Elena Granata: «È in corso una sovversione radicale dell’idea di città» | Rolling Stone Italia
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Elena Granata: «È in corso una sovversione radicale dell’idea di città»

Ci siamo impelagati, sulla questione dell'abitare e dell'abitare le città. E per disincagliarci, come spiega la professoressa di Urbanistica e divulgatrice, dovremmo ripartire dagli aspetti più banali del vivere comune

Elena Granata

La professoressa, ricercatrice e divulgatrice Elena Granata

Foto cortesia

In una giornata scintillante di quando la primavera milanese sa regalare cieli azzurrissimi mi godo il sole mentre aspetto di incontrare, nel suo studio, Elena Granata. Granata, professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano, è anche autrice di saggi sulla città dal taglio divulgativo per l’editore Einaudi e il motivo del nostro incontro è proprio l’uscita dell’ultimo di questi, La città è di tutti, una sorta di breviario che in poco più di duecento pagine riesce a disaminare con tono freschissimo tutte le sfide, le problematiche e le istanze che pendono sullo sviluppo urbano odierno.

Davanti a un sobrissimo bicchiere d’acqua, cominciamo.

Elena Granata

Elena Granata. Foto cortesia

Elena, uno dei punti di partenza del tuo libro è legato alla sfiducia delle persone nel settore pubblico e nella gestione della città da parte del pubblico. Proprio questo mi sembra un elemento tanto nodale quanto utile da cui partire per capire l’evoluzione (o l’involuzione) della conduzione della città oggi.
Dunque la domanda è: dove tracciamo una linea che individui un momento di cambiamento politico nei confronti della città? La linea la tiriamo proprio in quel decennio degli anni Settanta, che è il decennio in cui abbiamo registrato invece il massimo di consapevolezza della vita pubblica (pensiamo al ‘68 o il recupero dello spazio da parte del movimentismo). Ecco, paradossalmente quando l’Italia e l’Europa toccano il punto più alto di consapevolezza civile riguardo a cosa sia lo spazio comune e la città, proprio lì comincia la parabola discendente. Non è una che nasce per caso, ma dal fatto che il mercato e con esso un certo tipo di capitalismo – e quindi un pensiero intorno a che cos’è la dimensione collettiva – si sostituisce alla visione dello spazio pubblico di tutti e civile. Questo smantellamento della dimensione collettiva è stato poi subito e graduale; piano piano ci siamo abituati a considerare normale che il mercato entrasse in alcune dimensioni dello spazio pubblico e, così, che venissero poi alienati dei posti che erano di tutti. Allora, in cinquant’anni abbiamo invertito la rotta di quello che invece è stata la storia urbana di due secoli.

Esordendo, scrivi che un aspetto che abbiamo scordato nel nostro rapportarci con la città e con la vita urbana è il fatto che “non servono meriti per abitare la città”. Oggi, tuttavia, non solo sembra che la città vada in qualche modo meritata da parte di chi la desidera come proprio orizzonte, ma essa stessa pare essersi trasformata in un organismo escludente. La città di oggi non solo non è di tutti, ma arriva alla contraddizione di escludere chi ne permette il funzionamento. Se non servono meriti per poter stare nello spazio urbano, perché oggi sembra il contrario? È perché il mercato, che si sostituisce alla politica, e la politica, che è subalterna al mercato, stabiliscono chi ha diritto a partecipare alla vita urbana in virtù della sua ricchezza, del suo ceto sociale, della sua capacità di essere un investitore. Questa prospettiva, quindi, rovescia quell’idea che è invece storica, sedimentata da millenni, che la città è il luogo dove le persone convergono non per i loro meriti, ma per i loro bisogni e desideri. Ciò che accade oggi è perciò proprio una sovversione antropologica radicale dell’idea di città, che si costituisce sempre più come un club esclusivo dove tu giustamente ti siedi a tavola perché sei ricco, perché porti dei capitali, perché sei famoso, non perché magari la tua storia di impresa o di famiglia ti ha portato qua. Questo sta succedendo in città come Milano, dove da sempre il respiro di una città accogliente e cosmopolita sanciva l’essere milanesi non per merito ma per impegno, per virtù, per scelta di vita. Oggi milanese lo diventi se sei più ricco degli altri.

