«Vogliamo una vita degna», ripete la voce al megafono del furgone. Sono le 9.40 del mattino e nello spazio verde di piazza Leonardo davanti al Politecnico di Milano sono già accalcati studenti a centinaia, mentre altrettanti lavoratori gremiscono la piazza antistante la Stazione Centrale. Dopo le settimane turbolente di agitazione permanente che hanno visto i giovani, soprattutto a Milano, accodarsi alle proteste studentesche francesi anche in momenti di alta tensione e violenza da parte delle forze dell’ordine, ieri 30 ottobre il sindacato USB ha indetto uno sciopero nazionale di tutti i comparti del lavoro. Così, la protesta studentesca spontanea, mescolatasi ai tradizionali attori del dissenso, qui come altrove è finita per convergere con lo sciopero generale dei lavoratori.
Le ragioni dello sciopero sono moltissime e possono tuttavia essere condensate attorno all’asse che vede da un lato la stagnazione dei salari rispetto al costo della vita, dall’altro una progressiva diminuzione dei diritti e della dignità dei lavoratori stessi. E se le rivendicazioni di USB chiamano in causa un presente fatto – a Milano più che mai – di affitti impossibili, di prezzi di beni primari alle stelle e di una città sempre più preda degli speculatori; gli studenti – una marea – vogliono riprendersi una scena sociale che li ha marginalizzati, ignorati e poco tutelati, rivendicando il diritto a un futuro sistematicamente negato. Tutti insieme gridano contro l’economia di guerra, la militarizzazione e la repressione che sembrano invece essere l’unica risposta tanto del governo quanto di un municipio oramai incapace di farsi interprete della base della città.

Foto: Franco Ferrari
«Questo sciopero è un momento di grande presenza e consapevolezza e soprattutto in una città come Milano è sempre più importante ricordare che la ricchezza è prodotta da chi lavora e non da chi specula e che se ci fermiamo noi si ferma il mondo. È maggiormente importante essere qui in piazza anche con gli studenti perché questa generazione in particolare sta dimostrando sia una forte rabbia ma anche un bellissimo sguardo verso il futuro. Parlando della città l’aspetto più grave è l’apparato militare che ha blindato il centro, perché il tentativo che abbiamo visto nelle piazze delle settimane precedenti era proprio quello di riprendersi la centralità, perciò la militarizzazione di oggi è la ricetta peggiore. E peggiore è sempre la repressione perché non fa che accrescere i problemi agendo soprattutto a danno delle persone più giovani invece di tutelarle, come prevederebbe il nostro ordinamento. E ciò è di nuovo un enorme problema perché dice ai giovani che la loro voce non potrà mai essere ascoltata». Questo mi racconta Carlotta Cossutta, ricercatrice e docente di Filosofia Politica all’Unimi e candidata alle primarie del centrosinistra per le elezioni municipali del 2027, anche lei qui in sciopero. E ha ragione.
Aggirandosi per piazza Leonardo la carica dei giovanissimi è palpabile: ogni scuola arriva con un proprio piccolo corteo per aggiungersi alle altre, i ragazzi sono elettrizzati e l’entusiasmo regna sovrano. Come i loro cugini francesi, anche qui la Generazione Z sta ricordando al mondo che partecipare non è solo necessario, ma può anche essere divertente. Spuntano costumi da Super Mario e gare di freestyle dietro il furgone del centro sociale Lambretta di cui incontriamo alcuni esponenti, organizzatori della piazza. «Siamo in un momento di grande mobilitazione, la nostra generazione si sta riprendendo le piazze da protagonista», mi dice Emma, «è importantissimo convergere coi lavoratori perché sono i primi su cui ricadono le ingiustizie sociali per cui siamo qua oggi. Le istituzioni non ci vogliono ascoltare e pensano solo alla repressione, ma noi siamo qui per dire che le condizioni delle nostre scuole sono spesso inadeguate e i professori lavorano in estrema precarietà. Chiediamo che siano stanziati più fondi per la scuola al posto che per le armi».

