Il “femminismo identitario” è sbarcato anche in Italia | Rolling Stone Italia
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Il “femminismo identitario” è sbarcato anche in Italia

È arrivato con il collettivo francese Némésis, e si batte per molti dei temi cari alla destra ed estrema destra

Una manifestazione di Nemesis a Parigi

Una manifestazione di Nemesis a Parigi, 2025

Foto: Jerome Gilles/NurPhoto via Getty Images

Durante le festività natalizie, un flash mob davanti al Duomo di Milano ha attirato la mia attenzione: da una palazzina affacciata sulla piazza è stato esposto uno striscione con la scritta “Babbo Natale riemigra questi stupratori”. Nel video che documenta l’iniziativa si vede un gruppo di giovani donne, con un marcato accento francese, elencare dati e cifre per sostenere che il problema della violenza di genere sarebbe legato alla presenza di persone straniere in Italia, mentre sotto di loro scorrono ignari i passanti tra le vie dello shopping milanese. Circa un mese più tardi, le stesse ragazze compaiono in alcune fotografie che in breve tempo hanno fatto il giro dei social: sono davanti al centro sociale Askatasuna di Torino circondato dai blindati e mostrano cartelli in solidarietà alle forze dell’ordine con slogan come “Le femministe non sono Antifa”.

Le protagoniste di queste iniziative sono le attiviste di Némésis Italia, costola italiana del collettivo francese Némésis, fondato nel 2019 da Alice Cordier. Il movimento si definisce “femminista identitario”: rivendica la difesa delle donne europee dal pericolo dell’immigrazione e dell’islamizzazione, contrapponendosi radicalmente al femminismo che tutti conosciamo. In Italia il gruppo aveva iniziato a farsi notare già nel 2024, quando partecipò a un evento durante il Salone del Libro di Torino organizzato dall’assessore regionale Maurizio Marrone, con lo slogan “La sicurezza è donna”, suscitando polemiche tra i partecipanti. Attraverso una efficace comunicazione sui social media, nel giro di un paio di anni il collettivo si sta così posizionando come una delle principali voci italiane della cosiddetta womanosphere, ovvero di quell’universo mediatico femminile legato alla destra radicale.

Némésis è ormai una realtà consolidata nel panorama politico francese, tanto da essere finita al centro del dibattito pubblico nelle ultime settimane in relazione all’omicidio del giovane militante di estrema destra Quentin Deranque, avvenuto a Lione lo scorso 14 febbraio. È proprio nel contesto di un’azione promossa dal gruppo che l’attivista ha perso la vita. Il modus operandi di Némésis consiste infatti nel realizzare azioni provocatorie durante manifestazioni femministe o di sinistra, per poi diffonderne i video sui propri social media. Consapevoli del rischio di ricevere offese o di essere aggredite, le attiviste si presentano spesso accompagnate da una sorta di “scorta” composta da militanti uomini di estrema destra, come accaduto proprio nel caso di Quentin Deranque a Lione.

In queste settimane Alice Cordier è così diventata una presenza costante nei media francesi, dai telegiornali alle pagine del giornale di destra Le Figaro, continuando a rilanciare i temi con cui il collettivo si è fatto strada nell’agone pubblico. L’idea centrale del gruppo, composto prevalentemente da giovani donne tra i 18 e i 30 anni, è che l’immigrazione rappresenti un ostacolo all’emancipazione femminile in Europa. Il movimento nasce infatti nel 2019, dopo la presunta aggressione da parte di un migrante ai danni di una giovane donna a Calais, e ha costruito la propria retorica attorno alla denuncia di una presunta invisibilizzazione delle violenze contro le donne commesse da uomini immigrati.

Si definiscono “femministe anticonformiste”, ma i loro obiettivi ricalcano chiaramente l’agenda dell’estrema destra. In questo consiste il loro metodo: il collettivo Némésis svuota il discorso femminista del suo contenuto, riprendendone i termini e riempiendoli della propri ideologia. È ciò che avviene, per esempio, con l’uso della parola “scelta” quando si parla di aborto: il concetto viene rovesciato per suggerire che le donne sarebbero socialmente spinte ad abortire e che sia in pericolo la libertà di non farlo. Si tratta, in sostanza, di una vera e propria operazione di infiltrazione semantica. Lo racconta approfonditamente Silvia Grasso in un suo articolo per Wired: «La ripresa dei temi classici del femminismo come l’autodeterminazione femminile, la riflessione attorno allo sfruttamento dei corpi delle donne e la lotta alla violenza maschile, sono portati avanti dal Collectif Némésis solo in maniera apparentemente dogmatica, senza una reale riflessione critica approfondita […] Portando avanti una negazione ostinata del patriarcato, le donne del collettivo Némésis costruiscono come unico nemico da annientare l’uomo immigrato, soprattutto se musulmano. Si chiama femonazionalismo la posizione che unisce l’ideologia nazionalista, xenofoba e anti-immigrazione con tesi solo in apparenza considerabili femministe».

In realtà, dunque, il riferimento ideologico resta quello della difesa di una presunta civiltà bianca, cristiana ed europea, contrapposta a quella degli immigrati — descritti come barbari e incivili — indicati come responsabili privilegiati delle violenze sessuali. Sullo sfondo emerge così la piena adesione all’universo identitario francese e all’idea complottista di una “grande sostituzione etnica” ai danni delle popolazioni europee bianche, che orienta in profondità l’insieme delle pratiche e delle narrazioni portate avanti dal collettivo.

Némésis sta dunque battendo una strada relativamente nuova nel panorama della destra italiana, che con la recente adozione della retorica sulla remigrazione sembra allinearsi sempre più alle nuove parole d’ordine del radicalismo conservatore globale. I social media italiani appaiono, in questo senso, ancora un terreno particolarmente fertile per queste narrazioni, come dimostra anche il recente successo della testata giornalistica Esperia. In questo spazio in espansione, una visione tradizionalista del ruolo femminile — capace di appropriarsi del linguaggio delle lotte femministe per piegarlo a battaglie conservatrici — sembra trovare modo di legittimarsi e di crescere in consensi.