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Tuo padre contro le sinapsi

Perché odio le persone col déjà-vu

Chi sono quelli col deja-vù? Quasi tutti, purtroppo. Amici, nemici, parenti, semplici conoscenti, datori di lavoro, subalterni, catechiste, consoli, lattai. Un racconto de Lo Sgargabonzi

Perché odio le persone col déjà-vu

A quarant’anni suonati mi sono chiesto, nottetempo, cosa fare della mia vita. Per un attimo ho pensato di piantare tutto per andarmene in Namibia, a combattere quella che per me è sempre stata l’unica guerra possibile: quella contro l’esercito colonialista belga. Oppure fare tutto il contrario: dedicarmi anima e corpo alla carità, magari vendendo fiammiferi ai semafori, quindi devolvere il ricavato a un’industria bellica per la fabbricazione di nuove mine antiuomo tarate sul peso dei bambini, magari a forma di Batman e di Superchicche (ormai quelle a forma di He-Man e Sailor Moon le riconoscono e le scansano). O ancora diventare uno scienziato di quelli tosti e trovare la cura per il male del secolo: la sindrome di Brugada.

Ma alla fine ho deciso. Il senso della mia vita è quello di starmene tutto il giorno in una stanza di due metri cubi, con uno sgabello nel mezzo. Preciso, seduto, occhi chiusi, concentrato, silenzio assoluto. Senza distrazioni e alimentato artificialmente a ottime compresse di zuppa gallurese. Starmene lì con un solo scopo: odiare. Più precisamente: odiare con tutte le mie forze una specifica categoria. Più precisamente: le persone con il fatto del deja-vù.

Chi sono quelli col déjà-vu? Quasi tutti, purtroppo. Amici, nemici, parenti, semplici conoscenti, datori di lavoro, subalterni, catechiste, consoli, lattai. Vivono tra noi.

Ti fermi con un amico a un circolo ACLI, solo perché hai notato attaccato fuori il menù dei gelati Sanson. Chissà com’è, ma improvvisamente hai voglia del fondo di marzapane della Coppa Tiziana. Entrate. Ti dirigi senza chiedere verso la ghiacciaia. Mentre rovisti dentro, dietro di te un vecchio pelato che gioca carte tira fuori un sei di fiori e urla “scopa!” Il suo vicino sobbalza e si sistema la dentiera.

Fuori passa il camioncino della Lasonil. Tu sei in ghiacciaia, a rovistare fra i Banita e i Sanson, quando il tuo amico ti intuzza su una spalla. Alzi il capo e lo vedi come mesmerizzato. Pare il dottor Valdemar di poeiana memoria. Rigido, fissa un punto indefinito e dal suo corpo esce una voce: “Questa scena l’ho sognata”. Conosci il copione, ti prepari al peggio, così prendi a iperventilare e gliela offri su un piatto d’argento: “No guarda, è il fatto del deja-vù. Succede a tutti”.

La butti pure sulla scienza più spinta: “L’ho studiato pure a Psicologia. È una cosa scientifica, psichica, dei neuroni che collocano la fotografia di questo mozzicone di contemporaneità non nella memoria a lungo termine ma in quella a breve…” Ti aspetti che l’amico retroceda, ma niente: “Ti giuro. Questa scena l’ho sognata, questo tuo discorso compreso”. Lo incalzi rassicurante, costruendogli un contenitore attorno: “Ti sembra! Ti sembra! Fa quell’effetto lì, che sembra di averla sognata. Deve fare quell’effetto lì! È il classico, scosciatissimo déjà-vu!” Come parlare coi muri: “Ti dico che l’ho sognata. Era tutto esattamente così. Anche quel gaiardetto della juve messo lì e questa tua contro-giustificazione”. Tu, cartesiano puro, gli dici in fior di nervi: “Guarda, pensa solo a una cosa: questo sogno non te lo ricordavi prima di ora”. È allora che, con una faccia di bronzo clamorosa, senza misura né vergogna, l’amico tira fuori l’asso pigliatutto, il gaslightning per eccellenza: “E invece sì!”. Tu gli chiedi: “Benissimo, quindi quale parola sto per dire? Quarzo o cadmio?” E lui: “Quarzo”. E tu: “Cadmio”. E lui: “Pure questo trabocchetto l’ho sognato”.

Può averti salvato la vita un momento prima, ma daresti quella tua stessa vita per vederlo morto. Non c’è scappatoia, non c’è salvezza. Vuole scippare la ragione anche a costo di farti impazzire. Non ci sta proprio ad essere contenuto nella scienza. Proprio lui vuole essere l’eccezione, fregare te, sé, il mondo, i neuroni e le sinapsi. Subalterno dell’esistenza, succhia una caramella al pompelmo con un’espressione da citofono e però vuole essere l’eccezione. La tentazione è troppa. S’incista, si picca, s’impunta, s’intigna.

E non è un rappresentante Stanhome qualunque, ma è il tuo migliore amico o tuo padre. Tuo padre contro le sinapsi. Chi se ne frega della Tiziana, il tuo cuore pompa a quattro palmenti e decidi di piantarla lì. Fai il disinvolto, dissimuli serenità,mmentre nel tuo stomaco scorre la lava dell’Acheronte. Paghi la sua caramella e il tuo gelato, che finisce intonso in un cestino sotto gli occhi del barista attonito. Tornate in macchina, parlate dell’ultimo disco di Luca Barbarossa, ma per te nel frattempo cerchi un frontale con un camion della Lasonil letale per entrambi.

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