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La dura legge del Matrix: i nemici sono i nemici, e a volte tocca ai cinepanettoni

Nel nuovo disco di Simba La Rue ‘Tunnel’ non c’è traccia di vittimismo. Da altre parti, invece, c'è ancora chi grida ai crimini della cultura woke quando ci toccano 'Vacanze di Natale'
Simba La Rue

Foto: Warner Music Italy

Giovanni Robertini: Questa mattina sono andato in palestra solo per ascoltare in cuffia il nuovo album di Simba La Rue. Mica potevo restare sul mio divano Ektorp Ikea fissando la palette pastello degli Adelphi sullo scaffale della libreria, anche la trap merita un po’ di rispetto. E così, tra una cyclette e un bilanciere, mi sono vissuto la Simba experience: basi cupissime, “depre” come questa milanesissima giornata di pioggia, e ritmo angoscioso a bassa intensità, tipo allarme delle macchine o sirena della polizia, su cui sono appoggiate rime-calembour gangsta, spesso tanto sgangherate quanto efficaci nel tratteggiare la poetica del ragazzo di strada senza compromessi. Sarà stato l’eco dell’infinita conferenza stampa della Meloni, ma quello che mi ha colpito di questa trap hardcore “nel Matrix” – come Simba stesso definisce il suo criminale Mondo di mezzo – è l’assoluta assenza di vittimismo: i nemici sono i nemici, ce ne è anche per gli sbirri e Salvini, ma il vero cattivo è solo lui, e la colpa, se c’è, è del sistema. Sparatorie, mica sporco le nocche / Ka-Kalashnikova impregnata d’impronte… tutto il resto è commedia, come la pistoletta fumante di Pozzolo. Come in un film d’azione, rapine, spari, carcere, spaccio: probabilmente i ragazzi impazziranno per il nuovo Rambo rapper di seconda generazione e quasi sicuramente Del Debbio e la gang di Rete 4 si fregheranno le mani pensando a qualche sottopancia dedicato a Simba che possa battere quello andato in onda ieri sera: “Pistole e violenza, Milano ostaggio dei baby immigrati”.

Alberto Piccinini: Bello il sottopancia, l’ho visto. Anch’io stamattina presto volevo ascoltare Simba La Rue come si deve, perciò ho rinunciato alla solita camminata, sono salito sulla mia Panda hybrid e ho puntato verso i batiment di Tor Bella Monaca (muoio dentro i batiment / ho fatto cose no non so). A un certo punto ho pure chiuso gli occhi fingendo di stare su una Mercedes G63, tanto piovigginava e in giro non c’era nessuno, un po’ di roulette ci poteva stare. Queste basi tutte uguali della trap, con sopra versi che non iniziano né finiscono mai davvero, sono come la musica degli horror quando cammini e c’è l’assassino che arriva da dietro. Mi sono segnato due barre. Una è la più politica: Ho un amico che fa shipping e l’altro che fa shopping, shipping vale anche per scippi secondo me, stesso suono, una specie di nichilismo capitalista rapace. L’altra è la più cialtrona: Mi entrava in casa la Digos / ho preso casa a Mikonos, che è proprio una furbata da ultimo banco, il ragazzo non si impegna, non fa una rima neanche se lo paghi e Simba lo sa, lo sanno anche i suoi ascoltatori, e questa complicità mi esalta. L’ultima: fanculo Salvini fanculo lo stato (Salvini è gratuito, come quell’altro rapper che in un freestyle ci ha messo dentro Giorgia Meloni, ma vabbè), studiare per 20 pali l’anno per fare l’operaio non sono mica uno schiavo. Vacanze a Montecarlo, che vorrei dedicare a Toni Negri, al rifiuto del lavoro salariato e alla fine dello stato borghese, appena seppelliti al Père-Lachaise di Parigi in mezzo ai grandi: Jim Morrison ed Édith Piaf. Appena torno a Parigi ci vado.

GR: Sono uscite anche le classifiche dei dischi più venduti, e subito ho letto sui social le urla del lamento Boomer davanti al trionfo di Geolier: mala tempora, decadenza, signora mia, ai miei tempi! Ma facciamo finta di nulla, solo un’occhiata veloce alle top ten di fine Anni Novanta con Antonacci e Ligabue. Insomma, Que viva Geolier, e per almeno un anno basta classifiche e panettoni. Quello della Ferragni è costato carissimo, a lei, pure la Coca Cola ha bloccato lo spot sanremese, peccato, perché il nostro Superbowl dell’Ariston dovrà accontarsi dell’ennesima cringiata tipo Coconuda. L’altro panettone, quello cinematografico, è stato oggetto di un pezzo sul New York Times, e subito è nata la pretestuosa e infondata polemica: indignazione woke per Vacanze di Natale? Non so tu che ne pensi della panna che hanno montato sui fogli anti-woke in questi giorni, io mi spendo l’ultima cit. di Simba: Gio-Gio-Giornalista, fanculo al tuo articolo.

AP: Anche queste Vacanze di Natale ce le siamo levate dalle palle, stavo per dire. E invece no, il dibattito non accenna a finire. Mamma mia. Quel poveretto di inviato del NYT è andato a Cortina e ha scritto la stessa cosa che aveva scritto il Corriere venti giorni fa: la festa dei quarant’anni era una poveracciata, le battute di De Laurentiis e Jerry Calà che se la prende col politicamente corretto perché non lo fanno lavorare erano patetiche. Sai come la penso: il woke non esiste, la cancel culture è una boiata inventata per fare meglio le vittime. Immagina che bello se ci fosse davvero una stanza dei bottoni woke. Salta su uno del Foglio, un Giubilei o uno così, prendi la mira e spari. Metaforicamente, tipo videogioco. Su Vacanze di Natale l’inviato del NYT ha scritto gleefully vulgar, allegramente volgare. Capirai. Ma che ci aspettiamo da gente che fa i dibattiti senza neppure sapere di che si parla, cosa ha detto uno e cosa ha risposto l’altro? Ho un sogno. La sera del prossimo confronto TV, Elly Schlein e Giorgia Meloni si mettono a parlare di cinema: la Garbatella nelle serie TV, gender e cinepanettoni, Christian De Sica e Vittorio De Sica, maschera e scalata sociale, tipo esame del DAMS. Che bellezza. E comunque ho rivisto Ogni maledetto Natale di Ciarrapico, Vendruscolo e del povero Mattia Torre. La prima parte dei redneck umbri, spurchiafiletto, qualcuno la ricorda? È roba tipo Manny Pozzolo, il pistolero, recuperatela. La scena in cui Giallini posa la pistola sul tavolo imbandito e dice allo sprovveduto Cattelan: «Sono guardia giurata, vent’anni che sto in carcere e non ho mai fatto male a un cristiano. Ti pare giusto? (pausa) Eh, ma prima o poi succederà». La so tutta a memoria. Il prossimo Natale compie dieci anni, soltanto mezzo film vale tre cinepanettoni, mi preparo alle celebrazioni, fate come vi pare.

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