L’ironia è sopravvalutata: ci rimane solo la trap | Rolling Stone Italia
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L’ironia è sopravvalutata: ci rimane solo la trap

Boomer trollati con le stesse vecchie storielle, brani di Sanremo che fanno gli impegnati, e rime geniali che risolvono tutto come lo sciroppo per la tosse. Se non si può più dire niente, o se si deve dire sempre la cosa giusta, la soluzione è sempre la trap

Ghali

Ghali

Foto: press

Alberto Piccinini: «Si veste da scemo, canta in modo scemo canzoni sceme, incarna perfettamente quel giovanilismo da gelateria, superficiale e incolto, già santificato dal pubblico di Drive in, ridente per contratto… Di Jovanotti riesco solo a dire che è una delle più implacabili rappresentazioni dell’idiozia mai apparsa sotto il sole». Scusa la lunga citazione, ma io il pezzo di Michele Serra su Jovanotti uscito alla fine degli anni ’80, penso su Sette del Corriere, me lo tengo sempre a portata di mano. Chissenefrega se poi hanno fatto pace. Vado pazzo per tutto quel boomerismo bullo prima del tempo, quando non c’erano i social, la Sinistra stava dalla parte giusta della barricata, Berlusconi faceva la televisione e Sanremo era un luogo disdicevole da frequentare. Per questo non vedevo l’ora di leggere di nuovo Serra in copertina del Venerdì che va a bere un caffè al bar con Ghali, gli cita l’ottava rima e i cantautori e non fa una piega sul resto: trap, tatuaggi, canne, scemenze. Contrappasso meritato. Vanno nel quartiere a Baggio, il «bar tabacchi gestione cinese sotto la casa popolare dov’è cresciuto», ci mancherebbe. Il controcampo dell’intervista esclusiva prefestival di Sanremo, se ho capito bene, è un’intera crew di Pr, truccatori, parrucchieri, amici e manager, forse anche la mamma di Ghali. Per la gioia del barista cinese. Come sai trovo sempre adorabile Ghali, qualunque cosa faccia. Mi piace questa storia che in classe il prof gli leggeva i temi  ad alta voce (è una cosa che avevo letto raccontare trent’anni fa da uno degli Nwa, per dire che i gangsta non sono poi tanto gangsta ma soprattutto scrittori mancati). Mi piace anche la seguente frase nell’intervista: «Sanremo arriva al momento giusto, nell’ultimo anno ho cercato di seguire i segnali di Dio». Cinque righe più giù: «E poi Amadeus ci teneva». Ecco, questo profumo di misticismo pentecostale a Sanremo, un po’ tipo calciatore alla Coppa d’Africa prima della finale inshallah ça va, mi mancava.

Giovanni Robertini: Cultissimo il pezzo di Serra su Jovanotti, non me lo ricordavo. Certo il boomerismo bullo campa ancora, la trap è stata benzina per gli intellò in crisi d’identità: dalle polemichette sull’autotune alla misoginia dei testi, tutto vale per affermare quell’egemonia culturale che non è di Destra né di Sinistra ma solo anagrafica. Hai letto come si è incazzato il giallista Maurizio De Giovanni per il testo sanremese di Geolier? Dice che è pieno di errori grammaticali, una vera offesa alla lingua napoletana. Già vedo la prossima copertina del Venerdì con lo scrittore tifoso del Napoli che va a vedere la partita con il rapper. Tutto torna. Ultimamente quando incontro i nostri rappettari per le interviste di Rolling – mi è successo recentemente anche con Ghali – mi ripetono tutti che il rap e la trap sono le uniche cose culturalmente rilevanti che sono successe in Italia nell’ultimo decennio. È come se avessero una chat comune – si chiamerà “fuck giornalisti” o almeno “gogna mediatica”, spero – dove hanno deciso che quello era la velina giusta da dare in mano alla stampa. Come dici tu, tra gangsta scrittori mancati monta l’idea che tutti questi bianchi di mezza età che danno giudizi sulla musica, la condotta e la morale non vadano semplicemente ignorati come facevano all’inizio, quando snobbavano le interviste dicendo che un loro post sui social veniva letto da molte più persone di un qualsiasi articolo di giornale. Ora invece cercano il confronto, e giustamente perculano l’interlocutore – come ha sicuramente fatto Ghali con Michele Serra – ripetendo sempre le stesse storie (quella della mamma e del quartiere sta su un Rolling del 2016) e aggiungendo nel finale una sorta di rivendicazione culturale della trap. Senza vittimismo, ma questo lo avevamo già detto.

AP: Rolling Stone traduce un bel pezzo uscito l’altra settimana in USA di due attivisti-scrittori Andrè Gee e Timmotehp Aku dove si spiega che l’hip-hop ha perso tutta la forza politica degli inizi, dominano soprattutto le storie ipercapitaliste trumpiane che raccontano come si fanno i soldi oppure Drake che fa “musica da shopping”. Giustissimo. Però Ghali ha comprato una barca alla ONG Mediterranea, la “Bayna”, che ha salvato fin qua 227 vite. E su questo sto, come direbbe lui. Vedo nel frattempo che il Corriere risponde all’esclusiva di Ghali con l’intervista esclusiva al “genialoide” Dargen D’Amico. Mecojoni. Sembra quella vignetta di Andrea Pazienza dove la macchina precipita dal burrone e uno da dentro grida “aho, passala ‘sta canna!”. Indimenticabile. Il brano si chiamerà Onda alta, parla dei migranti e della traversata in mare, ma questo lo sappiamo già. Seguono alcune dichiarazioni di circostanza dove però non leggo nessuna di queste parole: Giorgia Meloni, razzismo, Piano Mattei, pagliacciata. Capisco che è il Corriere, ma almeno “pagliacciata” glielo potevano lasciar dire. Pensavo anche stamattina ascoltando l’album Ciao America su Spotify, chi gliel’ha fatto fare? Avrebbe potuto cavarsela con l’amore. Il singolo Complicarti la vita, con Beatrice Quinta e Guè Pequeno, è su due tizi che si dovrebbero lasciare ma non ci riescono. Si distingue per l’intervento di Guè con la mano sinistra e il giochetto dell’omofonia: Prendo due stanze in hotel / mi piace quando prendo le distanze da te. Mi ha svoltato la giornata, ti dirò. Il contenuto è niente se non hai niente per dirlo.

GR: Su Dargen sai già come la penso, sono un po’ prevenuto: non capisco mai quanto ci stia prendendo per il culo dietro ai suoi occhiali gorpcore, i doppi sensi e i giochi di parole di X Factor non sono mai un buon segno, anche quando in mezzo c’è un riferimento giusto a quello che succede in Palestina, come ha fatto più volte su Sky. Voglio vederla da un punto di vista hip hop, ovvero: non c’è niente da ridere, l’ironia è sopravvalutata, beccati questa manata sulla Meloni, il lenzuolo Free Ilaria Salis sul palco, e pedalare. Oppure meglio il pop consolatorio del girlpowerism sanremese capitanato da Annalisa. A proposito di polemiche, sai l’unica che vorrei leggere? Quella scritta dai migranti che arrivano sui barconi che, con una paletta tipo Ballando con le Stelle, danno i voti ai prodotti culturali che si sono occupati di loro: pezzo di Dargen, monologo di Sanremo, film di Garrone.

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