

Illustrazione di Matthew Cooley
L’11 gennaio 1994 guidai fino alla Royce Hall della University of California, Los Angeles per ascoltare il vicepresidente Al Gore tenere il discorso inaugurale alla Information Superhighway Conference. Ero nelle prime fasi di costruzione di Intertainer, che sarebbe diventata una delle prime società di video on demand. Le 2000 persone stipate in quell’auditorium non lo sapevano, ma stavano attraversando una soglia. L’elenco dei relatori sembrava un who’s who del potere industriale: John Malone di TCI, Rupert Murdoch, Michael Schulhof di Sony, Barry Diller di QVC. Erano tra le figure più ricche e influenti nelle comunicazioni americane. Oggi, la loro forza e le loro fortune combinate sono una frazione rispetto a Elon Musk, Mark Zuckerberg, Peter Thiel, Jensen Huang, Jeff Bezos e Marc Andreessen. Il mondo in cui i magnati di Hollywood uscirono da quella sala non sarebbe stato, in alcun senso significativo, lo stesso che avevano lasciato.
Il discorso di Gore alla UCLA oggi appare come un momento di fiducia nella fantasia clintoniana di una modernizzazione gestita: l’idea che un mercato leggermente guidato, adeguatamente “incentivato”, potesse essere spinto a costruire un nuovo spazio civico. Gore inquadrava l’intero progetto come un servizio pubblico realizzato con capitale privato, insistendo sul fatto che «la nazione ha bisogno di investimenti privati per completare la costruzione della National Information Infrastructure. E la concorrenza è il mezzo più critico per incoraggiare tali investimenti». Colpisce, a posteriori, non la tecnofilia, ma la certezza disinvolta che la “concorrenza” avrebbe garantito pluralismo e accesso, che regole di mercato disegnate dallo Stato avrebbero impedito la nascita di colli di bottiglia e pedaggi privati. La traiettoria reale di Internet — verso una struttura dominata, a ogni livello, da una manciata di aziende, dagli operatori alle piattaforme fino ai broker pubblicitari — rende la scena quasi allegorica: un’amministrazione che celebra la concorrenza come garanzia di apertura mentre, nei fatti, contribuisce a far nascere un ordine consolidato, quasi monopolistico, che avrebbe finito per restringere e privatizzare proprio quella sfera pubblica che immaginava di creare.
Per 150 anni, dalla Rivoluzione industriale in poi, gli americani avevano creduto che scienza e tecnologia avrebbero tenuto insieme la nazione, proprio come le ferrovie e il telegrafo avevano compresso le distanze continentali. Lo storico John P. Diggins osservò che «mentre la natura stessa della politica in America implicava divisione e conflitto, la scienza era vista come portatrice di coesione e consenso». Quella fede stava per essere messa alla prova fino alla distruzione.
Nel giro di due anni, Gore e Newt Gingrich collaborarono per approvare il Telecommunications Act del 1996, e al suo interno era nascosta una disposizione — la Sezione 230 — destinata a rivelarsi più determinante di qualsiasi altra parte della legge. Concesse alle nuove piattaforme uno scudo legale che nessun’altra impresa americana possedeva: l’immunità dalla responsabilità per i contenuti generati, moderati o amplificati dagli utenti. L’effetto fu quello di consegnare agli architetti dell’era digitale una licenza a costruire senza obblighi. Benvenuti nel Far West: le piattaforme possiedono lo sceriffo.
Seguì un’epoca di accumulazione rapace. Nel 1994, la più grande azienda americana per capitalizzazione era Exxon, valutata 34 miliardi di dollari. Oggi Google vale 3,7 trilioni. E quando Donald Trump ha prestato giuramento nel gennaio 2025, affiancato da quell’élite tecnocratica le cui fortune erano cresciute oltre ogni precedente, ha preso forma la possibilità che il decennio precedente stesse cristallizzandosi in un nome: tecno-fascismo — un ordine autoritario e corporativo in cui una ristretta casta di élite tecnocratiche utilizza infrastrutture digitali e intelligenza artificiale per automatizzare il governo, intensificare la sorveglianza ed erodere la responsabilità democratica, presentando al contempo il proprio dominio come l’applicazione neutrale della competenza.
