Cosa sta succedendo alla Sormani di Milano? | Rolling Stone Italia
ennesima storia triste

Le città stanno diventando musei di sé stesse, lo dimostra il caso Sormani

La storica biblioteca di Milano potrebbe essere presto destituita dal suo ruolo di aggregatore sociale. E, in centri urbani che perdono progressivamente lo spazio pubblico aperto ai cittadini, è una pessima notizia

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Foto: Trnava University su Unsplash

La sala del Grechetto del palazzo Sormani-Andreani in centro a Milano prende il nome da un ciclo di dipinti su Orfeo che incanta gli animali attribuito erroneamente al pittore genovese Giovanni Benedetto Castiglione, detto per l’appunto Grechetto, il cui autore è in realtà appartenente alla scuola fiamminga. Mentre siedo qui, rimuginando su Orfeo e sui suoi quadri che tra non molto tempo torneranno musealizzati in questa sala, vengo strappato ai meandri dei pensieri dall’inizio dell’evento: comincia l’inaugurazione di Sormani70, la serie di iniziative che nell’arco del 2026 celebrerà i settant’anni di attività della biblioteca nel centro di Milano.

Da decenni la Sormani compone un tassello centrale nel cuore del capoluogo lombardo e anche nella mia geografia personale (così come per molti milanesi e non); forse uno dei primi luoghi di cui ho sentito parlare, di certo quello che ho frequentato di più una volta arrivato in città, dove ho scritto tanto e letto ancor di più.

La sua storia è oramai secolare. Fondata nel 1909, la Biblioteca Comunale Centrale di Milano, dopo aver girovagato per mezzo secolo tra un palazzo e l’altro del centro storico della città, si è infatti trasferita a partire dal 1956 a palazzo Sormani, da cui prende il nome. Con più di mezzo milione di volumi a catalogo (pregiati e comuni), sede di iniziative culturali e gruppi di lettura, da settant’anni la Sormani si è costituita come punto di riferimento culturale nel centro di Milano, aperta a tutte e tutti.

Ciononostante non riesco a togliermi l’impressione che questo inizio di festeggiamenti con musica e letture sia più simile a una cerimonia funebre che a un compleanno.

Ciò perché da pochi giorni la giunta comunale ha approvato un atto di indirizzo politico che probabilmente stravolgerà la natura di questo posto. Benché tale atto, approvato il 7 marzo, sottolinea come gli spazi di Sormani restino destinati a uso culturale, resta il fatto che le attività bibliotecarie verranno trasferite alla BEIC, la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, in costruzione allo scalo di Porta Vittoria, la cui apertura è prevista per il 2027.

Siamo perciò a un punto di svolta-chiave per due spazi in una vicenda ricca di luci e ombre che dura da anni.

Il primo progetto della BEIC, infatti, risale a fine anni Novanta, sotto le pressioni dell’associazione “Milano Biblioteca del 2000” a capo di Antonio Padoa Schioppa (il fratello del ministro Prodi). L’idea dal respiro internazionale guardava al mondo francese, in particolare all’imitazione della Bibliothèque nationale de France di Parigi, con un progetto faraonico vinto dallo studio Bolles+Wilson e poi accantonato per una ragionevole infattibilità. Ma forse bisognava solamente aspettare un momento più propizio. Negli anni successivi, infatti, come sa chi la abita da anni, Milano ha cambiato volto e il decennio Expo-Cortina ha costruito un modello di città tanto attrattivo per i capitali, quanto respingente per i cittadini. Proprio in questo contesto, in relazione ai fondi del PNRR, che si è manifestata nuova attenzione per la realizzazione della biblioteca e, abbandonato il progetto di Wilson, è stato indetto un nuovo concorso, finito tuttavia sotto il mirino degli inquirenti nell’inchiesta riguardo la speculazione edilizia milanese del 2025.

La procedura che ha portato alla vittoria di tre società per la realizzazione delle architetture, del paesaggio e delle strutture è stata coinvolta infatti nelle indagini per verificare una possibile turbativa d’asta a causa degli stretti legami tra commissari e partecipanti, in cui sono stati coinvolti l’archistar Stefano Boeri e, tra gli altri, Cino Zucchi, entrambi attualmente non assolti, ma rinviati a giudizio per il prossimo 17 aprile.

