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La mia prima festa del papà a Tel Aviv

Il piccolo si chiama Dante, ha un mese e mezzo, ha la mia bocca e il naso della madre. Sulla carta, però, non è mio figlio: legalmente non ha un padre, perché in Israele non mi permettono di riconoscerlo. Si chiama violenza burocratica e ormai da anni la subiamo tutti, cittadini e stranieri, padri e figli. Quindi, purtroppo, oggi festeggio a metà

Foto di Kelly Sikkema via Unsplash

Oggi festeggio la mia prima festa del papà. Il piccolo si chiama Dante, ha un mese e mezzo, è nato a Tel Aviv, ha la mia bocca e il naso della madre, così sembra, ci sarà tempo per capirlo: novi misi novi visi, come dice mia nonna, ora bisnonna. Di certo c’è che sulla carta, Dante non è mio figlio. Legalmente cioè non ha un padre, perché non mi permettono di riconoscerlo. Quindi diciamo che oggi festeggio a metà.

Ma mettiamo un po’ di ordine in questa storia kafkiana che vi voglio raccontare. La storia inizia nel 2020 quando con Lihi decidiamo di volerci sposare, è una giornata di sole freddo a Torino e allora tutto contento decido di telefonare all’ufficio matrimoni del comune per chiedere di avere un appuntamento per il rito civile.

Certo mi dice la responsabile, bene dico io, la mia compagna è straniera, di dove, israeliana, allora no, perché no, perché Israele non permette ai suoi cittadini di sposarsi con persone di altri stati in altri stati, deve richiedere un nullaosta. Studiamo cosa sia questo nullaosta: un documento da parte dell’ambasciata israeliana che permetta a Lihi di sposarsi con me. Facciamo richiesta, negata. Perché mai? Perché Israele in automatico nega un diritto fondamentale come quello del matrimonio se a sposarsi non sono due israeliani con rito religioso.

Partono chiamate con avvocati, ricerche di diritto internazionale, dottore, ambasciatore, la ringrazio, prima soluzione: si potrebbe fare causa e impugnare il nullaosta negato, ci vogliono i cash e un paio d’anni ma poi si vince, è un diritto fondamentale. Studiamo ancora, scopriamo che la soluzione più semplice è andarsene a Cipro e sposarsi lì dove l’unione tra due individui è libera e tutelata a livello internazionale. Lo facciamo. Passaporti, molecolare, traduzione, Apostille, notaio, cash: partiamo. In piena pandemia in fila ci siamo noi, coppie israeliane che rifiutano il matrimonio religioso, coppie musulmane, coppie miste, coppie omosessuali.

Il 28 luglio l’ufficiale Mary del comune di Paphos ci sposa. Fatto. Con il certificato di matrimonio in mano rientriamo in Italia, lo facciamo tradurre, Apostille, notaio, dottore caro, cash, prenotazione, appuntamento, fila, ufficio registrazione matrimonio del comune di Torino, trovo Concetta, che mi dice: bene i documenti ci sono. Ottimo dico io, il primo appuntamento è tra un mese dice lei, ma dico appuntamento per cosa se sono qui davanti a lei e ho preso appuntamento due settimane fa, vede bisogna scrivere i vostri nomi qui, stampare, firmare e timbrare.

Ah dico io, ma non sono qui per questo? Signor Bisceglia adesso non possiamo, allora io insisto, evidentemente così determinato inizio a piacerle e a un certo punto Concetta mi dice, lei Bisceglia per caso è pugliese? Esatto, di Bisceglie mento io, anche io sono pugliese dice Concetta e le si illuminano gli occhi, allora faccia una cosa signor Bisceglia, vada a prendersi un caffè e torni, alza la cornetta e chiama un interno: Marisa vieni un attimo che devi firmare una carta. Vada vada signor Bisceglia il tempo di un caffè, si fumi pure una sigaretta. Fatto. Matrimonio registrato nel tempo di un caffè e una sigaretta.

Facciamo che saltiamo la parte di Lihi che ora è legalmente sposata con un italiano in Italia, ma deve ancora ottenere i documenti, prima di tutto il codice fiscale, si deve mettere in fila con gli altri stranieri in corso Brescia, dove se ti va bene e vai verso le 5.30 del mattino forse per le 16 entri ma esci quasi sempre con un nulla di fatto. C’è gente che dorme lì dalla notte prima. Intervento divino, abbiamo il codice fiscale.

