente a distanza da tutta la faccenda. «So che mi sto per addentrare in una cloaca (…) C’è una polemica che riguarda due ragazze, che sono andate a Palermo e hanno fatto una grandissima figura di merda. Mia moglie sta rientrando in questa polemica perché conosce ed è amica di una di queste persone e ci ha lavorato in passato. Per questo, è nata una teoria del complotto su Twitter: mia moglie avrebbe fatto bloccare alcuni articoli su questa vicenda». Se si scomodano i Ferragnez, c’è da chiedersi quando interverranno altri grossi nomi coinvolti come Draghi, Obama, Miuccia Prada, Jeff Bezos. Ok, sto scherzando. Vero è che nessuno vuole più essere associato a Jane e Mapelli, manco si trattasse d’una replica grottesca della situazione creatasi con le foto di Jeffrey Epstein insieme a Bill Clinton, al principe Andrea e a Donald Trump: «Non ero io, non ne so nulla, non lo conosco».

«Tra poco pure la famiglia di Imen Jane si dissocerà», recita un tweet che m’ha fatto molto ridere, dopo che Will Media, VICE Italy, i-D, il brand cosmetico Comfort Zone e l’organizzazione di volontariato Plastic Free hanno voluto puntualizzare di non (voler) avere nulla a che fare né con la sedicente economista, né con Mape la patrona delle guide turistiche. «Qualcuno le avrà pur pagate per andare nell’hotel più bello di Palermo», mi scrive un’amica, ma adesso è tutto un ritirare la mano che ha lanciato il sasso: «Non ero io, non ne so nulla, non le conosco». E forse il problema è proprio questo. S’incensa una poveretta su Instagram fino a renderla una mezza celebrity senza porsi manco una domanda, dando per buono qualsiasi cosa la poveretta dica, elevandola a paladina del bene, icona delle ragazze smart che disquisiscono di “temi importanti” col rossetto rosso e l’eyeliner, quelle che «Io lo so cos’è il privilegio, ché i miei sono immigrati marocchini». Dimenticando volutamente che la poveretta ha poco più che vent’anni.

La bolla crea, la bolla distrugge, la bolla non perdona. E più sei dalla parte dei buoni, dei presentabili, dei giusti, più proverà un piacere quasi perverso ad affossarti, scordandosi che – fino a un minuto prima – eri il suo idolo indiscusso. Non sono una fan e non seguo né Jane, men che meno Mapelli (o Will), eppure non nego di aver goduto nell’osservare la loro caduta agli inferi social(i): le ho derise, le ho sfottute, ho battuto le mani di gioia ogni mille follower persi. Dalle stelle alle stalle, da influencer a paria, da imprenditrici di successo che ordinano scrambled eggs calzando slingback firmate Roger Vivier a sfigate mitomani nel giro di quindici secondi. Se lo meritano, no? Certo: in fondo sono ricche, stronze, arroganti, s’approfittano di brand che fanno a gara per offrir loro la qualsiasi e s’ostinano a venderci un’immagine pubblica priva di macchie. «Let the motherfucker burn, burn motherfucker burn».

Però. Però io tiro un respiro di sollievo, ecco. Perché sono stata comunque più fortunata di loro, soprattutto di Imen Jane: nessuno m’ha levato il diritto d’essere cretina a vent’anni o poco più. Nessuno ha mai preteso che mi comportassi da adulta quando adulta non ero, nessuno m’ha sbriciolata perché cretineggiavo in giro con le amiche, nessuno ha chiesto la mia testa per issarla sul palo della vergogna. Sia chiaro, il comportamento di Jane rimane odioso e detestabile, ma non riesco a non pensare che al suo posto, a quell’età, inebriata dalla popolarità e dalla sindrome d’onnipotenza che ne deriva, avrei potuto esserci io.

E ora, dall’alto degli anni trascorsi a non curarmi della mia immagine pubblica, mi sento di darle il consiglio che le darebbe un buon amico (che temo purtroppo non abbia): cara Imen, cancellati dai social, vendi le Roger Vivier, scappa da Milano e fuggi a Mondello a lavorare in un chiosco di granite. Senza l’ansia di dover instagrammare il cucchiaio che affonda nelle more di gelso, struccata, con le infradito, finalmente libera di mandare affanculo tutte quelle stronze che erano come te.

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