E però, se da un lato l’impressione è quella di una città-club del prestigio, a cui si accede solo su invito e che rimuove chi non può permettersela, dall’altro sappiamo che gli spazi per le persone, potenzialmente, ci sono. Questo vale per sia per gli spazi pubblici che, per esempio, per le case. Anche qui, nella città italiana capofila della crisi abitativa, dove vivere in affitto è ai limiti dell’impossibile, sappiamo però che case non ne mancano. In una città dove si edifica, speculando, continuamente posto ce n’è e posto se ne fa. E allora come mai, al contrario, l’esclusione aumenta?
Il tema della casa che porti è molto interessante perché contro-intuitivo. L’Italia è il Paese che ha più vani per persona, perché ha costruito tantissimo negli ultimi cinquant’anni; ma più costruisce e meno case ci sono per quelli che ne hanno bisogno. Questo è un paradosso intorno al quale l’urbanistica si è cimentata da tantissimi anni, perché in realtà non è un problema di domanda offerta – l’offerta ci sarebbe, le case ci sono; obsolescenti, magari, da mettere a posto, certo, però se andiamo a vedere il numero di vani, le case che potremmo abitare sono molte di più dei bisogni. E in più c’è un dato da inserire in questa equazione: l’Italia decresce; ha un numero di persone molto più basso che nel passato; gli italiani sono meno, non c’è migrazione, non c’è natalità. Allora perché mancano le case che prima c’erano?

Perché il sistema della rendita è un sistema che gioca innanzitutto su un ciclo immobiliare che fa sì che si costruiscano sempre più case d’élite, di lusso, per qualcuno e che queste case in realtà aumentino di conseguenza il prezzo anche delle case intorno, che magari sono di origine invece popolare (come accade a molti palazzi di ringhiera storici milanesi, nati per la condivisione e oggi considerati come edifici tra il vintage e lo chic). Il meccanismo della rendita perciò è un sistema perverso perché rende scarso un bene che non sarebbe scarso. Ovviamente poi intorno a questo mercato ruota un certo tipo di turismo, un certo tipo di speculazioni; ovviamente la domanda abitativa non è più soltanto degli abitanti reali, ma anche dei residenti di passaggio. Quindi è chiaro che il gioco che ci sembra tanto complicato e contorto è in realtà semplicissimo dal punto di vista finanziario. Il miracolo è rendere scarso un bene che invece ci sarebbe.

Un merito del tuo saggio è anche, a mio avviso, porsi come punto di raccordo tra molti altri e più specifici lavori usciti negli ultimi anni. Per esempio, sul tema della casa, citi in particolare l’ultimo libro di Sarah Gainsforth, che ha evidenziato lo scollamento da cui siamo partiti anche noi, quello cioè tra la regolamentazione di tipo politico e le logiche del mercato finanziario, che riducono casa e città a territori di estrazione di profitto, salvo poi lasciarli disossati e vittime di queste stesse dinamiche. Come potremmo inquadrare meglio una risposta a questo tipo di dinamica di capitalismo urbano?
La crisi che riguarda il settore pubblico da cui siamo partiti è più profonda di come appare. Non si tratta solo del fatto che il pubblico non sa come fare a gestire la città, ma l’idea più diffusa è che non si debba più fare nulla per non disturbare il mercato. Questo secondo me è il punto veramente pericoloso, cioè non si tratta soltanto della difficoltà di intervento e quindi di come sia difficile temperare le ambizioni degli speculatori, la deriva di certo capitalismo, la finanza, eccetera; ma il punto è che il pubblico, a un certo punto, ha ritenuto che il suo compito fosse esattamente questo: attirare capitali e non disturbare, anzi, facilitare nel modo più assoluto, spianare la strada a chiunque volesse venire a investire.

Tutto questo dovuto all’idea errata per cui attrarre capitali valga più che accogliere le persone. Proprio questi sono i due termini che uso nel finale del libro. A mio avviso sono il dilemma di oggi: non si parla più di “accoglienza”, perché il verbo forte delle politiche urbane è oramai questo, “attrarre”, ma chi? Attrarre che cosa? La risposta è sempre la stessa: capitali, investimenti, finanza.

Quando tu fai una scelta di campo così precisa e lasci che il mercato per anni faccia quello che vuole (che è esattamente quello che è successo a Milano), poi è molto difficile, quasi impossibile, mettere dei paletti, perché il meccanismo è così rodato e così sfasciato che richiede poi decenni per essere riportato alla regolarità.
D’altro canto un problema ulteriore è che siamo ormai usciti dall’idea che la politica sia quella che difende la cosa pubblica e il privato è quello che fa il privato. Quante volte io ho avuto il dubbio che il pubblico facesse, al contrario, benissimo gli interessi del privato?

