Cristina D’Avena l’hanno inventata i centri sociali | Rolling Stone Italia
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Cristina D’Avena l’hanno inventata i centri sociali

Negli anni '90 l’esproprio delle sigle dei cartoni giapponesi fu un allegro dito medio al berlusconismo. Nei centri sociali tutti ballavano tutto. Merito di quelle serate se Cristina ha dovuto ricordare agli incel di Fratelli d'Italia che Lady Oscar è per l’amore universale

Cristina D'Avena, 51 anni, regina delle sigle dei cartoni animati tv. Foto: Sha Ribeiro

Cristina D'Avena

Foto: Sha Ribeiro

Giovanni Robertini: Ve la meritate Cristina D’Avena, ve la meritate! Verrebbe da fare i Nanni Moretti fuori tempo massimo non fosse che c’ero anche io alle serate di Spazio Petardo al centro sociale di via Gola – quello di Dax, il ragazzo accoltellato e ucciso nel 2003 da un fascista – a ballare Occhi di Gatto, Mila e Shiro e le altre sigle dei cartoni animati. Erano gli anni Novanta e l’appropriazione culturale delle sigle di Cristina D’Avena da parte della sinistra era solo un allegro dito medio al berlusconismo: tu Silvio hai provato a rincoglionirci tutti con la tv commerciale che mano a mano ha colonizzato i nostri ricordi e noi ti dimostriamo come quella madeleine della nostra infanzia oggi la pucciamo nella birra e nei gin tonic tra le canne dello squat, limonando fluidissimi sulle note di Candy Candy. Tié. Poi abbiamo perso un po’ il controllo, e pure l’allegria del dito medio, il collettivo Spazio Petardo suona ancora, non più nei centri sociali ma nei locali. Una volta mi hanno invitato, ma non me la sono sentita.

Alberto Piccinini: Qui a Roma avevamo Toretta Stile al Forte Prenestino, pieni anni ‘90 e anche oltre. Suonavano Sandokan, Ballo, ballo di Raffaella Carrà, Jeeg Robot ma anche i Madness e i Depeche Mode, per dire. Suonavano tutto, i dischi li trovavano a Porta Portese a prezzi stracciati, e avevano questa estetica del “presabbene” che confinava con il trash e il camp ma era fondamentalmente e radicalmente democratica. Tutti potevano ballare tutto senza distinzioni di sesso, genere, moda. È per questo che Cristina D’Avena da cantante per bambini Mediaset diventa quel che è oggi. Dopo. È storia. Però mi ha fatto un certo effetto che a pochi mesi dalle elezioni sia tornato il tabù del fascio. Ti ricordi? Avevamo denunciato nel silenzio il fatto che Balla di Dargen D’Amico fosse stato suonato ai comizi della Meloni. Lo scandalo è scoppiato, e Cristina D’Avena con su una gonna arcobaleno ha dovuto spiegare a una masnada di fasci incel che Lady Oscar è un inno all’amore universale. Capirai, si è sprecata.

GR: Dopo aver letto un lungo thread su Facebook su Cristina D’Aveva che toccava punte di violenza che manco quando si parla di vaccini o di Juve, mi sono addormentato e ho fatto un sogno. C’era un assalto al Parlamento, tipo Capitol Hill, solo che al posto dello sbroccato vestito da vichingo o da sciamano, con la pelliccia, c’erano boomer ciccioni con le New Balance, il piumino North Face e le maschere dei Puffi, di Lady Oscar e di altri personaggi dei cartoni anni Ottanta Novanta. Credibile, no?

AP: Mah. Ho letto di un dibattito sempre alla festa phascia di Roma sulla contro–egemonia culturale con Sangiuliano e Pupi Avati, una roba di muffa e vittimismo contro la sinistra che non li fa parlare. Detto dal ministro della Cultura ex direttore del TG2 fa ridere ma vabbè, Cristina D’Avena gliela regaliamo. Tra Cristina D’Avena e Ambra, altra bandiera di quegli anni ‘90 in cui tutto è stato inventato, io mi prendo Ambra che è the real thing. Vedo che in questi giorni tutti discettano su T’appartengo – e da anziano ambrologo vorrei consigliare soltanto il pezzo uscito qua su Rolling Stone. T’appartengo ha avuto almeno due o tre riscoperte, l’ultima quella che l’ha portata questa settimana di nuovo nella classifica dei singoli. La penultima volta che accadde Ambra fece un’intervista a Rolling Stone, memorabile incontro in un set a Ostia. Riscrivo il finale: «Noi negli anni Novanta sapevamo solo iniziare. L’importante è iniziare. Dopo di che c’è solo una possibilità: farsi riscoprire. Io sono la regina delle riscoperte». Bellissimo

GR: Torniamo alle cose serie, domenica c’è la finale, Argentina Francia e quindi aggiungo un pezzo alla mia classifica dei singoli dell’anno, tra Sharm El Sheik di Paky e No Tiempo di Lucrecia Dalt. Tra il tormentone e la preghiera laica, il nuovo popopo dopo quello sulle note dei White Stripes del 2006 avrai già sentito, con l’eco che va da Doha e Buenos Aires, Muchachos, ahora nos volvimos a ilusionar dei tamarrissimi turbo latin folk La Mosca Tsé Tsé. Inizia così: “Sono nato in Argentina/terra di Diego e Lionel/dei bambini di Malvinas/che non dimenticherò mai”. E continua: “Voglio vincere la terza/voglio essere campione del mondo”. ‘Mazza che nostalgia di Notti Magiche. Oggi chi la canterebbe al posto di Nannini e Bennato? Rkomi e Beatrice Quinta?

AP: Ma no. Probabilmente Ambra. Tra l’altro anche Muchachos è un’invenzione degli anni ‘90 come La Mosca Tsè Tsè, perfetti per Spazio Petardo e Toretta Stile. Il testo lo ha riscritto un certo Fernando Romero, un’insegnante di Buenos Aires tifoso del Racing che si emoziona veramente quando la canta. Quelli che se la prendono con Lele Adani, oltre a essere noiosi non hanno mai visto in azione i telecronisti e i tifosi sudamericani. Non sapevo però che in Bangladesh esiste una copiosa produzione di canzoni e rap sulla rivalità tra Brasile e Argentina e sul mondiale del Qatar in generale. Posto il link qua sotto e vado subito a chiedere lumi al mio amico bangla sotto casa. Ti faccio sapere.

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