Foto: Franco Ferrari
Ma nella piazza intergenerazionale ci sono anche universitari e docenti (precari e non) in lotta contro le iniziative del governo: dalla legge di bilancio che ancora una volta si dimentica della categoria, fino all’ultimo decreto sicurezza che del governo smaschera la paura e l’incapacità di rispondere alle richieste di aiuto della società.
Mentre la piazza dei giovani prende forma, montiamo in bici per intercettare i sindacati oramai in procinto di lasciarsi alle spalle la Stazione. Se la mattina presto era stato straniante passare attraverso strade che sembravano ignorare quest’occasione di protesta, in una placida normalità, ora il paesaggio urbano si presenta radicalmente diverso al nostro passaggio: camionette, cordoni e blocchi, strade vuote e qualsiasi via che indirizza al centro bloccata. Arrivati in Centrale incrociamo la partenza del corteo, di cui sorprende l’eterogeneità. Dai corrieri ai precari della cultura e dell’arte, lavoratori di ogni tipo si affiancano a operatori del sociale e del pubblico settore, accanto ad altri attivisti e altri giovani. Un corteo che sembra sintetizzare ben più delle istanze promosse da USB e porsi come punto di accoglienza e riflessione per le molteplici prospettive che lo animano.
Nel tempo in cui sfiliamo verso la testa, si percepisce una piazza che eredita con consapevolezza la costruzione di un movimento trasversale dal basso, iniziata un anno fa, in questo stesso periodo, con le manifestazioni per la Palestina e in sostegno alla Global Sumud Flottilla. Ciò che emerge chiaramente oggi, però, è la capacità degli attori qui presenti di guardare a quest’anno come a un processo in corso che trascende le singole occasioni. Queste piazze hanno avuto infatti il merito di raccogliere anni di lavoro politico e sociale, un patrimonio enorme, che ha avuto come chiave di successo la dimensione internazionale – nel senso più marxista e tradizionale del termine – che oggi prende forma sia attraverso il blocco dei porti (più di cento in tutto il mondo distribuiti su 17 Paesi), sia saldandosi alle proteste europee in una voce che chiama le medesime istanze. Così il processo politico iniziato l’anno scorso non è rimasto memoria statica, ma si è dato come momento di cambiamento; una soglia attraversata per accedere a un terreno su cui costruire quel futuro che sembra mancare non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro che la città, la politica e l’economia respingono. E per capire quale sia questo terreno bisogna tornare agli assi principali di questa giornata, la scuola, i giovani, i lavoratori precari.

Foto: Franco Ferrari
Lo ribadisce in testa al corteo Silvia Bisagna, del comparto scuola di USB Lombardia: «La scuola oggi è in una condizione catastrofica. I finanziamenti sono del tutto insufficienti a garantire edifici sicuri e la precarietà non è mai stata affrontata seriamente né da questo governo né da quelli degli ultimi trent’anni, che si sono limitati agli spot. Le risposte sono inefficaci e dicono molto della visione nei confronti dei giovani: loro chiedono ascolto, lo Stato risponde con la repressione. Noi rispondiamo che servono servizi sociali per le famiglie in difficoltà, un costo della vita più basso e stipendi dignitosi».
A Loreto, da corso Buenos Aires e da viale Abruzzi, i due cortei si congiungono in una fiumana che conta, si dirà, circa 80.000 persone e che punta in direzione Nord Est, lungo via Palmanova per entrare in Tangenziale e riuscire a bloccare la città, che, blindato il suo centro, non lascia altre possibilità di manovra al corteo. Su via Palmanova il sole è caldo, ci si spoglia di giacche e sciarpe e il passo si affretta lungo i quasi sei chilometri che separano dallo svincolo della Tangenziale; per quanto si cammini sembra impossibile riuscire ad arrivare alla testa della marcia. Via Palmanova attraversa i quartieri popolari di Cimiano e Crescenzago e molte, moltissime persone si affacciano a salutare i manifestanti. Sono per lo più famiglie di qualsiasi latitudine del mondo: latinoamericani, indiani, orientali, mediorientali, nordafricani, tutto il mondo raccolto nelle strade della metropoli si affaccia e saluta.

Foto: Franco Ferrari
Allora viene spontaneo chiedersi: ma che città stiamo attraversando? Due Milano sembrano profilarsi davanti a noi: la prima è quella che chiede a gran voce di essere ascoltata; è una città caotica e orizzontale, con una composizione sociale eterogenea fatta di seconde generazioni, di maranza, di categorie afferenti a un nuovo sottoproletariato urbano senza casa, affiliazione e rappresentanza. L’altra città è quella che si scandalizza per vetrine rotte di multinazionali che fatturano miliardi, che è animata da una politica e da un’economia facenti capo ai fondi di investimento e al branding urbano, che trasforma la città dei vivi in una disneyland per turisti o in un bottino per il mercato. Questa è la città che concepisce lo spazio urbano come elitario e non democratico, che si trincera dietro dispositivi di repressione ed esclusione, che ritiene la verticalità un valore e dà forma al privilegio tramite il decoro, la pulizia e la rimozione del dissenso. Una città che, attorno a via Palmanova così come in altre aree, molla la sua presa.
Recentemente, però, qui a Milano, il conflitto tra queste due città è andato in scena parecchie volte colpendo soprattutto i luoghi pubblici della vita pubblica dai centri sociali, ai mercati, alle biblioteche. La Milano degli ultimi dieci anni non ha perso occasione per erodere gli spazi che rappresentassero un’alternativa al modello capitalizzato del territorio urbano, pronta a intravedere in qualsiasi cosa una possibilità di guadagno e di investimento privato e provando a cancellare di sé quella dimensione pubblica, gratuita e di accoglienza che ne ha costituito per secoli l’anima. Le proteste delle ultime settimane, però, hanno mostrato letteralmente un ritorno del rimosso, non solamente studenti, ma una fetta più ampia della società ha fatto capolino sulla scena, dicendo con violenza e rabbia che a questo gioco non gioca più e che non accetta più di essere relegata a qualcosa di non visto o ignorato, rivendicando la sua centralità, anche fisica, anche urbana, come hanno dimostrato gli scontri di piazza Duomo.