Un aspetto interessante di tutto ciò è infatti dove vada a situarsi questo capitalismo urbano. Come sostiene David Harvey, la città è quel territorio prediletto in cui il capitale si riversa e si ricrea incessantemente in un meccanismo che ignora completamente chi la abita. Spesso questa idea di coazione a ripetere mi sembra talmente pervasiva nell’orizzonte urbano che, come dicevi anche tu, ci vorrà un tempo lunghissimo prima di smontarla, forse così lungo da non sembrare realistico – quantomeno a me. Ma a te, che invece lavori con l’idea di progetto, di futuro, di scrittura e riscrittura dello spazio, chiedo: ci si può muovere davvero da questo eterno presente oppure è una fantasia che ci raccontiamo?
A mio avviso bisogna prepararsi per il collasso di questo sistema, che arriverà perché storicamente i cicli di vita della città sono una costante. Arriva il momento in cui di fronte a qualche difficoltà, di fronte alla consunzione per esempio dei beni comuni, una città che ha una qualità dell’aria pessima, che ha pochi servizi per i bambini, a un certo punto si ritorca persino contro chi ha investito capitali, così il ciclo si mantiene vivo e in salute se riesce a tenere fede anche alla sua società civile.

Oppure, quando invece una città si spinge troppo dal lato della consunzione della cosa pubblica, quegli stessi capitali, che di base tendono a essere anarchici, si trovano a optare magari per altri territori o città (e già sta succedendo – pensiamo ai casi di Firenze, di Bologna, Napoli). Allora, proprio l’infedeltà dei capitali dovrebbe essere quella che a un buon politico fa progettare il futuro in relazione a tale volubilità. Anche solo per salvare la tenuta economica del proprio sistema e quindi per un ragionamento di convenienza, dovremmo ammettere che non è mai completamente conveniente privare una città della sua biodiversità; le monoculture sono morte tutte, è morta la Torino della Fiat, è morta Detroit e via così. Per questo sono ottimista; perché so che una società civile che propone un altro modo di vivere, sollecita un’altra visione in un momento in cui invece il sistema dominante sembra invece possedere ancora robustezza, potrà fare la differenza al momento giusto.

Su questo tema non può non venire in mente il caso New York. Nel tuo libro parli molto di socialismo municipale; per me, accanto all’esperienza americana andrebbero messi i casi di città come Parigi o Barcellona, che in Europa hanno forse saputo interpretare al meglio le esigenze dei tempi nel tradurle in progettazione urbana. Stiamo quindi forse assistendo alla rinascita della dimensione locale – nemmeno statale, ma proprio municipale – in senso contrastivo rispetto alla localizzazione tanto globale quanto immateriale dei capitali. Ma questa rinascita municipale è un’effettiva soluzione oppure è un abbaglio? E, in secondo luogo, nonostante in Italia ci sia qualche figura che sembra volersi fare interprete di queste posizioni, la politica nostrana è davvero in grado di elaborare e rilanciare le scelte radicali che si sono prese altrove o finisce con il replicare l’unico modello che pare – incomprensibilmente – attirare ancora ammiratori dalle nostre parti (sto parlando ovviamente del brand-Milano)?
Non è che io creda ciecamente né nella bontà né nel successo del municipalismo sociale newyorkese; credo fermamente che a periodi di iper-liberismo facciano seguito bisogni politici di segno opposto. È il pendolo di Hirschmann che ci dice che dopo periodi di affaticamento del capitalismo le persone tornano a desiderare un altro modello di vita e New York è esattamente in quella fase. Dunque un giovane sindaco può usare parole completamente diverse e reintrodurre nella politica l’idea della gratuità, della giustizia sociale, dei diritti dei bambini, la salute e tante altre parole che non sentivamo più in una lingua della politica urbana che così viene anche lentamente bonificata; quindi già parlare in questo modo mi sembra un’ottima notizia.

Il rischio italiano è che se ne parlerà in termini simili ma inefficaci – il mio libro peraltro corre esattamente questo rischio; darà cioè le parole a tantissimi amministratori che non cambieranno niente della loro politica, ma così troveranno una lingua che gli fornisca un alibi. Che ironia. Ma perché questo?

Questo è Boltanski, Il nuovo spirito del capitalismo, quando dice che il capitalismo risorge sempre mettendosi in bocca le parole dei suoi nemici. Così, oggi, anche il sindaco più conservatore capisce che ci sono dei temi inevitabili che cominciano a entrare nella narrazione. In Italia più che in altri posti del mondo vedo decisamente meno radicalità; vedo ancora, nonostante possa entrare nel dibattito un linguaggio diverso, un innamoramento tardivo verso una città che attraverso i capitali risorge, si tira lucido e finalmente ha i festival, gli eventi, il prestigio – e quindi finalmente può fare quello che ha fatto Milano. Questa subalternità culturale, poi, è spaventosa, un provincialismo incredibile che io non vedo a Parigi o a Barcellona dove le città sono anche delle vere e proprie città-stato, che producono cultura e controcultura. Quindi in buona sostanza, sì, io vedo in Italia al momento un grandissimo rischio, che è quello di usare parole nuove per dire cose vecchie.

