Su YouTube ha raggiunto ormai quattro milioni di visualizzazioni il duetto tra Crozza Bersani e Bersani Bersani che andò in scena quasi quindici anni fa su La7. Mentre Berlusconi viveva l’inizio della sua lunga fase calante, ecco che Bersani saliva sul palco affrontando direttamente con autoironia una delle imitazioni più riuscite di Maurizio Crozza. Dopo decenni di satira e umorismo mal vissuto da Bettino Craxi fino a Massimo D’Alema (querele comprese), ecco che Bersani prendeva la palla al balzo cogliendo il vantaggio di associarsi e non di scontrarsi con un personaggio così popolare, che lo aveva fatto non solo conoscere ancora di più, ma lo aveva reso – proprio evidenziando i suoi tic – ancora più simpatico. Poi sarebbe venuto l’eccesso di voler smacchiare il giaguaro, lo streaming con i Cinque Stelle e il rottamatore d’Arabia. Tuttavia ancora oggi Bersani conserva una sincera stima e simpatia trasversale e politica, tanto che molti si sono spesi nel proporlo ultimamente come potenziale federatore del centrosinistra o campo largo.
Oggi però che tutto è ancora più accelerato, ecco che i social nella loro ultima mutazione, ovvero quella di micro-palcoscenici in forma di reel diffusi su ogni telefono, rappresentano l’ultima avanguardia per accedere al consenso popolare e in particolare quello dei giovani. Una specie considerata a parte dal mondo politico, che nell’ultimo referendum si è però palesata risultando una componente del corpo elettorale talmente tanto ignorata da essere ormai divenuta effettivamente decisiva.
Inadeguati a tutto, ma non all’ironia e all’umorismo, i politici contemporanei azzardano così la scalata al consenso riproponendo un grande classico della commedia umoristica, la scenetta. In un mix tra humour elvetico e stacchetti cringe, i politici contemporanei, ormai degni tutti di almeno un ruolo in un film di Neri Parenti, si lanciano con alterne fortune nella riedizione in versione reel di Vacanze di Natale, là dove ogni scenario è buono per mostrare un fare tutto da mostrare. Tra i primi a lasciare un segno tra pollice e schermo il compassato – fino ad allora – sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Figura quasi austera, ex presidente della commissione economica del Parlamento Europeo e Ministro dell’Economia e delle Finanze del secondo Governo di Giuseppe Conte (a sua volta passato alla storia come Giuseppi, così come lo chiamava il capocomico e poi guerrigliero Donald Trump), Gualtieri dopo un inizio stentato e silente – al punto che si stava diffondendo il meme: “Dov’è Gualtieri?” – dal 2024 diventa una presenza quotidiana delle timeline dei suoi cittadini e non solo.
Un fenomeno che oggi conta oltre duecentomila follower. Cuore della sua fama le performance attorno al nuovo cestino Cestò. Complice un gioco di parole in romanesco tanto infantile quanto cringe che però fa la sua fortuna, perché Gualtieri non è mai aggressivo e ancor meno vanitoso. Gualtieri si tiene ben alla larga anche dall’inguardabile sottobosco politico che negli anni ci ha regalato performance di arte varia da Antonio Razzi a Marco Rizzo, dal magico duo Fratoianni-Bonelli fino alle esibizioni radiofoniche di La Russa e quelle sulla pista di ballo – con frattura – di Michele Emiliano. Roberto Gualtieri infatti non ha mai paura di apparire sempre un po’ fuori posto, imbarazzato e anche un po’ poco coordinato, tranne quando gli si mette in mano una chitarra e allora sì che lì un po’ di vanteria la tira fuori.
Ora, tutto si può pensare di Gualtieri, ma di certo non che non sia attraversato da buoni sentimenti, in particolare verso il binder e i centimetri necessari prima che venga posato lo strato di asfalto; verso le mattonelle in gomma delle aree giochi; verso le aule studio e la riverniciatura della tangenziale est. Gualtieri, ma si dovrebbe scrivere Gualtiery – come ha intuito Giani o qualcuno nello staff del presidente toscano, cha inglobato tra i collaboratori proprio l’ideatore della pagina È quasi magia Giany – vendica anni di necessaria e presunta performatività dell’uomo politico. Anni di ridicola retorica sulla coolness obbligatoria, che Gualtieri ha spazzato via imponendo un nuovo stile che è però possibile solo attraverso una dose generosa di autoironia.
Una comunicazione che non entra direttamente nel merito dell’azione politica, ma la presenta senza rappresentarla. Una pulizia comunicativa che sembra aver dimenticato subito, al contrario, Giorgia Meloni, nonostante la vicinanza con Federico Palmaroli, l’ideatore della pagina Le più belle frasi di Osho. E i crash comunicativi sono dietro l’angolo, basti ricordare il recente, e famigerato, caso della foto falsa resa “vera” tramite la ricondivisione da parte del profilo ufficiale della Presidente.
E pensare che all’inizio di tutto c’era La bestia salviniana, tutta sputtanamento e aggressività. Ma si sa che Salvini ha la caratteristica rara di anticipare sempre i tempi arrivando sempre in ritardo, ritrovandosi così in un mondo parallelo dentro al quale si mette a fare la pizza mentre Giletti lo intervista o a farsi insultare dai vicini di casa mentre fa una diretta streaming e infine a ribaltarsi con la bicicletta come un Fabrizio Corona in libera uscita.
Certo è che, messe in fila di seguito, tutte queste performance, dal Cestò di Gualtieri alla pala di Alemanno sotto la neve, fino alle domande ficcanti di Fedez a Giorgia Meloni, creano una solita nenia che porta a rimpiangere la Prima Repubblica, Berlinguer e Moro in testa. E lasciano la sensazione che il motivo non sia solo da intestarsi agli elettori, ma anche agli eletti. Un tempo, se proprio buttava male, si finiva a farsi prendere a torte in faccia al Bagaglino e la cosa comunque riguardava esclusivamente le seconde e le terze linee della classe politica (in alcuni case diventate le prime di oggi, ma questo si sa, è la bellezza degli anni Duemila).
Cosa ci fosse di male nelle terrazze romane lo sa solo Jep Gambardella, che probabilmente non ha mai provato a fare una diretta Instagram. Così come non si sa oggi cosa ci fosse poi così di male nella fermezza comunista e nel sussurro democristiano. Forse alla fine è sempre tutta colpa dei socialisti (peccato che René Girard non se ne sia occupato) e in generale della loro pretesa di felicità e di godimento. Tanto che oggi la Milano da bere viene ricordata come l’inizio della fine, ma anche come l’ultima Milano democratica e popolare. C’è poco da fare: all’impegno è seguito il disimpegno, e alla camicia la canotta. Poi dopo il disimpegno eccoci arrivati all’engagement, ovvero là dove la canotta perofil di Bossi è stata sostituita dalla canottiera vista capezzolo di Mr. Marra. Chissà se tutto questo ce l’aveva già detto Massimo Cacciari trent’anni fa. Pure lui passato dallo Steinhof al meme.















