Capita spesso di sentirsi raccontare storie da un mondo passato, di quando ancora ci si sposava a vent’anni e i gelati avevano una grandezza normale e non ridotta ai minimi termini per colpa dello stretto di Hormuz e prima ancor di Lehman Brothers. Le giovani coppie di allora, cresimate e sposate, andavano a vivere nella loro prima e tendenzialmente ultima casa, acquistata dai parenti o con un mutuo irrisorio e l’aiuto sempre dei parenti o comunque sempre e solo all’interno di un affare di famiglia. Infatti all’incirca fino agli anni Ottanta in Italia si nasceva, si cresceva e si restava in famiglia per tutta la vita.
La risibile polemica che sarebbe venuta dopo sui giovani e giovanissimi di trenta e quaranta anni ancora a casa dei genitori si fondava su un particolare non certo irrilevante, la fine dei soldi, ma per il resto non era mai cambiato nulla, salvo che prima si andava nel portone a fianco. Le case restavano sempre un affare di famiglia e degli stretti sodali, quando una casa si liberava per vari motivi veniva subito riaffittata o venduta (spesso sulla fiducia) al vicino o all’amico di famiglia perché la figlia o il figlio ne avevano bisogno. Era un mercato molto fruttuoso e interno in cui non solo si tutelava il valore dell’immobile, ma anche quello del quartiere. Chi nasceva al Tuscolano rimaneva al Tuscolano, chi nasceva a Porta Venezia restava a Porta Venezia. Le comunità erano molto radicate e ovviamente anche molto strette, come caste inviolabili in cui era difficile se non impossibile penetrare. Ne sa qualcosa Sandra Petrignani, a proposito di Trastevere e delle vessazioni verso gli stranieri che vi si stabilizzavano, come ha raccontato nel bellissimo E in mezzo il fiume (Laterza, 2014).
Tuttavia la casa che fino agli anni Novanta appariva come un punto fermo nella famiglia italiana ha iniziato a vacillare. Non solo per i soldi che sono venuti meno, ma anche come direbbero i neoliberisti (come li definirebbero a loro volta quelli che credono ancora che Marx sia un’economista) anche la produttività è crollata. In sostanza non solo poco lavoro, ma anche pochissimo valore. A quel punto la casa è diventata non più il vanto da decorare all’infinito tra finto oro, finti stucchi e veri dipinti della domenica, ma un asset da trasformare in un show room Ikea e da mettere sul mercato.
E così partendo come mufloni pazzi dai centri storici italiani, che sono nelle più belle città del mondo, non ci si è più fermati: la più alta qualità della vita, il miglior prosciutto, il Prosecco che è meglio dello Champagne, la panificazione, le luci di Natale, i presepi, le vecchie sedute fuori dalle porte di casa a parlare tra loro, i vecchi a giocare a carte e a bere vino semplice al metanolo, il tipico, il quadrettato, l’osteria (anche con l’h), la trattoria, il ristorantino, la pizza (la pizza!) e il maritozzo, la carbonara e il cappuccino. Non si sa bene come, ma siamo finiti dentro a un parodia di noi stessi, circondati da popoli molto ricchi dell’Ovest e da popoli arricchitesi troppo velocemente dell’Est. Da una parte il button down e dall’altra l’infradito, le espadrillas e il misto lino e poi lo Spritz al limoncello, la canotta in chiesa, il bar nel museo, il pilates nel museo, l’arredo urbano, il coordinato urbano, i cestini da cambiare a ogni cambio amministrazione (alla faccia del bellissimo e ormai perduto cestino al paletto in lamiera d’acciaio zincata e traforata), insomma detto più chiaramente si è perso del tutto il controllo delle proprie case, città, vite.
Un popolo di agricoltori e poi di operai è diventato un popolo di albergatori, sempre tutti con le case di proprietà, ma abitate da altri seppure solo temporaneamente. Grazie a tutto questo gli italiani – tra un cambio lenzuolo e l’altro – hanno così potuto iniziare ad avere tempo libero per sé stessi diventando creativi e camerieri al tempo stesso.
