Rolling Stone Italia

«Noi siamo fotogiornalisti»

Gabriele Micalizzi ricorda Andy Rocchelli, il suo amico e collega, ucciso cinque anni fa in Ucraina da una scheggia di mortaio. «L'ultima volta che l'ho visto era in partenza. Gli ho detto: "Torna con le foto, o non tornare"».

Un'immagine scattata da Andy Rocchelli a Kiev in Ucraina

Quando arrivai per la prima volta nello studio c’era solo un soppalco, qualche sedia e una piccola cucina a gas. Salito sul soppalco, incontrai un ragazzo alto, capelli rossicci, barbetta stentata e voce squillante.

Portava uno smanicato di un’azienda edile, mi disse: “Bella zio”, che suonava molto 90’s… Lui veniva da Pavia, aveva finito uno stage per Grazia Neri, non mi sembrava un fotografo. Anche perché io non avevo idea di che aspetto avesse un fotografo: tornavo da poco dall’Australia, mi mantenevo facendo tatuaggi. Avevo fatto lo “scattino” a Milano per coprire la nera, tra incidenti e omicidi, e la prima della Scala.

Io avevo tanta voglia di diventarlo, un fotografo.

Da quel giorno passammo le giornate a trapanare, tagliare assi e pitturare muri, non proprio le mansioni che si pensa di fare quando lavori per un fotografo della Magnum. Ma, col senno di poi, forse è stata la miglior gavetta che potessi desiderare. Majoli lo incontrammo 6 mesi dopo. A me ed Andy non pesava far andare le mani, siamo sempre stati tipi pragmatici. Legammo molto tra uno sbattimento e l’altro. In studio pulivamo gli allumini su cui si montavano le foto per le mostre di Alex, andavamo a recuperare tavoli, a smaltire la “spazza” (come la chiamava lui).

Non avevamo una lira, lavoravamo gratis. E litigavamo un botto. Una volta avevo fatto la spesa e cucinato una pasta panna e salmone, una pasta da ricchi considerando il nostro tenore di vita. Gli chiesi di darmi i soldi prima di mangiare, c’era il cibo pronto nel piatto (spesso chi anticipava il cash non aveva speranze di recuperarlo). Nacque una discussione e lui spinse il piatto nella mia direzione con disprezzo. Io presi il piatto e glielo tirai dietro. Non presi lui, ma una stampa del boss, appoggiata al muro.

Era così. Nessuno dei due voleva mai mollare, nessuno dei due voleva mai arretrare o darla vinta all’altro. Forse è per questa determinazione che siamo diventati fotografi di guerra.

All’inizio, diventare reporter era un sogno: la sera, dopo aver mangiato la solita pasta al pomodoro, prendevamo qualcosa dal grosso banco frigo che Andy aveva recuperato in discarica (aka la nostra IKEA), diventato poi l’archivio dei negativi del Majoli. Guardavamo i provini a contatto, leggendo quelle immagini una ad una, cercando di capire come l’occhio si muovesse in mezzo in quello situazioni. Guardavamo i libri di Capa, McCullin, Nachtwey… ma anche Winterreise di Delahaye.

Avevamo fame, avevamo voglia.

Incominciammo a viaggiare e fotografare il mondo che ci circondava. Tornavamo in studio e guardavamo le foto, condividevamo le nostre esperienze. Ci raccontavamo come eravamo riusciti ad entrare in una situazione, o come ne eravamo scappati. Parlavamo tutto il giorno di foto, guardavamo le foto, mangiavamo in mezzo alle foto, dormivamo sulle casse delle foto. Le strappavamo, montavamo, spedivamo, scontornavamo, perdevamo, scambiavamo… Anche il bagno era pieno di foto.

In quel periodo si è creato qualcosa di unico e irripetibile. Cesura, appunto.

Con Ale, Ari, i due Luca e Alex fondammo Cesura: l’idea era basata su concetti semplici ma precisi, il gruppo è una forza, la diversità una risorsa. La finalità: produrre buone fotografie, storie di qualità, ed essere indipendenti, sempre. Praticamente un manifesto anarchico sulla fotografia.

E così è stato. Ci chiamano il Dark Side of Photography.

Io e Andy facevamo reportage in zone calde: Andy l’Est ed io il medio oriente, ma capitava anche di coprire gli stessi territori. Ci rispettavamo e ci aiutavamo, ma tra di noi c’era competizione, quella sana, quella che ti spinge e fare meglio tutti i giorni. Partivamo spesso e il lavoro non mancava, ma il genere di foto che facciamo noi non è di certo la moda, e produrlo costa.

L’ultima volta che ho fotografato Andy era con Andrey, suo amico e fixer: erano a Milano per cercare un assegnato e partire alla volta del Donbass. Andy aveva coperto bene la rivoluzione a Kiev in piazza Maidan, aveva fatto un ottimo lavoro, era sul pezzo, aveva sentito che quella era la sua guerra, la sua storia importante, quella che racconterai fino in fondo. L’ultima volta che l’ho visto era in studio, era in partenza e lo abbracciai, come facevamo sempre quando uno partiva. E gli dissi: «Torna con le foto, o non tornare». Una di quelle frasi che ci dicevamo ma che non pensi mai possa accadere davvero. Ancora oggi mi fa male ripensarci.

L’ho rivisto un’altra volta. A Kiev. All’obitorio.

Ho visto tanta gente morire, cadaveri, situazioni che stringono lo stomaco… Ma non mi hanno fatto troppo effetto. Ma vedere un amico, quasi un fratello, così, mi ha strappato un pezzo di cuore. Uno di quei pezzi che non si rimarginerà mai più e brucerà per sempre. È stata dura per tutti, la sua famiglia, i suoi parenti, il nostro gruppo. Sono quelli che rimangono che soffrono.

Andy è stato ucciso a Slovyansk, in Ucraina, da una scheggia di mortaio che gli ha trapassato l’aorta. Anche Andrey è rimasto ucciso in quella situazione. Un altro fotografo di nome William si è salvato. La dinamica è nota: sono stati attaccati da una postazione sulla collina dove era presente l’esercito ucraino. In questo periodo si sta svolgendo il processo a un soldato italo-ucraino, volontario, che si trovava lì quel giorno.

Ripenso spesso ad Andy.

Dopo la sua morte, ho continuato ad andare in guerra. Hanno cercato di colpirmi e ammazzarmi tante volte. Ci sono quasi riusciti, tre mesi fa, con un razzo RPG a Baghuz, in Siria. Non so perché, ma sono sopravvissuto.

Quando ero a terra, ferito, ho pensato tante cose, ho pensato che anch’io me ne sarei andato come Andy, e che magari l’avrei incontrato. Sorridevo pensando che magari riuscivo recuperare quei tre euro della pasta panna e salmone.

Noi non siamo degli eroi, non siamo dei drogati di adrenalina, non ce le andiamo a cercare.

Noi siamo fotogiornalisti, viviamo per raccontare le storie del nostro tempo, le documentiamo, cerchiamo di divulgare le cose di cui parlano o si interessano in pochi. A volte pensiamo, supponenti, che non lavoriamo per i magazine, ma per la Storia. Per noi è una missione, una ragione di vita e non mi aspetto che comprendiate la nostra scelta. Ma, di sicuro, pretendo il rispetto e la tutela di tutti i giornalisti. E di chi è disposto a rischiare la propria vita per mostrare la verità e crede, così, di poter cambiare il mondo.

Morale.

La storia non è scritta con la penna ma con il sangue. Ma le fotografie ci ricordano gli errori del passato, e dimenticandoli non possiamo costruire un valido futuro.

Never give up.

Iscriviti