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Ode a te, divin divano, che trasformi la passione in affetto

Eri uscito dall’Ikea tutto speranze di gloria e avventura. Poi, con il tempo, lì dove fiammeggiavano i corpi, sulle tue generose sedute, altro non è rimasto che il tepore di glutei rilassati

Foto: IPA

O, divin divano, tu che serbi il calco di quattro chiappe vicine, parallele, in orientamento da televisore. Fulcro di un universo con il soffitto, astro imbottito, centro dell’orbita di sedie e pianeti, comete e poltrone, mensole e meteore. Tu che ascolti le grida di sport, i sussulti di horror, i mugugni politici, le risate per tutti quelli che cadono. Tu che raccogli briciole e gocce, cenere e coccole, e le lacrime per i filmoni dove alla fine ce la fanno. Hai passato periodi di macchie rosse di vino, sangue di ore eccitate, e adesso ti tingi del verdognolo di qualche tisana pisciona. Ah, i bei tempi dell’unto di patatine e dei brividi di gelato, il tempo in cui si era immortali. Ora i grani di farro e quinoa ti solleticano gli interstizi. Tu che hai accumulato cuscini come gli umani fan con le rughe.

Tu che trasformi la passione in affetto, le lingue in carezze. Tu che compi il miracolo della transustanziazione dei tacchi di vernice in pantofole di pelo. Morbido taumaturgo, profeta di vecchiaie precoci, dio di un cielo col lampadario.
Tu che in gioventù, il calco, sognavi di averlo per sempre di ginocchia femminili: l’uomo se ne stava dietro, ben piantato sul tappeto. Tu che in fretta hai intuito il tuo reale destino: prima quelle ginocchia diventarono schiena – comodità e rispetto avevano già cospirato contro i tuoi sogni. Poi, quando i tuoi frequentatori diventarono pazienti e, invece di divorarsi appena in casa, presero l’abitudine di raggiungere il letto mano nella mano… lì dove fiammeggiavano i corpi, sulle tue generose sedute, altro non è rimasto che il tepore di glutei rilassati. Sempre più flosci, secchi, tremuli, stanchi. Eppure sempre più vicini, stretti, fiduciosi, simili. Sei stato tu, o divin divano, a cambiare l’espressione dell’amore: aveva il ghigno dei diavoli e adesso ha il sorriso degli angeli. Non ci fossi stato tu, il gelo del pavimento li avrebbe tenuti vivi: avrebbero dovuto amarsi sul letto o uscire nel mondo. E invece eccoti lì, tu, mio buon divano, sempre amico, sempre aperto. Riposo nella luce, tu che azzittisci i cervelli, calamita del dopolavoro.

Così le loro voci si sono abbassate di tono e d’intensità, lei non grida più, lui s’è fatto più flebile e dolce. Ora le parolacce arrivano solo dal televisore. Cosa non daresti per un altro “puttana!” di gioia, per un altro trafelato “scopami!”. Eri uscito dall’Ikea tutto speranze di gloria e avventura, ti avevano detto che è nel salotto che l’essere umano cala la maschera pubblica. “Avrai il privilegio di vedere il vero volto dell’uomo” dicevano, “lo vedrai nudo” dicevano. Be’, ormai lo vedi soprattutto in tuta o pigiama. E, quanto al suo vero volto, eccolo qui, il vero volto dell’uomo: parte con l’idea di conquistare la galassia a colpi di uccello, poi si compra una nuova credenza découpage. E si accorge di quanto sia sterminato e freddo e muto, quell’universo, si accorge di quanto il calore di due corpi stretti sul divano, fortino di vita in un deserto di morte, sia più divino di due secondi di piacere con schizzetto.

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