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È tutta colpa tua

Nella politica moderna sembra essere tornata di moda l'idea più vergognosa del Novecento: la cultura della colpa e la ricerca di un nemico necessario su cui riversare l'odio

ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

Il sistema di senso di chi governa in Italia e altrove sembra oggi non includere più, almeno nella rappresentazione che la politica dà di se stessa, l’idea che il fine dell’operare nella cosa pubblica sia quello di dare risposte sostenibili a problemi collettivi. Oggi il politico è spesso pusher di droga a basso costo, maestro di tecniche ipnotiche modellate non sulla comunità, ma sull’individuo. Al quale viene promessa la soluzione ai suoi problemi, che tuttavia, come i miei e i vostri, possono essere sociali ma anche psicologici ed esistenziali. La soluzione alla mia frustrazione, alla mia depressione, al mio fallimento riposa beata sulla testa di nemici invisibili la cui soppressione d’incanto risolverà tutti i miei problemi.

Gli immigrati; i negri tout court, gli ebrei, i gay, i rom, l’Europa, i competenti. Io sto di merda e la colpa è tutta loro. Niente di nuovo, ahimè: è l’idea più scandalosa del secolo scorso, tornata di moda come i pantaloni a vita alta. Nemici inventati come in una serie distopica scritta male, o meglio come l’esito prevedibile della nascita del nemico comunista nell’immaginario italiano – comunisti contro i quali, inquadrato da una camera coperta da una calza da donna velata, Silvio Berlusconi scese in campo, vero, insuperato capo-popolo. Se tuttavia Berlusconi era il sogno edonista e l’incubo non era che uno strumento d’appoggio per rafforzare la magia del capo, oggi il rapporto si è invertito: domina l’incubo, l’orrore e nessun sogno, per quanto miserabile, viene venduto come Paradiso per i fedeli della cultura del terrore. Abbattiamo il nemico, fidatevi, è colpa sua se state male, anche solo a pensarci, non state già meglio? Una frase dell’ultimo libro di Baricco (lo intervista Giovanni Robertini nel nuovo numero di Rolling Stone in edicola), minima al punto da essere disturbante nella sua secchezza, e giustamente sottolineata dai colleghi de Il Post, recita: “La vostra voglia di incazzarvi è molto maggiore dei motivi che avete per farlo”. Game, set, match.

Da questo stato di cose, difficile da non vedere, nasce e prospera la cultura della colpa (non responsabilità) e della punizione (non riforma o prevenzione) come unico rimedio possibile alla colpa, che viene così emendata, giorno per giorno, in attesa che si ripresenti, più spaventosa, in una liturgia quotidiana di mazzate cieche che chiedono solo altre mazzate più forti di quelle di ieri. Solo nell’ultimo mese, lasciando perdere le migliaia di post social, possiamo pensare al caso Cucchi; ad Alice, la giovane morta di overdose a Udine, ma anche agli ebrei massacrati a Pittsburgh e praticamente a ogni categoria sociale contro cui si scaglia il nuovo orrendo presidente brasiliano, “Bolsonero“, sul cui cognome – un fascista bolso – non si riesce a ridere da quanta paura mette. Ci importa punire i responsabili dell’assassinio di Cucchi, certamente; ma dovremmo essere interessati a capire come impedire che accada di nuovo. Vogliamo sapere chi ha spacciato l’eroina fatale ad Alice, certamente; ma non dovremmo forse chiederci come evitare che altri muoiano non sapendo cosa si stiano sparando nelle vene? Trump chiede l’inasprimento della pena di morte per casi come quello dello stragista antisemita di Pittsburgh; ma non sarebbe più utile punirlo sì, ma in modo da capire, studiare, come funziona il rapporto tra il milieu cui appartiene, le cose che ha letto e visto e la sua psicopatologia per provare a evitare nuovi massacri? Rotto un bicchiere si cerca il colpevole; una volta trovato, si invoca la massima punizione possibile. Chi raccoglie i cocci, chi si occupa di lavorare perché ne vengano rotti meno? Oggi, sembra, nessuno.

La cultura del nemico e della colpa produce vendetta, mai giustizia. La pena di morte, massimo esempio di vendetta cieca e brutale, non ha mai, mai, mai educato nessuno. Le tante piccole pene di morte comminate ogni giorno da quelli che invitano alla punizione del colpevole e non hanno una parola su come evitare che i colpevoli – reali e immaginari – si moltiplichino sono evidenti, deprimenti nella loro stolidità. Credere, obbedire, combattere, verrebbe da dire, per riassumere con efficacia la direzione nella quale molta parte del mondo sta andando. La nuova e vecchia e scandalosa risposta all’infelicità individuale è l’odio, collante sociale, espresso, urlato, sentito nelle viscere; psicoterapia disumana e a bassissimo costo del nostro secolo maledetto. Le comunità si trasformano in somma di solitudini che rimarranno tali, come quella del soldato che torna a casa senza aver capito in cosa gli hanno chiesto di credere, a chi obbedire e chi combattere. E più disperatamente solo e infelice di prima.

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