Nell’ultimo decennio ho scritto della divisione quasi teologica tra due credi contrapposti. Il vangelo della nostalgia promette di “rendere l’America di nuovo grande” — con una logica implicita: l’America degli anni Cinquanta, quando le certezze degli uomini bianchi non venivano messe in discussione da persone di colore, donne, immigrati o individui queer, era un mondo più stabile e leggibile da recuperare. Il vangelo del progresso, come ha scritto Andreessen, sostiene che «non esiste alcun problema materiale — creato dalla natura o dalla tecnologia — che non possa essere risolto con più tecnologia». La sua logica è più semplice: smettetela di lamentarvi. Salari stagnanti, aumento dei disturbi mentali indotti dai social media, calo della proprietà immobiliare, un pianeta che si riscalda — forse, ma almeno abbiamo gli iPhone. Il filosofo Antonio Gramsci aveva previsto questa dialettica già nel 1930: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere. In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Eppure la rivelazione porta con sé la sua ansia gemella. Se la mente non è più un’eredità esclusivamente nostra, che ne sarà di quell’eredità quando le macchine inizieranno a imitarla? L’intelligenza artificiale pone non solo una sfida tecnica, ma metafisica. Ci chiede se la coscienza possa esistere senza vulnerabilità — senza il battito cardiaco e il rischio di una vita che può essere perduta. Il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio ci ricorda che il cervello si è evoluto per servire il corpo, che la coscienza nasce dal sentire. Le macchine, per quanto sofisticate, non conoscono fame, dolore, desiderio. Essere coscienti, nel senso umano, significa partecipare alla necessità — essere vincolati al proprio destino.
Il vero pericolo non è che le macchine diventino come noi, ma che noi diventiamo come loro: efficienti, insensibili, perfettamente programmabili. Una società abituata alla passività e ottimizzata per il consumo potrebbe finire per dimenticare il lavoro di costruire un mondo insieme. Ciò che un tempo apparteneva alla politica — il lavoro immaginativo del destino collettivo — è stato silenziosamente ceduto alla logica aziendale dell’algoritmo. Il risultato non è illuminazione ma recinzione: una società vigile su tutto tranne che su sé stessa.
Questo interregno, dunque, non è una pausa ma una frattura — un tempo sospeso in cui le istituzioni esistono ancora ma non persuadono più, in cui il futuro arriva in forme che nessuno aveva davvero previsto. Quello che per la mia generazione era iniziato come il sogno ottimistico di una rivoluzione delle comunicazioni si è trasformato in una condizione generale della vita americana: un’oligarchia digitale alla deriva tra diversi ordini, armata di un potere enorme ma incerta su chi, o che cosa, serva. Alcuni di noi avevano intravisto il rischio quando era ancora solo un rischio — che i principi della cleptocrazia potessero diventare propri dell’America. Quella visione cupa sta ora prendendo forma, in tempo reale, nella figura di Trump. Come ha scritto David Frum su The Atlantic, «la spudoratezza dell’arricchimento personale in corso non assomiglia a nulla visto in precedenza alla Casa Bianca, ma piuttosto alla corruzione di una repubblica post-sovietica o di uno Stato postcoloniale». E gli oligarchi tecno-fascisti sono lì, al trogolo, in attesa di essere nutriti.
L’era della sorveglianza e della simulazione
Il primo segnale chiaro che la promessa di una comunità digitale intellettuale e proprietaria si era guastata arrivò con le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013, quando gli americani scoprirono che Google e Facebook avevano aperto le loro backdoor allo Stato di sicurezza. Quella che era stata presentata come un’architettura della connessione si rivelò anche un’infrastruttura di monitoraggio.
A metà degli anni Venti, la paura si era trasformata in abitudine. Un sondaggio YouGov del 2025 ha rilevato che quasi un quarto degli americani ammetteva di censurare i propri post o messaggi per timore di essere sorvegliato o doxxato. La sorveglianza non aveva più bisogno di bussare alla porta: bastava la consapevolezza di uno sguardo per produrne gli effetti. Quella che era stata una piazza pubblica era diventata, quasi impercettibilmente, un panopticon dell’autocontrollo.