Due anni e mezzo dopo eccoci qui con Dante, alle 4 di mattina del 31 gennaio esce fuori, dopo un travaglio di 15 ore, mamma devastata, papà devastato, 48 ore di vita e arriva Maya dell’ufficio anagrafe israeliano, profumata, truccata, capello stirato, giacchetta e tacco, dice, documenti della madre, bene, papà? Sono io. It’s me, Ani. Israeliano? No, italiano. Sventolo il passaporto. Allora non la posso registrare come Padre. Ma come? Ma siamo anche sposati. Non si può. Primo diniego, questo bimbo di 48 ore non ha diritto ad avere un papà. Che ha accompagnato la mamma in 15 ore di travaglio, che puzza e non si lava da due giorni, che c’ha messo gli spermatozoi. Cosa fai ti incazzi più del dovuto in ospedale? Ma va. Poi andate all’ufficio anagrafe, dice Maya, e quando richiedete il certificato di nascita potrete indicare il nome, io qui non posso metterlo.

Ministero degli Esteri, ufficio anagrafe. Dante ha due settimane e non ha un papà. Ma perché? Ani Abba, sono il padre, anche la madre conferma. L’ufficiale Ron inizia ad appellarmi con il sir. No sir, please sir, yes sir. Dovete prima registrare il matrimonio in Israele sir. Eccolo, abbiamo la copia tradotta diciamo noi, traduzione, Apostille, notaio, cash, dottore, la ringrazio, abbiamo anche il certificato original English Comune di Paphos. Non va bene. Perché mai? Siccome non avete registrato il matrimonio nell’arco di un anno, ora dovete produrre altri documenti: un fascicolo contenente le prove che state insieme da almeno un anno prima del matrimonio, foto, video, chat, email, biglietti aerei, biglietti del cinema, quei video in cui fate sesso in quello scantinato affittato con sublet a nero a New York, ma soprattutto, dice a me, il suo certificato di stato libero prima del matrimonio, in originale. Ma come? Cerco di spiegare: il certificato è in possesso del comune di Paphos, traduzione, Apostille, notaio, cash, dottore, la ringrazio, come lo recupero che non lo restituiscono; che richiesta è? Se non fossi stato libero non avrei potuto sposarmi, sul certificato di matrimonio c’è scritto Single. È un atto retroattivo, non posso più richiederlo al comune di Torino. Do you get it, sir?

Pausa, qui c’è da spiegare un attimo di psicologia israeliana, non solo burocratica, il sistema qui funziona così, la migliore difesa è l’attacco, soprattutto se incontri qualcuno che non parla inglese, non è lui o lei che si sente a disagio, sei tu, immediatamente, ti sputano in faccia una aggressività verbale in ebraico stretto che tu vorresti rispondere in dialetto calabrese e fare aggrovigliare quelle parole che vengono dall’Arabia e dal greco e dal latino e farle esplodere in una grossa bestemmia di una lingua che non esiste.

Dante festeggia un mese ed è ancora senza Padre. Allora uno che fa, dice, adesso vi faccio vedere io, vado in ambasciata e faccio scoppiare un casino, saranno pure diritti violati di un minore, figlio di un italiano quindi italiano, c’è scritto così sul sito del Ministero degli Affari Esteri, i figli di madre o padre italiani anche se nati all’estero sono cittadini italiani, quindi qualcuno mi aiuterà, io italiano in terra straniera. Genitore uno, due, tre, eterosessuali meloniani. Prima email, prima risposta negativa, seconda email, spiego meglio il caso, ufficio consolare, altra risposta negativa, terza email, vengo in Consolato, voglio parlare con un funzionario, la ringrazio. Bandiera italiana, piano 22, corridoio, porte blindate, video citofono. Sono Bisceglia ho mandato email, ho bisogno di parlare con un funzionario.

