Per anni sono stati il simbolo di una controcultura che voleva mandare in tilt il sistema. Adesso sono finite nei laboratori universitari, negli studi clinici e nei radar degli investitori. Gli psichedelici, da sempre sospesi tra fascinazione e paura, stanno tornando al centro della ricerca scientifica. La domanda, però, è se siamo davvero pronti a fare i conti con quello che potrebbero cambiare. A Napoli, il 10 e 11 ottobre, negli spazi dell’ex Base NATO, si è tenuto il primo convegno nazionale di Illuminismo Psichedelico. Ricercatori, psichiatri, psicologi, divulgatori e attivisti si sono incontrati per discutere di LSD, psilocibina, ketamina e delle loro possibili applicazioni terapeutiche. Depressione resistente ai trattamenti, disturbo da stress post-traumatico, dipendenze: il campo di ricerca si sta allargando e le promesse sono molte, ma le evidenze non si sono ancora trasformate tutte in terapie.
Nel febbraio 2026, all’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, è avvenuta la prima somministrazione di psilocibina nell’ambito di una sperimentazione clinica italiana sulla depressione resistente, coordinata dall’équipe dello psichiatra Giovanni Martinotti. Un passaggio importante per la ricerca nazionale, che non significa però che la sostanza sia diventata una cura disponibile per tutti. Si tratta di una sperimentazione condotta in un contesto clinico controllato. Se il rinascimento psichedelico è cominciato quando la scienza ha riaperto una porta che il proibizionismo aveva chiuso, forse oggi siamo davanti a una fase diversa, meno mitologia, più domande scomode. È da qui che parte Federico di Vita, scrittore, presidente dell’Associazione Illuminismo Psichedelico e fondatore del podcast Illuminismo Psichedelico, nato sei anni fa e diventato uno dei punti di riferimento italiani per chi vuole orientarsi in questo universo.

Federico di Vita. Foto: Agnese Sbaffi
«Prima del podcast avevo curato un libro intitolato La scommessa psichedelica, uscito per Quodlibet», racconta. L’idea era portare il tema fuori dai laboratori e dagli ambienti specialistici, mettendolo in dialogo con scrittori, intellettuali, artisti e personalità della cultura italiana. «Volevo far vedere alla bolla culturale italiana che questo argomento è importante. È importante contaminare in senso positivo la cultura del nostro Paese, ma in realtà dell’Occidente, a tanti livelli».
L’ispirazione arriva da The Duncan Trussell Family Hour, il podcast da cui è nata la serie animata Netflix The Midnight Gospel, dove spiritualità, coscienza e psichedelia diventano materia di conversazione senza bisogno di trasformare ogni ascoltatore in uno specialista. «Ho pensato, lo so fare anch’io, lo faccio qua». Attorno al podcast sono nate diverse iniziative, come la comunità online dedicata agli abbonati Patreon, e i cerchi di integrazione, una attività di riduzione del danno. Queste attività hanno trovato una sistemazione nell’Associazione di Volontariato Illuminismo Psichedelico, un’organizzazione impegnata nella formazione e nella divulgazione (promotrice del primo convegno), e poi nella Illuminismo Psichedelico Academy, che punta a formare professionisti della salute mentale in un settore in cui l’interesse cresce più velocemente delle possibilità di applicazione clinica.
«Il nome, Illuminismo Psichedelico, me lo ha suggerito Marco Perduca, vicepresidente dell’Associazione Luca Coscioni. C’è questa idea del Rinascimento Psichedelico che va avanti da tanti anni. Ma se il Rinascimento è durato abbastanza, cosa viene dopo? L’Illuminismo». Non un invito a credere ciecamente nelle nuove sostanze, ma la volontà di accendere la luce, separare le aspettative dai risultati e capire quali interessi si muovono dietro una delle frontiere più promettenti e controverse della medicina. L’Accademy è partita a gennaio 2026 con un corso sulla terapia assistita da psichedelici rivolto a medici e psicologi e un secondo percorso dedicato all’integrazione psichedelica. La risposta, racconta Caterina Bartoli, anatomopatologa e divulgatrice scientifica che segue il progetto, è stata sorprendente: «Il primo corso è andato sold out in poche ore. Gli studenti sono 35 e abbiamo una lunghissima lista d’attesa».
