Storia della Palestinian Circus School | Rolling Stone Italia
perenne equilibrismo

Il diritto di rivendicare giorni normali, in una scuola di circo palestinese

Storia e presente della Palestinian Circus School, dove l'identità di un popolo e la sua esperienza cruda, senza veli, vengono elaborati attraverso il filtro della scena. In una diversa forma di resistenza, e di memoria

Palestinian Circus School

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Julia Rafidi aveva solo otto anni quando per la prima volta ha assistito a una lezione di arte circense. Con i genitori era andata a prendere il fratello maggiore alla Palestinian Circus School, la scuola di circo attiva in Cisgiordania dal 2006. Nel vedere salti mortali e sequenze di tessuti aerei, si era convinta che quella era la sua strada.

Oggi Julia di anni ne ha 20, alle spalle ha una lunga lista di spettacoli, sia in Palestina che all’estero. «I miei genitori mi chiedono spesso cosa succederà se mi farò male cadendo, che futuro mi darà questo settore. Ma io ho deciso di vivere la mia vita giorno per giorno. Non penso troppo a quel che sarà». Per Julia e per i suoi colleghi di scena vivere di arte non sarebbe semplice in nessun luogo. Ma fare questa scommessa in Palestina comporta per loro dei costi molto più alti. «Se dobbiamo esibirci in una città a una manciata di chilometri di distanza, noi tutti sappiamo che dovremo partire con molte ore di anticipo perché potrebbero esserci complicazioni ai controlli dei posti di blocco israeliani, se non vere e proprie violenze. Se invece abbiamo delle date all’estero, ci capita di ottenere il visto all’ultimo momento utile per partire. Viviamo con le valigie già pronte anche quando non c’è alcuna conferma».

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Julia si racconta ai giardini della Montagnola di Bologna, dove il suo gruppo si è esibito grazie all’invito della cooperativa Cidas, in collaborazione con Officine Solidali Bologna e Antoniano, per la Giornata del Rifugiato del 20 giugno, all’interno di una serie di eventi promossi dal Comune di Bologna e ASP Città di Bologna. «Per noi il circo non è solo intrattenimento, è anche l’arma con cui resistiamo e riportiamo quanto stiamo subendo. Siamo la voce del nostro popolo».

In una terra devastata dalla guerra, fare circo potrebbe apparire come un’attività secondaria, superflua addirittura. Ma è proprio nel solco dell’eccezionalità che è cresciuto il bisogno di rivendicare il diritto a giorni normali, come spiega Mais, collega di Julia. «Il circo è stato l’errore più grande della mia vita, ma anche il più prezioso. Potrebbe suonare insensato farlo in Palestina, dove la vita è così complicata. Eppure, proprio perché finiscono per mancare anche le esperienze umane più comuni, ci siamo resi conto che l’arte circense restituisce a noi e a chi assiste ai nostri spettacoli sentimenti semplici, come la gioia e la sorpresa».

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Lo spettacolo a cui il gruppo ha dato vita porta il nome di Sarab, “miraggio” in lingua araba. Una performance di quaranta minuti senza dialoghi, in cui il racconto si snoda attraverso corpi in equilibrio, ruote che spezzano l’aria con geometrica precisione, trapezi e cerchi, in una narrazione perennemente in bilico sui limiti dell’indicibile. Come la simulazione di un uomo pronto a togliersi la vita a causa dell’ennesimo visto rifiutato; la lotta di una donna che teme di essere stuprata senza che nessuno intervenga in suo aiuto; la danza di una giovane sposa diventata vedova troppo presto; o un padre che deve scegliere quale figlio salvare e quale abbandonare dopo l’esplosione di una bomba.

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

«Il circo è una forma di intrattenimento e la gente sa che sta assistendo a un’esibizione. Ma per noi purtroppo è anche vita vera. Faremo il nostro tour in diverse città europee e poi torneremo in Palestina, dove ci confronteremo con il fatto che quello che abbiamo simulato è in realtà parte della nostra quotidianità e di quella dei nostri cari», spiega l’artista Wajdi Khalid. Perfino la costruzione stessa della scenografia ha significato per loro vivere sulla pelle alcune delle situazioni che hanno poi trasformato in acrobazie. «Tre di noi vengono da Nablus, non è molto lontano dalla sede della scuola, che si trova a Bir Zeit, vicino a Ramallah. Ma fare quei pochi chilometri più volte la settimana avrebbe significato affrontare posti di blocco israeliani con tutti i rischi connessi. I coloni, per esempio, sono spesso molto giovani e armati, il governo israeliano permette loro di attaccarci. Per ridurre al minimo gli spostamenti, la scuola ha dovuto pagarci un alloggio per tutto il periodo di allenamento, circa trenta giorni, con l’unico obiettivo di evitare il peggio».

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Sono migliaia i bambini e gli adulti che ogni anno scoprono la Palestinian Circus School attraverso workshop nelle scuole, training e spettacoli. È uno sforzo che il collettivo porta avanti dal 2006, anno della sua fondazione. «Volevamo offrire ai piccoli uno spazio in cui potessero esprimersi liberamente, un luogo sicuro in cui scoprire la fiducia, anche per sopperire in qualche modo alle debolezze del sistema educativo» – racconta Shadi Zomorrod, fondatore di questa realtà insieme a Jessika Devlieghere. «La prima cosa che insegniamo ai bambini è cadere, perché quando cadi qualcuno ti afferrerà e nel circo imparare a fidarsi è la prima lezione da apprendere. In Palestina è ancora più importante perché il concetto di fiducia ci è mancato per tutta la vita. Abbiamo fatto workshop e spettacoli anche in alcuni campi profughi. Quando si accorgono che abbiamo il loro stesso background, che parliamo la stessa lingua e che nel gruppo ci sono anche molte donne, restano sempre sorpresi. Sono felici di partecipare ai nostri corsi e di scoprire che il circo non è qualcosa di esclusivamente occidentale».

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Dalla sua fondazione, il collettivo è arrivato a organizzare fino a 200 spettacoli all’anno, tra la Palestina e diverse mete nel mondo. Ma il lavoro degli artisti ha finito per aderire alle condizioni dettate dal conflitto. «Le cose per noi sono difficili da sempre, dal 1948, anche se l’Occidente ha la memoria corta», dice Shadi. «Dal 7 ottobre le cose sono peggiorate. Ma per noi è come essere dentro un circolo vizioso. Quando questa scuola è stata fondata era in corso la seconda intifada. Vent’anni dopo stiamo vivendo la stessa situazione, la stessa violenza da parte dei coloni, la stessa difficoltà di spostarsi da una città all’altra».

Palestinian Circus School

Foto: Eleana Elefante

Gli fa eco Mohammad Abu Taleb, coordinatore del progetto. «Fare circo in Palestina è sempre stato difficile, ma da quando è in atto un vero e proprio genocidio del nostro popolo, allenarsi e insegnare è molto più complicato, soprattutto per il nostro collega che lavora a Gaza. Sono aumentati i posti di blocco, i coloni bruciano le case, le terre, tutto. Noi però vogliamo continuare e non ci fermeremo finché non avremo raggiunto ogni bambino palestinese».