I centri città sono diventati inabitabili, anche quelli brutti di certe cittadine venete che si credono tutte Venezia o quelli di certi paesini del Sud, che ancora non hanno avuto la licenza nemmeno del nome. Ma tutto questo non conta, l’importante è il tipico e fa nulla se i patrimoni immobiliari che un tempo erano luoghi sentimentali sono stati abrasi da continue sessioni di affitti brevi. Dinamica per altro simile a quanto accade a tutto ciò che non viene considerato tipico, come l’architettura del secondo Novecento che viene deformata a ogni bonus edilizio, cioè circa ogni due mesi. Una mutazione che ha evidentemente dei rilievi psicanalitici perché probabilmente quelle architetture contengono un tradimento inaccettabile, quello di una sorte progressiva liberatoria che non è mai avvenuta, quella di una parabola che avrebbe dovuto reggere trasformando del tutto la società italiana in una moderna e contemporanea.
Del resto è un crollo che non riguarda solo la penisola italiana, ma tutta l’Europa, ormai giardino di svago del mondo, con abitanti che sembrano nobili decaduti ancora tremendamente legati alle loro tradizioni, dal contratto a tempo indeterminato alle ferie d’estate, come se ormai tutti non lavorassero a partita IVA ovvero a cottimo come schiavi di alto lignaggio. In tutto questo a crollare è anche la percezione di sé e del mondo, creando una serie di contraddizioni pesantissime che solo la stupidità mette al riparo dalla tragedia e solo la leggerezza – non calviniana, proprio la superficialità più becera – rende ancora sopportabile.
Di un’epoca che si racconta di passaggio, ma che in realtà è di crollo, anche se ovviamente dipende sempre in quale punto della caduta ci si trova, racconta il bellissimo esordio di Veronica Galli, Una casa da svuotare (Mondadori), un romanzo denso in cui l’autrice ha saputo inserire una perdita e una fine all’interno di una lunga crisi sentimentale che assume, prima della caduta finale, dello svuotamento definitivo, la forma non solo patologica, ma di una struttura naturale. Non si tratta infatti più di una crisi di un rapporto amoroso o di una crisi relazionale, ma del mondo in cui la relazione vive e lo fa ormai sempre più stando all’interno della crisi e alimentandola. Così come cresce la relazione prende corpo la crisi, due dinamiche totalmente intersecate l’una all’altra senza più alcuna discontinuità.
La protagonista si trova così nel momento in cui rifiuta la crisi e la sua permanenza nella relazione come esclusa dalla sua stessa vita, lontana e in opposizione anche alla sua famiglia d’origine oltre che al vecchio compagno. E anche la casa come gli oggetti che vi sono contenuti non solo non riflettono più la sua esistenza, ma in qualche modo la negano pervicacemente. Si dice spesso che il tempo aiuta a dimenticare, ma in verità in un’epoca dalla connessione perenne e dalla vicinanza ossessiva degli uni agli altri, il tempo sembra in grado solo di sedimentare e di far mettere le radici a un’erba indesiderata e invadente. Che sì, il comune di Roma identificherebbe come foraging, ma che in realtà infesta fino a opporsi a ogni pensiero di liberazione.
Il ritorno a casa è negato ormai quasi a chiunque, perché quello spazio è stato ormai deturpato da un turismo estraneo ai luoghi che pretende di visitare e di conoscere così come da un abitare privo di relazione se non in forma problematica o di crisi perpetua. Si può fingere e confondere l’originale con un pensiero che invece si replica all’infinito, tra coppie e case che negano ogni possibilità vera di vita o di espressione vivendo immerse in una palude conformista che nemmeno ha più il coraggio di chiamarsi borghese, ma che anzi rivendica un eclettismo che è solo nei casi migliori follia e nei peggiori un totale disinteresse dell’altro che è ormai ha assunto la forma di un infinito fuori spaventoso e spaventevole. Un reazionariato diffuso che colpisce l’avvocato e il barista, il medico e lo studente.
Un villaggio di figuranti dentro a cui donne e uomini possono solo provare non a immaginare, ma a ricostruire quel che resta dei loro legami, accettandone la fragilità e la precarietà e anche la pochezza come capita in momenti ed epoche di diffusa povertà. Raccogliere quel che resta per provare così a portarsi a casa – qualunque forma essa ormai possa avere, dalla tenda in su – un po’ di sana sincerità. Un ritorno che potrebbe essere un primo passo verso qualcosa di così proprio e originario da apparire nuovo e liberatorio.