Una vicenda dunque, quella della BEIC, non esente dai lati oscuri di un modello urbano perpetrato a suon di abusi edilizi che riguardano larghe fette della città. Molti cantieri sono infatti a oggi bloccati o sotto sequestro, come per esempio i casi di via Papiniano e di Torre Milano (“La città che ti porta in alto”) in via Stresa, e sulle vicende sono in corso le indagini della Procura e della Corte dei Conti, la quale sta analizzando tra i vari fatti, la vendita di San Siro e l’utilizzo dei fondi del PNRR in Lombardia (di cui la BEIC ha beneficiato per 101 milioni su 130 totali).

Ma che sorte toccherà alla storica Sormani, in mezzo a questo pantano?

I problemi, pare, non sono finiti qua, mi racconta Gianni Pizzi, bibliotecario alla Sormani da oltre trent’anni e delegato sindacale RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria): «Un altro tema è l’allestimento della nuova biblioteca i cui costi di gestione sono stimati per circa sei milioni di euro. Il Comune vorrebbe condividere l’onere, mantenendo così la fondazione come consorzio di enti pubblici e privati, ma chi li mette i soldi? Le università? I privati? Oltre a ciò c’è da fare un lavoro enorme, basti pensare che a oggi i periodici alla BEIC non sono neppure catalogati. Manca una riflessione sinergica con la Sormani, soprattutto perché le indicazioni sono poco chiare. In accordo alla vocazione contemporaneistica della BEIC, il trasferimento delle nostre raccolte interessa solamente dal ‘98 in avanti, ma così si rischierebbe un’ipotesi di scarto di quasi 175 mila volumi».

Quando chiedo a Gianni cosa succederebbe se dovesse verificarsi questo caso, mi guarda preoccupato da sopra gli occhiali a doppia lente, rispondendo che non si sa, dal momento che da un lato le intenzioni del Comune sembrano voler svuotare l’edificio Sormani e dall’altro questi volumi non troverebbero una casa nella nuova biblioteca. «Sono quattro anni» continua Gianni, «che chiediamo informazioni sulla governance della nuova biblioteca. Sarà del Comune o di un consorzio misto? Che forma di gestione avrà? Quale sarà l’inquadramento contrattuale dei nuovi assunti? Ciò che vediamo è una sorta di braccio di ferro: da una parte il comune vuole comprensibilmente intestarsi la direzione della biblioteca, dall’altro vuole condividere le risorse di gestione tenendosi anche i privati nella speranza che qualcuno abbia intenzione di finanziare, e però al tavolo occupazionale di quest’anno alla richiesta da dove arriveranno i bibliotecari della BEIC, il Comune ha risposto che la nuova biblioteca è fuori dal suo perimetro».

Una situazione di impasse, insomma, tra un pubblico senza risorse che si affida ad altri per realizzare i progetti e un arretramento degli spazi pubblici veri e propri. Se è vero infatti che il recente atto di indirizzo destina il palazzo della Sormani a funzioni culturali, non è chiaro che forme assumeranno. In altri e disparati casi, infatti, la dichiarazione del mantenimento di una funzione culturale nasconde un grimaldello per spianare la strada agli stakeholder (che anche in questo caso si sono presentati a bussare alla porta della Sormani), verso una capitalizzazione degli spazi. Una funzione culturale, sì, ma non più un servizio pubblico.

La speranza, allo stato attuale delle cose, è quella di poter aprire invece un dibattito pubblico che a oggi non ha ancora avuto luogo e che permetta una equa distribuzione delle risorse, inutili da convogliare in un unico polo quando delle 24 biblioteche rionali meno della metà posseggono i mezzi per tenere aperto più di mezza giornata.

In questo senso, sarebbe auspicabile un’azione concertata tra BEIC e Sormani, che permetta a quest’ultima di mantenere il proprio ruolo di polo bibliotecario – magari storico, a fronte di quello contemporaneistico della BEIC – anche a fianco di nuovi attori. Il margine di azione c’è. Un ruolo ridimensionato, quindi, ma ancora attivo che lascerebbe vivere non solamente uno dei pochi presidi civici nel centro di Milano, ma un simbolo di una città che nella smania di inseguire lo stupore della novità si sta trasformando in un museo di se stessa.