Per Bartoli, questa domanda racconta qualcosa che va oltre la curiosità per sostanze ancora stigmatizzate. «Secondo me è anche un sintomo del fatto che le attuali terapie e l’attuale approccio alla salute mentale non stanno funzionando benissimo. Non è più soltanto una questione di farmaci, ma anche di come si intende la salute mentale e il rapporto con i pazienti». Il punto non è sostituire una pillola con un fungo, né vendere l’ennesima promessa di felicità in formato chimico. È interrogarsi su un sistema di cura che spesso fatica a rispondere ai bisogni delle persone e capire se, in condizioni controllate, gli psichedelici possono aggiungere qualcosa agli strumenti già disponibili. «Sono proposte terapeutiche che potrebbero rivoluzionare non solo la farmacologia, in senso fisiologico e neurobiologico, ma anche la psichiatria e la salute mentale in generale», spiega Bartoli.

Foto: Agnese Sbaffi
Gli studi internazionali hanno prodotto risultati interessanti, ma restano questioni aperte sull’efficacia, sulla durata dei benefici, sulla selezione dei pazienti e sugli effetti avversi. L’obiettivo dell’Accademy è costruire una comunità di professionisti preparati prima che il settore cresca ulteriormente. «Cerchiamo proprio di fare comunità, perché speriamo che questi studenti diventino in futuro i professionisti della salute mentale e psichedelica. Magari succederà fra qualche anno, però abbiamo piantato un semino». E mentre la ricerca cerca di capire che cosa succede nel cervello, ci si domanda: chi deciderà come usare queste sostanze?
«Sono sostanze che sicuramente hanno un grande potenziale, ma bisogna stare molto attenti alla strumentalizzazione che se ne fanno, non solo nell’uso ma anche nella narrazione che le accompagna», avverte Alice Melani, neuroscienziata di 26 anni e ricercatrice. Dopo aver iniziato Medicina, ha scelto Biotecnologie all’Università Bicocca di Milano e poi la magistrale in Neuroscienze alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ha proseguito il dottorato. Ha, quindi, vinto una borsa di studio che le ha permesso di svolgere una parte del dottorato alla Harvard Medical School, in collaborazione con il Boston Children’s Hospital. A Boston ha lavorato a un progetto dedicato alla connettività cerebrale e agli effetti della ketamina in modelli animali di disturbi del neurosviluppo. «La ketamina non è propriamente uno psichedelico classico, ma un anestetico dissociativo che agisce sui recettori NMDA del glutammato e può modificare l’attività dei circuiti neuronali. Mi sono concentrata in particolare sulla sindrome da deficit di CDKL5, una rara condizione genetica associata a epilessia e importanti difficoltà motorie, linguistiche e cognitive. La domanda di partenza era se alcune alterazioni della connettività osservate in questi modelli potessero essere influenzate dalle modificazioni prodotte dalla sostanza».
Durante il periodo a Boston ha utilizzato la functional ultrasound imaging, una tecnica che consente di studiare l’attività e la connettività cerebrale attraverso gli ultrasuoni. «I risultati sembrano promettenti, abbiamo osservato segnali compatibili con un parziale recupero di alcune alterazioni della connettività nei modelli studiati dopo la somministrazione della sostanza». La cautela, tuttavia, è indispensabile: «È un punto di partenza, non una dimostrazione di efficacia terapeutica». Servono altri esperimenti e verifiche, compresi studi sugli effetti comportamentali e sui sintomi. Per Melani, il ritorno degli psichedelici non è soltanto una storia di neuroni, recettori e sperimentazioni cliniche. È anche una di soldi, potere e ideologie. «La scienza non è separata dal mondo in cui viene prodotta. Pensare che sia completamente neutrale e avulsa dal contesto è una finzione». Le scelte politiche ed economiche influenzano quali domande vengono poste, quali progetti ricevono finanziamenti e quali risultati arrivano alle persone. Negli ultimi anni il settore ha attirato investimenti privati e venture capitalist, mentre la nuova narrazione di queste sostanze si allontana in parte da quella della controcultura. Negli anni Sessanta, gli psichedelici erano associati alla contestazione delle logiche iperproduttive, alla ricerca di comunità e a un diverso rapporto con il mondo. Oggi una parte del discorso pubblico li presenta come strumenti per migliorare le prestazioni individuali, aumentare la produttività e diventare versioni più efficienti di sé.

Foto: Agnese Sbaffi
Il paradosso è evidente: sostanze un tempo associate alla critica del sistema potrebbero essere vendute come strumenti per funzionare meglio al suo interno. «L’idea diventa quella di una sostanza capace di renderti più efficiente, più produttivo, più performante» – osserva Melani. «In questo modo, qualcosa che in altri contesti veniva associato alla critica del sistema può essere reinterpretato come uno strumento per adattarsi meglio alle sue richieste». Gli investimenti privati non sono un male, e una scoperta non perde valore perché qualcuno può guadagnarci, ma chi finanzia la ricerca contribuisce anche a decidere quali domande porre, quali risultati valorizzare e quali trattamenti portare sul mercato. «Dobbiamo chiederci chi finanzia i progetti, quali interessi ci sono dietro e a chi arriveranno i benefici delle eventuali terapie». Se potranno permettersele soltanto alcune fasce della popolazione, una promessa di innovazione rischierà di trasformarsi nell’ennesimo privilegio.
