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Conglomerandocene: Gli ABBA contro tutto e tutti

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su Rolling Stone, una riflessione sul ritorno delle leggende del pop, tra ologrammi, ricordi del passato e canzoni fuori dal tempo

Foto: Baillie Walsh

Me ne stavo bello paciarotto sul lettino nella spiaggia di Milano Marittima a surfare sul web, quando leggo una notizia che cattura la mia attenzione: il 2 settembre alle 18:30 italiane sarebbe uscita una notizia bomba sugli ABBA. Beh, non che mi sia smosso più di tanto. Sia chiaro: io amo gli ABBA, ma ormai lo so che questi annunci altisonanti partoriscono sempre dei topolini, tipo che esce il live, il documentario su Netflix, una vecchia demo, i risultati dei rilevamenti autoptici sulla coppia francese agli Scopeti. Figuriamoci quanto poco sarebbe stato lecito attendersi da un nome maiuscolo come gli ABBA, il secondo gruppo più venduto e amato dopo i Beatles, immarcescibile e impermeabile a qualsiasi richiesta di reunion per quarant’anni. Gente che strappava gli assegni in bianco e li buttava nella stufa e si rifugiava, quasi a stare sul cazzo, in una carriera solista del tutto marginale.

E invece, contro ogni pronostico, in quel giorno a quell’ora è stata diffusa una notizia da far tremare i polsi: a novembre uscirà Voyage, il loro nuovo disco. E in bundle con la notizia shock, subito due bei singoli, Don’t Shut Me Down e I Still Have Faith in You, quest’ultimo spalmato su un bel videoclippaccio.

Un passo indietro: abbiamo lasciato gli ABBA quarant’anni fa, col loro album The Visitors. L’ultimo dei loro otto dischi tanto perfetti ieri, quanto oggi, quanto nell’anno 40.000 di Warhammer. Un album diverso dai precedenti, molto meno leggero e festaiolo ma più umbratile, cupo e ipnotico, a partire dalla copertina, dove i quattro componenti sono distanti fra loro e in ombra (le due coppie erano ormai separate), in un salottino chippendale da film di Roger Corman. Gli ABBA erano al culmine della loro carriera, avevano fra i trenta e i quarant’anni, le avevano azzeccate tutte e un nono disco era da dare per scontato. Eppure si fermarono a nemmeno metà della lavorazione dello stesso, dopo aver composto e inciso quattro canzoni. Si era esaurita la proverbiale magia che li teneva insieme e gli faceva creare instant-classic come fossero niente. E così fu messa la parola fine ad uno dei gruppi più influenti e paradossalmente meno replicati della storia.

Un passo avanti: ritroviamo Agnetha, Frida, Benny e Björn quarant’anni dopo, tutti e quattro a vele spiegate verso gli ottant’anni. E uno si aspetta questi quattro signori (gli standupper più bravi li chiamerebbero “vecchi demmerda”) che cercano di aggiornarsi coi loro poveri mezzi, annaspando per stare dietro alle Rihanna, alle Lady Gaga o agli ottimi, sensazionali Pinguini Tattici Nucleari. E in Rete già ci si lecca le labbra aspettando di poter divorare lo spettacolo patetico (i comici più colti dicono “trash”) di cui abbiamo bisogno, che ci faccia fare due ghignate prima di tornare ad occuparci delle nostre tonanti vittorie nella vita di ogni giorno. Un collega di cui non faccio il nome ha rilasciato un video in cui si diceva entusiasta di questa reunion, per poi specificare che li ama “perché non gliene frega un cazzo di essere completamente ridicoli caaaaaaaazzo”. Mica come lui.