Aspetti lì. Venti minuti, in piedi, nel corridoio, ricitofono. Sono Bisceglia ho mandato email, ho bisogno di parlare con un funzionario. Esce un carabiniere, dice, ho fatto richiesta ma lei deve aspettare qui, dico, ma neanche sedermi, una sala d’attesa. No, se non ho ordini di farla entrare, deve stare qui. Nei corridoi di fronte agli ascensori, circondato dalle porte blindate del mio Paese mi faccio un selfie, altri venti minuti, escono il carabiniere di prima e un altro signore, dico ah un funzionario, lei è il dottor, non sono dottore risponde lui, ah dico ma almeno posso accomodarmi le faccio vedere i documenti, no mi spiace non può entrare, va bene Kafka aiutami tu, tiro fuori il fascicolo. Niente, il signore è un amministrativo, l’altro un carabiniere, mi violentano anche loro, ma ancora qui ho la forza di reagire, voglio parlare con un funzionario. Altri venti minuti e siamo ad un’ora nei corridoi, esce il primo segretario, dottore Palozza, mi guarda, dico, posso entrare? No, mi dica qui che andiamo di fretta, poi si illumina, sarà stato pugliese ma ha l’accento romano, fa, ha ragione qui parliamo di violazione di diritti di un minore, mi dia un paio di giorni, contatto la Farnesina e vediamo come possiamo aiutarla.

Allora mi illumino io, qualcuno mi vuole aiutare, esco sul lungomare di Tel Aviv, Dio benedica il mare, tutti i suoi pesci e tutti i suoi morti. Prendo un caffè, c’è vento, sarà un buon segno.

48 ore dopo nessuna risposta, intanto avvocati, diritto internazionale, Roma, mio padre, la Farnesina, dottore, ambasciatore, la ringrazio. 72 ore dopo mi chiamano dal consolato e mi strapazzano con garbo, ora mi danno del dottore, guadagnato col 110 e lode in diritto internazionale, dicono: noi con lo stato di Israrele non possiamo fare niente e il certificato di nascita spetta a loro, poi quando torna in Italia va al comune di Torino (da Concetta penso io) e prova a fare una dichiarazione di paternità, una autodichiarazione come si fa per i figli naturali. Ah, poi lei non è iscritto all’aire (ma cosa c’entra? Penso io con il mio 110 e lode), lei è qui con un visto turistico, le consigliamo di mettere in regola la sua posizione con lo stato di Israele.
Dico solo: ma io sono qui perché è nato mio figlio. (Non è vero, dico anche un sacco di altre cose.) Poi mollo, cedo alla violenza da tutti i lati, abusatene pure e tutti ne abusano, ognuno a suo modo.

Dante oggi ha un mese e 19 giorni, non ha un papà, mia moglie è madre single, probabilmente entrerà in Italia come cittadino straniero, nessuna assistenza sanitaria, asilo ecc. e mi toccherà fare tutto daccapo. Non posso firmare nessun documento per lui, non può ricevere l’eredità dei miei debiti se domani morissi, portare il mio cognome. Signor Bisceglia.

E oggi festeggio anche San Giuseppe, nome del nonno che non ho mai conosciuto, nome che ho tradotto in quasi tutte le lingue e che la Morante mi ha consegnato bello srotolato in multi strati quando ho letto La Storia, che quando sono arrivato a Torino uno che si chiamava Beppe mi ha chiesto, ma Giuseppe Beppe o Peppe, perché se è Peppe allora sei terrone, qui in medio oriente dovrebbe essere Youssef, Yossi per gli amici, in America me la cavo con Joseph per sfuggire a Giuseppy, in Spagna con Josè. Che poi per i cristiani Giuseppe è proprio il padre che non è padre, come me, ma magari Dante fosse figlio dello spirito santo e di conseguenza il nuovo messia. Peccato che Lihi non si chiami Maria e non sia nata a Nazareth.

Ho tutti i nomi degli ufficiali che ho incontrato, i loro visi e le loro voci impresse nel cervello. Qualcuno ha anche provato a dirmi di tacere che poi non mi fanno rientrare in Israele, che poi mio figlio avrà problemi, perché non ne abbiamo già?
Allora auguri ai papà e ai Giuseppi, a tutti quelli che un figlio lo vorrebbero, soli, in coppia, coppia mista, adottati, naturali e legittimi, auguri a tutti gli abusati, auguri perché tutto poi si risolve. Si risolve sì, ma questa è la storia di un privilegiato che può pagare traduzione, Apostille, avvocato, notaio, cash, dottore la ringrazio.

Si chiama violenza burocratica e ormai da anni la subiamo tutti, cittadini e stranieri, padri e figli. Io una cosa però la spero ancora: che quando andrò all’ufficio anagrafe del Comune di Torino, allo sportello troverò Concetta.

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