‘Il senso di Hitler’, o del perché la banalità del male sembra tenerci ancora in ostaggio | Rolling Stone Italia
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‘Il senso di Hitler’, o del perché la banalità del male sembra tenerci ancora in ostaggio

Un nuovo documentario, al cinema dal 27 gennaio (Giornata della Memoria) esplora i vari modi in cui la tossicità di Hitler ha continuato a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, il cinema, l’arte e la politica contemporanea, i social media


Lunedì 10 Gennaio 2022 alle ore 14.30 nella Chiesa di Santa Lucia, nel cuore del quartiere Prati di Roma, veniva celebrato un funerale, dove il feretro era ricoperto da una bandiera nazista e intorno i partecipanti salutavano la salma a braccia tese. Per quanto possa sembrare sconvolgente non lo è. Perchè l’ideologia nazista oggi è presente più che mai, per quanti in molti abbiano piacere a negare l’evidenza.

Ideologia che in realtà non è mai scomparsa tra le persone, raccogliendo tutti in maniera trasversale. Avvolti tutti sotto una stessa bandiera, proprio come il feretro. Tutti sotto la svastica. A molti fa paura essere collegati al nazismo, essere accostati all’ideologia nazista. Ma non è così, come spiega bene lo storico dell’Olocausto Yehuda Bauer, affermando, a giusta causa, che milioni di persone erano come Hitler. Chi lo ha sostenuto, chi lo ha seguito e chi è andato oltre lui. Lui era tutte quelle persone. Così come chi ha posato quella bandiera con la svastica lo è.

Per anni si è cercato di dare una spiegazione e quasi paradossalmente una giustificazione all’esistenza di Hitler e al ruolo drammatico che ha avuto nella storia, giustificandolo attraverso lo studio psichiatrico della sua personalità–megalomane-drogata-psicotica-schizofrenica-depressa, dicendo addirittura che operasse sotto effetto ipnotico. Tutto per dare una spiegazione razionale dietro un senso di morte provocato da Hitler e dalla sua figura. Dietro e accanto a lui però c’erano milioni di persone, che continuavano a ripetere: “Avrà pure i suoi difetti ma ci dà pane e lavoro”. Così sterminare gli ebrei era un’operazione doverosa nei confronti del suo popolo, che il popolo ha accettato. E quando si cerca di dare una spiegazione sul perché Hitler ce l’avesse con gli ebrei, ecco lì è il momento nel quale – in un certo senso – è come se si giustificasse il fatto che comunque Hitler avesse un motivo. Non c’era un motivo per cui gli ebrei vennero sterminati, gli ebrei nella testa di Hitler erano da sterminare solo perché diversi. Qualunque cosa fosse considerata diversa era da eliminare. Lui stesso considerava gli ebrei chiusi e invadenti. Come si può definire un popolo chiuso e allo stesso tempo invadente? Tutto un controsenso purché questo controsenso avesse presa sulla folla.

Il film Il senso di Hitler, basato sull’omonimo libro di Sebastian Haffner del 1978 (mai pubblicato in Italia), diretto da Petra Epperlein e Michael Tucker e in uscita (con Wanted Cinema) il 27 Gennaio, Giorno della Memoria, spiega chiaramente cosa ancora e sempre ci affascina del nazismo e perché fino a ora il cinema, come i continui documentari, non fanno altro che mantenere in vita il mito, la leggenda. Il documentario ci porta nei vari aspetti e nei vari modi in cui la tossicità di Hitler continua a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, il cinema, l’arte e la politica contemporanea, i social media. Con testimonianze tra cui quelle della scrittrice Deborah Lipstadt, dello storico britannico Sir Richard J.Evans, dell’autore di romanzi sull’Olocausto Martin Amis, dello storico israeliano Saul Friedländer, dello storico e studioso dell’Olocausto Yehuda Bauer e degli attivisti e “cacciatori nazisti” Beate e Serge Klarsfeld. Come se dalla morte di Adolf Hitler fossimo bombardati, perdonate il termine di guerra, da una propaganda che non fa altro che ridurre la Storia e portare sull’altare dei perdenti Hitler. Ma facendolo poi diventare un mito. Quando guardiamo, per fare un esempio, Hitler e i suoi cani, Hitler e la sua infanzia, Cosa c’è dietro le donne di Hitler, Il cibo preferito da Hitler, Lo psichiatra di Hitler, Le montagne di Hitler, I panorami preferiti da Hitler, L’adolescenza di Hitler ecc. ecc.m non facciamo altro che guardare un uomo che nella storia è stato il demonio fatta persona e che dopo la sua morte il circuito mediatico cerca di normalizzare.