So che se inizi un discorso con “oggi viviamo in una società in cui” passi per un provinciale e la bolla ti castiga. Piccolo problema: io sono classicizzato in vita come forse soltanto a Lucio Fulci è successo, quindi i periodi li inizio come cazzo mi pare. Oggi viviamo in una società in cui (visto?) se sei in là con gli anni, mentre decadi senza nessuna colpa, mentre vivi la stagione peggiore e più spaventosa, mentre cerchi di tenerti strette le cose care mentre la vita te le pignora ogni giorno, devi nel frattempo ricordarti di far ridere gli altri. È un tuo preciso dovere. I giovani hanno il problema di dover scegliersi ogni sera con chi scopare e, fra un cambio di posizione e l’altra, buttano un occhio sugli anziani per vedere se il signore ti sforna un meme, una situazione due minutini “cringe”, se Rita Pavone va dal chirurgo plastico, se Massimo Boldi ci prova con una ragazza giovane, se Andreotti mi si spegne sulla poltrona a Domenica In. Hai la colpa di essere anziano? L’unica cosa con cui scontarla è farci ridere negli happy hour. A dire il vero esiste un’alternativa più dignitosa ma la offriamo solo ai maestri: è quella di essere come vogliamo che siano gli anziani, ovvero nonni saggi e pacificati, con le gote rosse, parcheggiati fuori dalla vita e da qualsiasi competizione, che gioiscono per le scosciacaprette dei giovani, che raccontano dei tempi andati, dispensano consigli, sorrisi bonari e caramelle Rossana per regalarci comunque un mezzo meme perché ci sta, dai. Ci sta!

Tornando agli ABBA, in barba alle aspettative del pubblico e dribblando elegantemente questa tonnara, in culo ai discorsi melensi sul bello da trovare anche nell’autunno della vita e ai Terzanismi d’accatto, loro decidono pudicamente di nascondersi allo sguardo. E fanno la scelta più radicale, impopolare e criticabile possibile: mandano avanti la versione digitale di loro trentenni. È come li troviamo nel video e come saranno sul palco nel tour che seguirà l’uscita di Voyage. Ologrammi di loro da giovani. Come se questi quarant’anni non fossero passati, come se questo fosse il loro nono disco, quello che avrebbe dovuto uscire nel 1983. Come dichiarare senza dirlo che il meglio è alle spalle, che nessuno è fiero della propria vecchiaia, delle rughe, delle ossa che scricchiolano, dei pensieri che si fanno meno lucidi, della carne che sta sempre meno artigliata al proprio teschio, delle righe da tirare sui nomi in rubrica, degli avvoltoi e le iene ridens che ti si accalcano attorno mentre attendi diligente il caos. È come se ci volessero dire che non c’è niente di buono nella saggezza, nell’esperienza, nella rinuncia, nell’accontentarsi, nei nipotini da accudire, nella passeggiata al parco e in tutte le cose noiose e umilianti della terza età che c’hanno infilato nella testa che sono meglio che vivere. Il meglio è negli album delle fotografie, quel tempo non tornerà e gli ABBA, per cui ogni canzone guai se non era una festa, non è un gruppo da ricostruzioni cognitive e racconti consolatori e credo che questa verità possano capirla solo i loro fan.

E confermano questo intento con la bellezza dei loro due singoli. Chi si aspettava gli ABBA immersi nella nostra contemporaneità o come minimo a confrontarsi con essa, si è trovato due canzoni fuori dal tempo che suonano al primo ascolto come degli evergreen che avremmo potuto ballare quarant’anni fa. I Still Have Faith in You pare arrivare da The Album e Don’t Shut Me Down da Voulez-Vous. Due singoli perfetti, sinuosi, elegantissimi e autobiografici senza farlo pesare. Non un freddo esperimento di postmodernismo, ma un lavoro di morbido intaglio ligneo, cura artigianale, filologia pura che ignora elegantemente i nostri tempi, perfezionismo senza mediazioni, senza ruffianerie, contro tutto e contro tutti e come nessun altro gruppo avrebbe avuto il coraggio di fare. Quarant’anni sono trascorsi ma ascoltandoli, vedendoli, quasi non te ne accorgi. Il pudore e la delicatezza con cui gli ABBA hanno deciso di emozionarci ancora una volta, nonostante tutto e oltre ogni sofferenza, è qualcosa che gli conferisce, se mai ce ne fosse bisogno, un’autorevolezza assoluta non solo come artisti ma ancora di più come esseri umani. Per capirsi: se gli ABBA fossero un cono gelato sarebbero il Baby della Sammontana, di gran lunga il migliore.

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