In un mondo dove tutto è già visto, meno male che c’è Beyoncé | Rolling Stone Italia
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In un mondo dove tutto è già visto, meno male che c’è Beyoncé

'Cowboy Carter' ci avvisa che trap e rap hanno i giorni contati. Intanto si avvicina la seconda stagione di 'Belve' e i dischi zeppi di featuring provocano discussioni su Facebook che ci fanno capire che, dell'eterno ritorno dell'uguale e del prevedibile, ne abbiamo abbastanza

In un mondo dove tutto è già visto, meno male che c’è Beyoncé

Beyoncé

Foto press

Alberto Piccinini: Buona Pasqua e grazie Dio per averci regalato le canzonette. Amen. Per gli approfondimenti del nuovo album di Beyoncé in queste vacanze – come mi suggerisce di fare anche la recensione di Rolling Stone – pensavo di essermela cavata ascoltando il primo disco country di Tina Turner del 1974 e recuperando tutto Charley Pride, prima superstar afroamericana del country che nessuno sapeva essere nero finché si presentò su un palco a Detroit nel 1967 di fronte a 10.000 bianchi. La casa discografica si era guardata bene dal distribuire in giro le foto, lui disse soltanto: «Lo so che è strano venire a cantare a un concerto country con un abbronzatura permanente» e tutti risero, il che ci ricorda qualcosa di imbarazzante del nostro recente passato. Poveretto, che vita ha fatto Pride. Ma questo disco di Beyoncé è un’enciclopedia, una roba tipo l’Histoire(s) du cinéma di Jean-Luc Godard (guarda che ti vado a tirar fuori). C’è Blackbird dei Beatles e ci sono i Beach Boys, Dolly Parton e Willie Nelson che fa il dj. Pure il singolo con Miles Cyrus II Most Wanted l’avevo preso sottogamba, tanto si sentirà ovunque, ma c’è dentro un arpeggio dei Fleetwood Mac e tutto Thelma e Louise, capolavoro del cinema queer hollywoodiano. Ci sono queste due donne che spingono l’acceleratore sull’autostrada 405 come due ricercate e fumano fuori dal finestrino, dice la canzone. «Non sapevo cosa volevo finché non ti ho visto in viso, e ho detto addio alla mia vecchia me». Bello. «Io sarò il tuo shotgun rider», continua il ritornello. Molto bello. Ho preso il vocabolario: lo shotgun rider era il tizio che sulle diligenze del Western stava accanto al guidatore con il fucile in mano pronto a sparare, in gergo è quello che in macchina si siede nel posto davanti. Già l’apparizione delle armi in autostrada in mano a una ragazza afroamericana è una cosa di cui non saprei valutare la portata simbolica da qui. Inoltre un anonimo commentatore del sito Genius lega questa canzone alla suocera di Beyoncé Gloria Carter, che si è sposata l’anno scorso con la sua compagna Roxanne Wiltshire. E qui, di fronte a una canzoncina che mette insieme Miles Cyrus, i Fleetwood Mac, Thelma e Louise, il simbolismo delle armi tra blaxploitation e Black Panther, il matrimonio della suocera con la sua compagna tipo fiction con la Ferilli, vabbè mi arrendo.

Giovanni Robertini: E qui ne la province, per citare il ganzo Rhove, come rispondiamo a Cowboy Carter di Beyoncé, che a sua volta chiude il cerchio aperto da American Fiction, inaugurando l’occupazione politica delle segregatissime classifiche Top Album americane, dal pop al country? Te lo dico subito, come rispondiamo. Con Annalisa madrina del Gay Pride remixata da uno spompato Bob Sinclair, quel coatto spirito di far resuscitare vecchi 45 giri di Porta Portese, dai Matia Bazar a Raffaella Carrà. L’estate del Papeete non finirà mai, Sinceramente ci tormenterà per l’ennesima stagione, condannandoci al trenino perpetuo. E da settimana prossima tornerà in onda il Frecciarossa di tutti i trenini, pronto ad accumulare anni di ritardo rispetto alle supersoniche Beyoncé del mondo: Belve di Francesca Fagnani. Hai notato che nella scorsa stagione gli articoli più letti del sito di Rolling Stone erano quelli che settimanalmente recensivano le puntate di Rai 2? Della nuova serie che sta per iniziare sappiamo già molto, lo spoiler e il gossip sono funzionali l’uno all’altro: Fedez piangerà, dirà che non ha tradito Chiara, non posterà più foto dei figli, parlerà Sinceramente. E noi che belva ci sentiamo? Nella prima puntata ci sarà Salvini, altro remix di Bob Sinclar fuori tempo massimo, il nostro country di cui nessuno giustamente si vorrà mai riappropriare. Ne parleremo su X, sui giornali, nelle cene radical con in sottofondo il nuovo disco de Il Quadro di Troisi.  Mi piace immaginare Beyoncé al Centro Rai Nomentano intitolato a Fabrizio Frizzi che, alla domanda della Fagnani su che belva si senta, si alza e se la mangia in un sol boccone, ma temo che il montaggio e gli spoiler rovinerebbero la sorpresa.

