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Conglomerandocene: una recensione della Divina Commedia (senza averla mai letta)

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, un'analisi (per sentito dire) dell'opera del Sommo Poeta

Illustrazione di Gustave Dore via Getty

So che quello che sto per affermare scatenerà un vespaio ma non m’interessa: la Divina Commedia è un libro secondo me molto bello.

Magari non sarà un capolavoro, ma solo un pazzo potrebbe sostenere che sia un libro sgradevole. E allora certi libri dei comici di Striscia La Notizia cosa sono? Non scherziamo. Si pensi solo all’abbrivio: “Nel mezzo del cammin della nostra vita / mi ritrovai a passare per una selva oscura / ché la retta vita purtroppo era smarrita”. Senza contare che il meglio viene dopo. Piccola chicca (SPOILER): “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Con buona pace di Cristiano Militello.

Va detto che la Divina Commedia fu scritta ormai decine di anni fa dal fiorentino Dante Alighieri, stimolato dal clima culturale dell’epoca, ben diverso dal nostro e non me ne voglia il pur simpatico Dario Mangiaracina. Il protagonista del testo è l’autore stesso, che intorno ai trent’anni vive un’esperienza sul tema dell’Aldilà che definire mistica è poco.

Lo vediamo in una discesa agli inferi in cui, accompagnato da un Virgilio in grandissima forma (lo stesso dell’Iliade, altri libro supersonico), visiterà diversi gironi, uno per ogni colpa: lussuria, accidia, vendetta, maleducazione, gli uranisti, lussuria eccetera.

Fra i tantissimi personaggi che saranno coinvolti nella trama, è da ricordare il celeberrimo Conte Ugolino che, addirittura, mangiava la testa ai suoi stessi figli (non sto scherzando). Altri celebri dannati: Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta, Renzo e Lucia. C’è da dire che Dante, girone dopo girone, non pago scenderà fino al punto più basso dell’Inferno, dove incontrerà addirittura l’Anticristo: Buddha.

Piccola parentesi. C’è un momento in cui Dante definisce gli aretini “botoli ringhiosi”. Centinaia di anni dopo, la reazione dei miei concittadini nei gruppi social è “caro Dante, io sono un botolo ringhioso e me ne vanto!”. Questo perché gli aretini pensano che botolo ringhioso significhi contadino burbero e diffidente verso questi leccasugheri venuti dalla città con la puzza sotto il naso come Dante stesso. Invece Dante intendeva l’aretino come certi cani che ti ringhiano contro fino a che non si sono presi due sante legnate nella testa e se ne vanno con la coda fra le gambe. Ma agli aretini gli viene comoda quell’altra traduzione se no gli va di traverso la minestra di pane. Fine della piccola parentesi.

Comunque, una volta uscito a “riveder le stelle” (mi si passi la piccola finezza citazionista) Dante, ancora non pago, deciderà di visitare anche il Purgatorio. In quel luogo farà la conoscenza di diverse persone che non erano state così malvagie in vita da meritare l’Inferno, ma di certo nemmeno tanto innocentini da guadagnarsi la sempiterna aurora celestiale del Paradiso. I ragazzi del Purgatorio, fra cui Rasputin e Gesù, sono lì infatti per espiare le loro colpe prima di essere ammessi al Paradiso. Dante se le inventerà letteralmente di tutte per aiutarli, ma purtroppo non riuscirà a cavare un ragno dal – scusate il termine un po’ ardito – buco.

E l’ultima parte della Divina Commedia è appunto dedicata al Paradiso stesso, dove Dante incontrerà il suo primo amore, Beatrice, una neonata di cui era letteralmente pazzo. Nel finale del libro il colpo di scena: Dante scopre che Dio è ateo.

Curiosità: pochi sanno che nelle Sacre Scritture si parla solo di Paradiso e Purgatorio, ma mai di Inferno, che fu inventato di sana pianta da Dante per una scommessa con Guido Guinizzelli, pare a causa di alcune fideiussioni doganali retroattive a tasso alternato che però di preciso non si è mai capito bene come andò.

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