In questo apparato è entrata una nuova classe di supervisori privati. Palantir, la società di data mining cofondata da Peter Thiel, è passata da strumento antiterrorismo a motore generalizzato per correlare informazioni personali — dichiarazioni fiscali, tracce sui social media, i residui burocratici della vita quotidiana. Fonti interne hanno avvertito che i dati che i cittadini avevano affidato all’IRS (istituto che governa il fisco negli Stati Uniti, ndt) o alla Social Security per la gestione ordinaria potevano essere ricombinati per scopi molto più invasivi. Il punto non era solo che venivamo osservati, ma che venivamo resi leggibili — ordinati, valutati, classificati in modi a noi invisibili. Come ha detto al New York Times l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, il Quarto Emendamento che vieta perquisizioni e sequestri irragionevoli viene di fatto aggirato dall’IA:
«Non è illegale mettere telecamere ovunque negli spazi pubblici e registrare ogni conversazione. È uno spazio pubblico — non hai diritto alla privacy in uno spazio pubblico. Ma oggi il governo non potrebbe registrare tutto e dargli un senso. Con l’IA, la capacità di trascrivere il parlato, analizzarlo, correlarlo, permetterebbe di dire: questa persona è membro dell’opposizione — e tracciare una mappa di tutti i 100 milioni. E allora si finirebbe per svuotare il Quarto Emendamento aggirandolo tecnicamente?».
Stiamo assistendo alla prima vera battaglia morale dell’era dell’IA, e le sue linee del fronte attraversano direttamente le sale riunioni della Silicon Valley. Anthropic è stata la prima a tracciarle. L’azienda ha rifiutato di consentire che i propri sistemi venissero utilizzati contro la popolazione americana in nome della sicurezza e ha respinto l’idea di collegare la propria IA al Pentagono per armi autonome capaci di identificare e uccidere senza autorizzazione umana. Per il Dipartimento della Difesa, abituato ad acquistare obbedienza insieme ai contratti, l’idea che un fornitore imponesse limiti morali all’uso militare è sembrata quasi insubordinazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha classificato Anthropic come rischio per la sicurezza della supply chain. Il presidente Trump, su Truth Social, ha definito l’azienda «radical woke» e ha ordinato alle agenzie federali di smettere di utilizzare la sua tecnologia. Anthropic è stata, di fatto, messa al bando per una questione di coscienza.
Quello che è accaduto dopo ha rivelato qualcosa di importante sul panorama morale dell’industria dell’IA. OpenAI, che pubblicamente si era posizionata sulle stesse linee rosse di Anthropic — Sam Altman aveva insistito sul fatto che anche la sua azienda si opponesse alla sorveglianza domestica di massa e alle armi completamente autonome — si è mossa rapidamente per colmare il vuoto. Mentre Anthropic veniva esclusa da Washington, OpenAI ha negoziato e firmato in silenzio un proprio accordo con il Pentagono, concedendo al Dipartimento della Difesa l’accesso ai suoi modelli per impieghi in ambienti classificati. Subito dopo, OpenAI ha pubblicato un post sul blog con una nota significativa: «Non sappiamo perché Anthropic non sia riuscita a raggiungere questo accordo e speriamo che loro e altri laboratori lo prendano in considerazione». L’azienda che a parole condivideva i principi di Anthropic aveva, nei fatti, sfruttato la sua esclusione per aggiudicarsi il contratto.
La reazione è stata immediata — e interna. Caitlin Kalinowski, che dalla fine del 2024 guidava i team hardware e robotics di OpenAI, ha annunciato pubblicamente le proprie dimissioni. Il suo messaggio, pubblicato su X e LinkedIn, era breve e preciso: «L’IA ha un ruolo importante nella sicurezza nazionale. Ma la sorveglianza degli americani senza controllo giudiziario e l’autonomia letale senza autorizzazione umana sono linee che meritavano una riflessione più approfondita. Si tratta di una questione di principi, non di persone».