AP: Che belva mi sento? Un porcospino bagnato, boh. Dalle interviste a Kurt Cobain uscite per minimum fax ricordo a tutti una della migliori risposte mai sentite in un’intervista: «Kurt, tu scrivi la maggior parte dei testi?», «Sì, ma non so di cosa parlano». Alto in classifica sta anche il nostro amico Christian Raimo, scrittore e ospite televisivo indisciplinatissimo, quando l’altro giorno all’Aria che tira – uno degli appuntamenti minori nel circuito dei talk – alla domanda «Cosa bisogna fare con i nazisti?» risponde: «Bisogna picchiarli». Scandalo. Ma di cosa? Uno che si proclama nazista seriamente con il Mein Kampf, il complotto giudaico e tutta la parafernalia hitleriana, o è un pazzo disadattato o è davvero pericoloso. Picchialo per autodifesa prima che lui picchi te, al limite stagli alla larga se puoi. A noi c’hanno rovinato i talk e i social, questa ipocrita finzione che si possa avere un’opinione su tutto, il pro e il contro, pure sul nazismo. Sbirciavo Formigli l’altra sera: bell’apertura incazzata su Ilaria Salis, filippica contro Meloni e Tajani, servizio da Budapest della giovane inviata, testimonianza di Boldrini che era in tribunale, presidente associazione magistrati, indignazione. Daje, mi ha conquistato. Ero veramente incazzato, mi prudevano le mani perché, come tutti, io li odio i nazisti dell’Illinois, finché viene annunciato il “tavolo”. Tipo Fazio. E al tavolo si siedono Padellaro e Fittipaldi da una parte, Specchia e Chirico dall’altra, i nomi non importano sono tutti intercambiabili, pessimi attori, faccia come il culo perché il tavolo in tv è la morte dello spirito, altro che spoiler. So già a memoria tutto il copione, cambio canale e ciao.

GR: A proposito di talk, l’altro giorno mi sono perso in una lunga discussione su Facebook – passatempo boomer per eccellenza – in cui ci lamentava dei dischi che abbondano di featuring, dell’enorme compagnia di giro che è diventata la scena urban pop trap, album che si assomigliano l’uno all’altro, da Tony Effe al producer Stabber fino ad arrivare al prossimo Baby Gang, fresco di annuncio di una tracklist fotocopia. L’amico mio di Facebook ci chiedeva: quante volte riuscite ad ascoltare quei dischi? Spesso meno di una settimana, in attesa della prossima uscita, il più delle volte basta l’ascolto di un brano per skippare. Che è un po’ come quando cambiamo canale il martedì e il giovedì sera, da un talk all’altro, da Rete 4 a La7. La trap come un programma di Formigli o di Del Debbio: siamo incuriositi dal tema, o accendiamo per abitudine, seguiamo l’inizio, l’intervista singola, l’intro e il pezzo solista, ma quando arrivano i soliti featuring con Specchia e Borgonovo sappiamo già dove si andrà a parare, è impossibile che si dica nulla di nuovo, e ci addormentiamo. Ma così, telemorenti sul divano, l’auditel e lo streaming continuano a macinare, e talk e trap sopravvivono facendo salire le curve dell’Auditel e dello streaming. Ora Beyoncé ci avvisa che rap e trap hanno i giorni contanti, chissà se succederà lo stesso per la tv. Dubito.

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