Foto: Franco Ferrari
E questa dinamica tra centro e periferia, tra il potere che agisce e chi subisce, vecchia come il mondo, mi risuona nella testa mentre percorro l’infinita via Palmanova e ne parlo con Gabriel Seroussi, giornalista che si occupa di rap e sottoculture, autore del saggio La periferia vi guarda con odio. «Queste sono giornate in cui si prova a costruire un blocco sociale capace di rispondere a politiche che danneggiano una fetta maggioritaria della popolazione. A Milano abbiamo visto contesti molto diversi; nel weekend più caldo diverse componenti della città hanno preso parte alle proteste, senza però sovrapporsi: c’è un blocco sociale più abituato a scendere in piazza e a muoversi dentro dimensioni organizzate, e ce n’è uno più giovanile che le stesse organizzazioni politiche faticano spesso a intercettare. La sfida per i movimenti sociali è costruire qualcosa di più stabile, capace di tenere insieme queste anime diverse. Inoltre credo che sabato scorso sia stata importante anche la risposta della “società civile” perché la forza di deterrenza messa in campo dal governo Meloni è stata particolarmente pesante. Sabato è stato importante avere un corteo così partecipato anche da parte di chi non era stato ancora in piazza, ma ha ritenuto simbolicamente necessario esserci per ribadire che, anche in una città militarizzata, tanta gente avrebbe comunque difeso un diritto fondamentale».
Mentre camminiamo passiamo poi a parlare del rapporto internazionale con la Francia e, soprattutto, della mancanza di rappresentanza che grava sull’Italia, deficitaria di un partito come La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, e Gabriel risponde: «La mancanza di una rappresentanza istituzionale in Italia è sicuramente un grosso limite. Ciò che sta succedendo, però, sta venendo recepito per ora solo localmente. A livello nazionale questa volontà non c’è, anzi: un mondo della sinistra da Repubblica alle istituzioni ha detto chiaramente da che parte sta. È triste che da noi nessuno svolga quel ruolo, ma va detto che La France Insoumise non è nata in un giorno: ci sono voluti venticinque anni di movimenti sociali, nati nelle banlieue parigine e nelle altre grandi città, perché si costruisse un blocco capace di trovare espressione in un partito. In Italia questo processo forse è appena cominciato».

Foto: Franco Ferrari
Allo svincolo l’ingresso è sereno e senza opposizioni e così il corteo entra in Tangenziale, finalmente attuando quanto promesso, bloccare la città. Si sfila senza intoppi fino a Lambrate quando USB dichiara arrivata la fase finale della manifestazione: la Tangenziale verrà abbandonata per portare i manifestanti in piazza Leonardo, da dove era partito, la mattina, lo spezzone studentesco. Sono oramai le 15 e, secondo gli organizzatori, il numero dei partecipanti sfiora i 100.000 mentre ci fermiamo all’uscita di Lambrate per guardare sfilare questa marea di persone. E proprio lì, tra le tante facce amiche e note che procedono, spunta in bicicletta Tommaso Goisis, anche lui candidato alle primarie per le elezioni municipali del 2027. E così restiamo a parlare un po’ della sua idea di città e di futuro, connessa a queste lotte: «Nel Paese si è rotto l’ascensore sociale, cioè si è rotta l’idea che il lavoro possa generare benessere. Lavoriamo ma siamo poveri, e il governo non fa l’unica cosa che bisognerebbe fare, redistribuire la ricchezza, prendendo da chi ha di più per dare a chi ha di meno. È un governo che pensa al riarmo e alle spese militari, invece di investire in educatori ed educatrici, nel lavoro dei giovani, in una legge sulla cittadinanza che dia più spazio alle seconde generazioni. Milano è la città in cui questa contraddizione sta esplodendo più che altrove, perché è preda di fondi di investimento speculativi che, da Paesi lontani, vedono nella nostra città una calcolatrice su cui far girare i numeri e ricavare profitti stellari. Per questo è da qui che deve ripartire la rabbia sociale, che da sola riempie le piazze e le tangenziali, ma non basta a cambiare le cose. Per cambiarle bisogna organizzarsi. Io mi candido a sindaco anche per questo, per fare di Milano la città in cui chi oggi è escluso dal sistema economico rialzi la testa e possa guardare con orgoglio a un’amministrazione che redistribuisce la ricchezza e che sa alzare la voce contro il governo. Per dire che la stella polare del paese deve tornare a essere l’articolo 1 della Costituzione: un Paese in cui il lavoro genera benessere e realizzazione nelle persone». Salutato Tommaso, che fugge in bici, non resta che incamminarsi verso l’uscita insieme alla coda del corteo.
Centro e periferia, eredità e futuro, diritti e oppressione sono ancora poli di una riflessione politica in atto anche una volta terminata questa giornata su cui bisognerà tornare, probabilmente, in un momento ulteriore, per dare forma a un futuro che oggi è ancora incerto. Poi, mentre usciamo, una voce al megafono grida e dice che la felicità di chi si riprende i luoghi che gli sono stati tolti è quella di chi si riprende la vita. Io sorrido e penso che è vero.