Demonio sì però da giustificare, normalizzare Hitler in qualche modo tanto da non farlo mai uscire dalle nostre vite. Tanto da renderlo famoso e importante tra i giovani, onnipresente su TikTok e tra gli youtuber più seguiti. Basti pensare, come ben si vede nel Senso di Hitler, alla game streamer Brittany Venti, convinta sostenitrice della destra estrema. Che si emoziona davanti alla parata di seicento persone che sfilano con le loro torce, avvenuta in America qualche anno fa. La luce, le parate, la messa in scena di un’opera d’arte. Pensate solo a quante volte è stato ripetuto nel cinema il raduno di Norimberga del 1938. La sfilata perfetta, un maestoso raduno che viene proposto e riproposto, ma che in realtà fa passare attraverso lo schermo l’idea di “una macchina perfetta in movimento” e non ci fa percepire invece l’orrore di quel marciare e il sangue sotto a quei movimenti.

Hitler, che viene ricordato come un grande comunicatore, al punto che addirittura il suo microfono CMV3, quello che gli ha permesso di avere movimento e libertà sul palco, di avere efficacia attraverso il linguaggio del suo corpo e la sua voce, oggi viene chiamato “Hitler Bottle”. Un mondo pieno di negazionisti, tra cui lo storico inglese David Irwing che si vede bene nel film prendere in giro il campo di concentramento di Auschwitz e con scherno, non accorgendosi dei microfoni ancora accesi, deridere gli ebrei che erano costretti a scavare la terra con dei cucchiaini da tè e lo stesso storico, sempre ridacchiando, dice: “Gli ebrei non sono abituati ai lavori manuali ma solo a timbrare ricevute e robe fiscali”.

Tra il 1999 e il 2006, addirittura David Irwing porta davanti a un tribunale la scrittrice Deborah Lipstadt, rea di averlo chiamato “negazionista”. Causa che si rivelò per lo stesso Irwing un vero e proprio disastro, anzi, portò ancora di più alla ribalta il suo essere vicino e portavoce dell’estrema destra. Ma fate caso che il film inizia a New York, con immagini di Trump, a cui vengono associati dei particolari non indifferenti con la personalità e l’ideologia hitleriane: le bugie e le promesse, e dove qualsiasi cosa si può dire allora qualsiasi cosa si potrà fare e viceversa. E finisce sempre a New York. Ma nel mondo l’ideologia nazista è sempre più in crescita, e lo fa senza nascondersi più di tanto. Anche perché i governi non intervengono mai realmente, basti pensare a Italia, Polonia, Ungheria, per non dire della stessa Germania. Gruppi neo-nazisti in Russia, Ucraina, Francia, Grecia. Sono i cosiddetti “populisti” che poi soffiano e gonfiano le vele dell’ideologia nazista sempre con “il diverso che ci ruba il lavoro, il diverso va eliminato”.

Così tra una svastica, un campo di sterminio e un Hitler amante dei cani, che però li usa come cavia per provare il cianuro, dopo 80 anni l’uomo che ha fatto sì che il senso di morte rimanesse impresso nelle nostre vite, ancora pare tenerci ostaggio di un incantesimo, difficile da spezzare come conclude lo storico Saul Friedländer, visto che molti film hanno preferito mantenere vivo l’incantesimo. “Ci sarebbero molti modi in realtà per spezzarlo: uno ad esempio, banalissimo, sarebbe far finire i film nei campi di sterminio di Sobibor, Belzec, Treblinka e principalmente bisognerebbe capire che i nazisti erano umani, non disumani, ecco perché ancora le persone subiscono questa fascinazione”.

Hitler pazzo, Hitler drogato, Hitler psicopatico, ma mai a dire che Hitler era un uomo. Facciamo sempre fatica a dire che l’ideologia nazista è in mezzo a noi, lo neghiamo sempre, ma poi non facciamo nulla, sia come cittadini sia come Stato, quando durante un funerale viene sventolata una bandiera con la svastica o i partiti di destra si appoggiano e strizzano l’occhio a movimenti con questi ideali. La banalità del male, per citare Hannah Arendt, banale come l’uomo.

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