La formulazione era attenta, quasi scrupolosamente equa verso i suoi ex colleghi. Ma il contenuto era severo. Una dirigente tecnica di alto livello, che aveva dedicato la propria carriera alla costruzione dei sistemi fisici attraverso cui l’IA incontra il mondo reale, era giunta alla conclusione che OpenAI avesse superato linee che aveva promesso pubblicamente di non oltrepassare — e senza il livello di discussione interna che quelle linee richiedevano. Alcuni utenti hanno cancellato i loro abbonamenti a ChatGPT per protesta. Claude, l’assistente di Anthropic, è diventato l’app gratuita numero uno sull’App Store di Apple, superando ChatGPT. Il mercato, a modo suo, ha espresso un verdetto.
Ciò che questo episodio mette in luce è la gerarchia delle pressioni che agiscono su ogni azienda di IA in questo momento. Le dichiarazioni pubbliche di Altman e le trattative private di OpenAI sembrano appartenere a universi morali diversi, e il divario tra i due misura la rapidità con cui i principi cedono sotto il peso combinato dei contratti governativi, dell’ansia competitiva e dell’ebbrezza della vicinanza al potere. Hegseth e Trump hanno inviato il segnale più chiaro possibile: le aziende che tracciano linee saranno punite; quelle che le cancellano saranno ricompensate. L’esito di questa prima battaglia morale dell’era dell’IA contribuirà a determinare la forma di tutte quelle che seguiranno.
Ma, in questo caso, la cancellazione non è accidentale — è il modello di business. Le domande che sembrano separate — chi controlla le armi, chi sorveglia i cittadini, chi possiede la cultura, il lavoro di chi addestra la macchina — sono in realtà una sola domanda, posta a tutti noi contemporaneamente: se l’umanità resterà l’autrice della propria storia o ne verrà silenziosamente espulsa.
Il patto della tecnocrazia
L’intelligenza artificiale, in questo contesto, funziona non solo come strumento ma anche come ideologia. I sistemi che oggi riassumono le notizie, correggono gli esami e generano immagini sono costruiti interamente a partire dall’accumulo dell’espressione umana, eppure vengono presentati come sostituti del lavoro lento e imperfetto del pensiero. Per loro stessa natura rimescolano più che originare; automatizzano lo stile svuotandolo del rischio. Il risultato è un flusso di prosa e immagini sintetiche che somiglia alla cultura ma non porta alcuna traccia dell’esperienza. Chiunque, con un prompt, può simulare la superficie dell’arte, riducendo ulteriormente la distinzione tra ciò che è costruito e ciò che è semplicemente prodotto.
Dobbiamo insistere sull’io umano come qualcosa di più di un tremolio di circuiti o di un’eco di stimoli — sostenere che la nostra coscienza non è riducibile a un meccanismo, che la nostra arte, la nostra musica, la nostra capacità di bellezza e dolore possiedono una dignità che nessuna macchina può contraffare. Dobbiamo immaginare un futuro in cui l’umanità continui a governare le proprie creazioni — non come oggetto delle proprie invenzioni, ma come loro autore e misura. Un mondo che offre consumo al posto del senso prepara una forma diversa e più corrosiva di inquietudine.
I contorni di quell’inquietudine erano già leggibili a metà del decennio. Nei rapporti sul lavoro e nei bollettini dei think tank si poteva seguire lo smantellamento silenzioso del mondo dei colletti bianchi. Giovani laureati, qualificati e fortemente indebitati, scoprivano che i lavori per cui si erano preparati non esistevano più nelle forme familiari; intere categorie di lavoro amministrativo e creativo venivano assorbite dall’IA o riorganizzate attorno alle sue efficienze. I commentatori parlavano di una “apocalisse occupazionale dell’IA” non come metafora ma come dato demografico — uno strato istruito che scivola verso il basso, con ambizioni che si dissolvono nella precarietà. La storia offre un avvertimento: quando un eccesso di istruzione incontra una scarsità di opportunità, seguono turbolenze e disordini. I tirocinanti e gli impiegati dell’economia della conoscenza possono diventare i dissidenti di una nuova epoca.
Ma molti tecnocrati percepiscono già ciò che sta arrivando e preferiscono preparare la propria via di fuga. Acquistano complessi residenziali in Nuova Zelanda, piste d’atterraggio in valli remote, rafforzano proprietà su isole lontane, attrezzate e cablate per resistere a un assedio. Il gesto tradisce tutto: anche loro si aspettano la tempesta. Intendono semplicemente osservarla da una distanza di sicurezza — oltre la portata dei laureati, degli ambiziosi, dei milioni di individui destinati a vivere nel mondo costruito dalle loro macchine. In quella distanza — il divario tra chi costruisce vie d’uscita e chi non ha dove andare — l’interregno assume la sua forma più riconoscibile: una società in attesa, con crescente impazienza e rabbia, di un nuovo assetto che non è ancora arrivato.
