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Keanu Reeves e Alexandra Grant: comunque se ne parli, si sbaglia

Sbaglia la massa di villani che critica la fidanzata dell'attore, sbaglia il mucchio di buonisti che la difende, sbaglia chi dice che è bella, sbaglia chi dice che è brutta, sbaglia pure chi dice: non me ne potrebbe fregare di meno

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

Un mio amico su Facebook ha un album fotografico che s’intitola «Dacci oggi il nostro blabla quotidiano», dove raccoglie tutte quelle istantanee che in determinati periodi infiammano l’internet senza un particolare motivo. Dentro ci sono la pizza di Cracco; la maglietta-senza-reggiseno-sotto di Carola Rackete; Rita Pavone incartapecorita che se la prende con i Pearl Jam; Virginia Raffaele che inneggia a Satana. Preciso com’è, mi sono sorpresa che non abbia incluso Alexandra Grant, la – compagna? Fidanzata? Amica? Forse meglio ricorrere a un inglesismo per toglierci dall’impaccio – ladyfriend 46enne con cui Keanu Reeves s’è presentato sul red carpet del LACMA Art + Film Gala, evento a sostegno del Los Angeles County Museum of Art tenutosi lo scorso 2 novembre.

La signora Grant e l’attore «che non ci meritiamo» si conoscono da parecchi anni, e ultimamente le solite voci di corridoio confermano che, galeotta una collaborazione lavorativa, oltre all’amicizia ci sia di più. Tutto bene insomma, o forse no. Perché la suddetta signora, visual artist e scrittrice di un certo successo, non solo non appartiene al cerchio magico delle celebrity e al circoletto delle ultra quarantenni in formissima di Hollywood, ma – orrore, orrore! – sfoggia con un certo orgoglio i suoi capelli grigi, non ricorre a generose punture di botox, si veste adeguatamente per la sua età e ha solo 9 anni in meno del 55enne Reeves. È una tipa normale Alexandra Grant, rea anche di non soddisfare la sete perenne del chi-sta-con-chi, che ci tiene incollati alle gallery di Perez Hilton fino alle 2 di notte: i famosi li vogliamo accoppiati tra loro e quando scelgono perfetti sconosciuti ci rimaniamo male, ché il gioco perverso di immaginare le loro vite scintillanti è d’improvviso più difficile e meno affascinante.

Ad accendere la miccia del bla bla quotidiano e del sovraffollamento di post che da giorni intasano i social, insomma, basta ben poco: una tinta non fatta, un anno di nascita, troppe zampe di gallina, una carriera dal taglio radical chic. Il meccanismo qui però diventa più subdolo e insidioso, trasformandosi di colpo in un campo minato di politically correct e istanze femministe pronte a esplodere. Sbaglia la massa di villani che critica Alexandra Grant, il popolino convinto che tutte le donne debbano avere massimo trent’anni, la pelle liscia come il culo di un bambino, la messa in piega fresca di parrucchiere e outfit che non oltrepassano mai il limite del buongusto. Sbaglia il mucchio di buonisti che la difende utilizzando descrizioni non lusinghiere – «la compagna più giovane di soli nove anni, alta, spirituale e coraggiosa» – riducendola «a specchio della grandezza di lui». Sbaglia chi osa definirla, come se non ci fossimo passati tutti, dal momento imbarazzante di ogni relazione in cui nome e cognome non bastano più e urge un chiarimento: amica? Ragazza? Frequentante? Ladyfriend? (Io in casi del genere voto per l’ultimo, sempre). Sbaglia Sua Maestà Helen Mirren, che paragonata ad Alexandra Grant ha replicato «È una cosa molto lusinghiera. Conosco Keanu ed è adorabile, quindi lei dev’essere altrettanto», riportando così subito l’attenzione sul maschio. Sbaglia chi dice che è bella, sbaglia chi dice che è brutta, sbaglia pure chi dice non me ne potrebbe fregare di meno: ma come, è l’argomento del giorno, non avere un’opinione in merito costituisce reato.

I fini esegeti del web si riempiono la bocca accusandosi l’un l’altro, eppure non riescono a trovare una soluzione univoca alla domanda di fondo: come ne dovremmo parlare per non pestare una merda? In un’epoca dove offendersi è il nuovo nero, è davvero lesivo nei confronti di Alexandra Grant ricordare le sfighe che hanno costellato l’esistenza di Keanu Reeves (la tragica perdita della compagna Jennifer Syme e della loro figlia Ava) e rallegrarsi del fatto che ora, forse, ha ritrovato la serenità? Farle un complimento equivale a sottintendere comunque un velato body shaming? Fino a che punto è giusto equiparare Reeves all’anti-DiCaprio, elevando la passione del buon Leonardo per le super modelle a massima offesa nei confronti delle donne?
Scartabellando tra i tanti commenti pubblicati a riguardo, pare che l’ipotesi più accreditata rimanga «tenere la bocca chiusa, dato che del vostro parere non interessa ovviamente a Keanu, ad Alexandra Grant e a nessun altro, me compresa» (cito testualmente da un post Facebook rubato a un profilo filo-femminista): detto in altri termini, se siamo incapaci di gestire giudizi divergenti, l’unico modo per uscire dall’impasse sembra restare in silenzio. Il cui corollario, va da sé, implica la chiusura dei giornali, la chiusura dell’internet, la sparizione dell’album fotografico del mio amico, la soppressione del mio personalissimo blabla quotidiano che coltivo con dedizione su almeno cinque chat.

Ai posteri con molto tempo da perdere l’ardua sentenza. Resta il fatto che Keanu Reeves, Keanu il gentiluomo, Keanu la star timida e schiva, con il suo exploit sul tappeto rosso è tornato prepotentemente sotto le luci della ribalta, surclassando buona parte degli ospiti presenti all’evento di Los Angeles – Leonardo DiCaprio e Camila Morrone compresi, per l’appunto. Io ora me lo voglio immaginare così, mentre cammina al ralenti al ritmo di Sail degli Awolnation e schiaccia cinque alti sia agli hater che sputano commenti al vetriolo, sia ai fanatici che vedono sessismo ovunque: elegante e talmente educato da non lasciar trasparire che in cuor suo sta mandando a cagare tutti.

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