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God save Victoria Beckham

Compie 50 anni oggi colei che tutto può: far parte della girl band più famosa del pianeta e sposare il calciatore più desiderato di sempre. Sfoggiare un umorismo ‘dry wit’ e rimanere Posh. Il tutto definendosi in primis una mamma in carriera. Ma non chiamatela “nonna”: quello proprio no

Foto: Netflix

Di Victoria Beckham prenderei tutto. Il cottage molto cosy nella campagna inglese di Cotsworlds, ma anche l’appartamento stile Miami in pieno centro a Londra (divani e tavoli da pranzo annessi). Il guardaroba che alterna quel quiet luxury – un tubino Gucci che fu, un pantalone by Victoria Beckham che è – alla zarraggine (pardon) di una tuta nera abbinata a un cappellino con visiera. Per non parlare di quel tipo di umorismo che gli inglesi definiscono dry wit (ossia: sarcastico e pungente), e che è ancora più divertente quando esce dalla bocca di una che pare viva solo con indosso i tacchi alti, con quella posa così… posh (ci torniamo). Sul marito David Beckham (chi se no?) non mi esprimo: basti pensare che tutte, almeno una volta e con gran delizia, l’abbiamo fatto. Restano fuori i quattro figli (Brooklyn, Romeo James, Cruz e Harper Seven), solo che a pensarci bene, scusami, Vic: questa la passo.

C’è però anche un’altra cosa che le ruberei volentieri. L’ho scoperto più di recente guardando la docuserie Beckham (su Netflix), e credo proprio che rappresenti la quintessenza della fu Victoria Adams, una ragazzina inglese cresciuta nel paesino di Goffs Oak, Hertfordshire, sorella maggiore di tre fratelli, tutti presumibilmente scarrozzati a scuola sulla Rolls-Royce di papà Anthony, divenuta poi l’(ancora) oggi Victoria Beckham. Ché, sia chiaro: dal matrimonio del 1999 non è cambiato solo il cognome, o gli appartamenti da arredare a Manchester, Madrid, Los Angeles e sì, pure a Cotsworlds e Londra; è rimasta intatta anche la capacità di sfuggire a chi la vuole ingabbiare in un’unica definizione (Posh Spice, in primis), imponendosi per (e riuscendo a) non essere mai vista solo come quella compagna, quel ruolo, quel brand, quel personaggio, ma just Victoria (Adams o Beckham, che importa), nella sua totalità.

«Victoria non voleva essere solo la moglie del calciatore», dice Beckham a un certo punto. E fa quasi tenerezza, ché già tutti sapevamo quanto il cognome acquisito del marito, per una che «è determinata e sa essere una rompipalle» (ipsa dixit), era una pura questione di forma, non di sostanza. E, si aggiunga, non è sfuggito a nessuno quanto le scene in cui spicca tutta la personalità di Posh spingano più forte di un qualunque assist di Becks. Forse proprio perché fuori dal campo (e di metafora), i gol di Becks esistono tutti e solo grazie agli altri assist: quelli di Posh. O forse perché la stampa inglese, negli anni ’90, a dire che Victoria e David Beckham erano i Carlo e Diana reloaded non riconoscevano solo la stessa presa sui tabloid e sul popolino, a cui piace chi vive a Buckingham Palace tanto quanto chi riempie gli stadi (cantando o calciando), gira su una macchina targata “VDB” (Victoria e David Beckham, of course) e ha l’ardire (considerato molto cool) di festeggiare un matrimonio vestiti di viola; ma anche un’analogia su quanto, nelle dinamiche dentro e fuori la coppia, sia lei più che lui ad aver carisma da vendere. Oltre che un certo pelo sullo stomaco e la battuta sempre pronta (l’umorismo dry wit, ricordate?). Tanto che ci possono pure essere 75mila tifosi che urlano che Victoria lo prende in quel posto (semi-cit.); o tutti i giornali inglesi a titolare che lei è “too posh to push” dopo che il primo figlio, Brooklyn, era nato da un parto cesareo; o quelli spagnoli – dopo il trasferimento al Real Madrid di David Beckham – a indagare quanto Victoria detestasse la Spagna (“Non ho mai detto che puzza di aglio!”); ma la sostanza non cambia: quando si nomina Victoria Beckham non si sta mai parlando solo della moglie di un calciatore.