Sean O’Brien, presidente dei Teamsters, ha detto recentemente qualcosa sull’IA e il lavoro che resta sospeso nell’aria come un cambio di pressione: per una volta, coloro che non hanno mai conosciuto il rischio economico stanno per capire cosa significa essere esposti — vivere senza protezione dalle intemperie del mercato. Secondo il New York Times, «il tasso di disoccupazione tra i laureati tra i 22 e i 27 anni è salito al 5,6% alla fine dello scorso anno».
Per trent’anni, il Paese si è allontanato sempre di più dal mondo delle cose. La vecchia economia della materia — fatta di strumenti, fabbriche e produzione fisica — è stata progressivamente sostituita da un’economia dei segni. Abbiamo imparato a credere che il futuro appartenesse a chi operava nelle astrazioni: i gestori di sistemi, i manipolatori di simboli, i custodi dell’informazione. Questa convinzione è diventata il nucleo morale della classe professionale. Pensare era nobile; fare era obsoleto.
Per decenni, la classe professionale ha osservato lo svuotamento del mondo industriale scambiando quello spettacolo per la conferma della propria permanenza. Ha confuso l’esenzione con il destino. Ora la correzione è arrivata — non dalla fabbrica, ma dai circuiti.
Questo è uno dei significati dell’interregno: una pausa in cui i vecchi miti di classe non corrispondono più alla realtà materiale, e nessuna nuova narrazione si è ancora consolidata. In quello spazio intermedio, persone che un tempo si percepivano come autori del futuro scoprono di essere anche personaggi, scritti dentro un copione la cui logica non controllavano pienamente.
Eppure esiste un’altra strada, se riusciamo a trovare l’immaginazione per percorrerla. Piuttosto che intraprendere una resistenza luddista destinata al fallimento, potremmo cercare un grande patto con gli architetti del nuovo ordine — entrando in una negoziazione diretta con le Big Tech sui termini politici della transizione. La questione non è se l’IA possa essere fermata; non può. La questione è se i suoi benefici possano essere condivisi.
Quanta parte dell’immenso flusso di ricavi che attraversa piattaforme e hyperscaler potrebbe essere reindirizzata verso un fondo sovrano, un dividendo comune per coloro il cui lavoro è stato sostituito? Dario Amodei ha proposto una tassa del 3% sui ricavi dell’IA per alimentare questo fondo. È un momento che richiede meno purezza e più negoziazione — una partnership inquieta ma deliberata tra umanisti e tecnologi, volta a evitare che una classe di laureati frustrati diventi la materia prima di una crisi rivoluzionaria più ampia.
Marshall McLuhan riteneva che i nuovi media stessero creando «un vortice travolgente e distruttivo» nel quale veniamo trascinati contro la nostra volontà. Ma credeva anche in una via d’uscita. «L’assoluta indispensabilità dell’artista», scriveva, «è che solo lui, nell’incontro con il vortice, può riconoscerne i pattern. Solo lui possiede la consapevolezza per dirci di cosa è fatto il mondo. L’artista è in grado di fornirci […] una carta di navigazione per uscire dal vortice creato dalla nostra stessa ingegnosità».
La nostra grande domanda, oggi, deve essere: come usciamo dalla politica della disperazione nazionale — un vortice generato dalla nostra stessa inventiva? Non sarà semplice, perché un vasto sistema mediatico dipende dal nostro coinvolgimento nell’indignazione. Tre aziende — X, Meta, Google — monopolizzano i ricavi pubblicitari che da quell’indignazione derivano. Il 78% degli americani afferma che queste società detengono troppo potere. Per spezzare l’incantesimo, dobbiamo comprendere le radici della guerra culturale artificiale che hanno coltivato — e ricordare che l’America ha avuto una promessa reale. Solo recuperando quella memoria possiamo iniziare a immaginare quale potrebbe essere la nuova promessa della vita americana.