Ma com’è possibile che in Italia l’unico modello che sembra aver presa sullo sviluppo urbano sia quello milanese, la cui indifendibilità mi sembra oramai sotto gli occhi di tutti?
Partirei dicendoti che da un lato c’è un complesso di inferiorità verso Milano, dall’altro c’è l’idea che se quello stesso modello viene replicato altrove, sia possibile correggerne le storture, ma ciò accade senza nemmeno averne colto i meccanismi di perversione interna. Lo vedo anche, per esempio, nei piccoli Comuni, quelli dove invece si renderebbe ancor più necessario coltivare un’alternativa, che potrebbero giocarsi altre carte. Pensiamo alle aree interne, sui temi ambientali, sui temi della qualità della vita, un turismo più morbido, sostenibile e che là dove possono copiano in piccolo un modello che è già finito. Pensa: il tema turistico, il tema abitativo, il tema del lavoro oggi in termini di descrizione astratta dei fenomeni sono uguali nei grandi centri e nei piccoli centri. Cioè nel piccolo centro della Val di Fiemme hai lo stesso disagio abitativo che puoi avere in provincia di Milano in virtù di meccanismi che si assomigliano proprio perché il livellamento del modello capitalistico si costituisce ovunque attraverso le stesse modalità, che riverberano poi le loro conseguenze, appunto, sui luoghi.

Di contro a questi modelli incentrati su una geografia del privilegio e della rimozione di chi non può parteciparvi, nel libro fai una lunghissima disamina di quanti elementi urbani – che a parlarne sembra quasi banale – abbiamo rimosso dall’orizzonte del diritto e della gratuità (altro termine che nella vulgata urbanistica è diventato sinonimo di povertà e non, di nuovo, di diritto). Quindi quali sono, concretamente, gli aspetti che dovrebbero iniziare a ricomporre il nostro diritto alla città?
Ci sono delle cose che piano piano abbiamo perso per strada, come per esempio attraversare in sicurezza quando andiamo a fare la spesa, oppure giocare nei cortili (sembra una banalità, ma il gioco è stato completamente alienato dallo spazio pubblico), poter stare seduti su una panchina all’ombra – ombra, luce, panchine, sono quella grammatica dello spazio pubblico che rende confortevole stare fuori di casa. Se la panchina non c’è fuori di casa, o se non c’è l’albero, non ci vai. Ma ancora le fontanelle, i bagni pubblici, gli spazi per il gioco, gli spazi per lo sport, le biblioteche pubbliche, vorrei richiamarli perché è importante ricordarsi di ciò che rischiamo di perdere e di quanto già abbiamo perso. C’è tutta un’infrastruttura, delle cose che sono di tutti e di nessuno in particolare, che fanno parte del nostro corredo urbano ereditato dalla città dell’Ottocento. Lo ripeto, questa è una vera eredità, sono proprio beni di famiglia che hanno costituito la qualità della nostra vita urbana. Poter andare in piscina d’estate se non si va in vacanza, stare sotto un albero in un giardino a parlare con gli altri anziani, le bocciofile, i sagrati non interdetti alla seduta delle persone. Insomma, una serie di spazi per bisogni talmente elementari che è quasi imbarazzante parlarne, ma che vengono derubricati come argomenti minori.

Invece sono esattamente queste le piccole cose che però nelle nostre giornate fanno la differenza tra abitare serenamente, incontrare le persone, socializzare, avere una salute mentale ragionevole. Proprio queste cose che abbiamo perso sono il principale campo di investimento di quelle città europee, ma anche internazionali, che invece hanno capito che è lì che si gioca la partita della civiltà. Quando Parigi lavora tantissimo sulla mobilità lenta, sull’andare in bicicletta, andare a piedi, togliere le macchine; quando Barcellona lavora trent’anni anni sulla qualità dello spazio pubblico e delle sedute, e depavimenta per adattare le città al cambiamento climatico; quando Annecy rende balneabile il lago e accessibili le sue sponde, fa esattamente quello che una città dovrebbe fare, che non è soltanto manutenzione ordinaria, ma rivalorizzazione della straordinaria banalità delle cose.

Se non lo facciamo, non c’è più nessun alibi, nessuna scusa. Se non lo si fa è perché non si vuole fare e quindi penso che la società civile abbia strumenti per cogliere questo tipo di scelta; che è una scelta di campo, da un lato e dall’altro.