E a dire il vero nemmeno solo di quella mamma che, al di là delle esperienze vissute (le Spice Girls, mica le Lollipop), con certe dichiarazioni pubbliche ci fa capire che, in fondo, la maternità porta a tutte le stesse paturnie. Vedasi quella volta del trasferimento a Los Angeles (correva l’anno 2007, Becks aveva firmato coi LA Galaxy), quando l’ansia di Victoria era tutta per la scuola, gli amichetti nuovi e i compiti: grande classico. Oppure quell’altra più recente – è il 2020 – quando all’Ellen DeGeneres Show la domanda spicy “Cosa fai che imbarazza i tuoi figli?” trova da parte di mamma Vic la risposta che avremmo dato tutte: “Esistere?”. Per non parlare poi di qualche mese fa, con una Victoria che, ormai suocera (di Nicola Peltz, moglie del primogenito Brooklyn), ha quasi un malore (si scherza) quando le si chiede se è pronta a diventare nonna (“Penso che seguirò la linea di Anna [Wintour]”, ovvero: farsi chiamare per nome dai nipoti); o un moto di dolcezza nell’ammettere che alla figlia Harper concede tutto, persino mettere le sneaker più esclusive della sua collezione (e se non è amore questo).

Ma non facciamoci prendere troppo dalla tenerezza: Victoria Beckham rimane pur sempre anche una donna d’affari. Anzi: il brand di sé stessa. Perché a partire da quell’audizione per The Stage nel 1994 – dove si cercavano giovani “intelligenti, ambiziose ed estroverse, con capacità di ballo e canto” – e dalla successiva uscita nel giugno 1996 del singolo Wannabe e del successo stratosferico delle Spice Girls, Victoria Adams è riuscita tanto a cucirsi addosso da subito il personaggio della Posh Spice – un nickname che nasce nel 1996 durante un pranzo con le altre Spice e quel Peter Loraine di Top of The Pops – quanto a levarselo di torno negli anni. O per meglio dire: a sfruttarlo all’occorrenza.

E non certo con quella carriera da solista che, dal 2000, non spicca mai davvero il volo, e che le fa chiudere i battenti nel 2004 (complice anche la bancarotta dell’etichetta discografica). Piuttosto, con un guizzo per la moda che la porta alle prime collaborazioni (come ambassador per Dolce & Gabbana, per esempio) e alla prima denim collection (vedi alla voce: DVB, lanciata nel giugno 2004); fino all’affermazione come designer con il brand di moda Victoria Beckham, che viene lanciato nel 2008 e che nel novembre del 2011 la incorona Designer Brand of the Year ai British Fashion Awards (il resto è storia delle passerelle). Senza tralasciare anche l’altra sfera, quella dello showbiz e della televisione, con i programmi tv dove Victoria, da ospite, non ha problemi a parlare delle “palle d’oro” (nel calcio, s’intende) di suo marito; o dove da protagonista – vedi il docu-reality targato NBC Victoria Beckham: Coming to America, del 2007 – si lascia andare alla sua schiettezza e (talvolta eccessiva) genuina onestà. E senza mai curarsi di niente, fuorché di aver messo bene il lip-liner. Perché nessuno mette Posh sotto i riflettori senza trucco.

E allora, God save Victoria Beckham: nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, che sia questo l’inno nazionale inglese. Anche se non penso che lei se ne curerebbe più di tanto, perché me la vedo già, così impegnata a godersi il compleanno con la sua famiglia mentre sorseggia il suo drink preferito. Quell’ottimo champagne francese versato in un bicchiere con un grande cubetto di ghiaccio e servito e consumato in quel modo tanto posh. O come dicono in Francia: à la piscine.

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