«Il movimento psichedelico è ottimista per definizione, si parla di espansione della coscienza, di possibilità, di trasformazione. Ma bisogna anche essere prudenti». A dirlo è Georgia Wilson Jones, psichiatra, vicepresidente dell’Associazione Illuminismo Psichedelico e docente nei corsi di formazione. Il suo interesse per queste sostanze nasce dallo studio della coscienza e dei suoi correlati neurali. «Per capire come funziona la coscienza, mi è sembrato naturale studiare anche le sue alterazioni. Gli psichedelici sono strumenti che permettono di modificare profondamente l’esperienza cosciente». Dopo gli studi in biochimica, Wilson Jones ha scelto la psichiatria per affiancare alla prospettiva neurobiologica quella clinica: non soltanto capire che cosa accade nel cervello, ma anche che cosa può significare per una persona. «In Italia, al momento, non esistono terapie propriamente psichedeliche approvate e disponibili nella pratica clinica ordinaria. L’unico farmaco che si avvicina a questo paradigma è l’esketamina, utilizzata per alcune forme di depressione resistente ai trattamenti. Non è una terapia esperienziale, non c’è una preparazione all’esperienza e non c’è un percorso di integrazione legato all’assunzione».
Le prospettive internazionali sono più ampie. La depressione maggiore, soprattutto quando è resistente ai trattamenti, è uno dei principali ambiti di studio; l’MDMA è stata studiata per il disturbo da stress post-traumatico e altre sostanze vengono sperimentate nel campo delle dipendenze. Ma risultati promettenti non significano che esista una soluzione valida per tutti. «La cosa importante è capire che queste terapie potrebbero essere per molte persone, ma non proprio per tutti-tutti. È fondamentale fare un’anamnesi psichiatrica accurata, perché sappiamo che gli psichedelici possono attivare processi che, in alcuni casi, arrivano a manifestarsi con sintomi maniacali o psicotici. Dobbiamo capire quali pazienti potrebbero trarne beneficio e per quali, invece, i rischi potrebbero superare i benefici».

Foto: Agnese Sbaffi
Il punto è particolarmente delicato per chi ha una storia di disturbo bipolare o di disturbi dello spettro schizofrenico. «Non abbiamo elementi per formulare divieti assoluti validi in ogni situazione, ma dobbiamo considerare seriamente il rischio di un’iperattivazione o di un’esacerbazione dei sintomi». La selezione dei pazienti, quindi, non è un dettaglio burocratico, è parte integrante della sicurezza del trattamento. «Sono strumenti delicati. L’esperienza può essere molto forte dal punto di vista emotivo e, per definizione, inaspettata». Si può passare dall’euforia a un vissuto estatico, da un senso di connessione a momenti di angoscia, paura o paranoia. In alcuni casi possono emergere ricordi autobiografici dolorosi o esperienze traumatiche. «Non possiamo sapere in anticipo quale tipo di vissuto emergerà. Per questo è importante avere un contenitore adeguato, il cosiddetto setting, capace di essere forte ma anche flessibile».
In un percorso terapeutico, ciò che emerge può essere affrontato, compreso e integrato; fuori da quel contesto, la stessa esperienza può diventare disorientante o persino traumatica. È anche uno dei motivi per cui gli psichedelici suscitano interesse clinico: possono rendere accessibili contenuti emotivi profondi in tempi relativamente brevi. «In poche ore possono emergere contenuti che normalmente richiederebbero molto tempo per essere riconosciuti o affrontati. Ma questo non significa che il lavoro terapeutico possa essere sostituito da una singola esperienza. Non basta che emerga qualcosa, bisogna capire che cosa significhi per quella persona e come possa essere elaborato». La preparazione e l’integrazione successiva non sono quindi accessori, ma parti essenziali del percorso. Anche la neuroplasticità, spesso citata per spiegare il potenziale degli psichedelici, va trattata con cautela. «Si parla molto di neuroplasticità, ma è un termine che rischia di essere inflazionato. Non possiamo descrivere quello che accade nel cervello come un fenomeno globale e automaticamente positivo. Ci sono modificazioni della connettività che sono interessanti, ma i meccanismi sono complessi e dobbiamo continuare a studiarli».
Il rischio, del resto, è duplice: alimentare aspettative eccessive oppure lasciare che lo stigma impedisca di studiare possibilità terapeutiche che meritano una valutazione rigorosa. «È giusto essere interessati a queste sostanze e riconoscerne le potenzialità, ma bisogna mantenere una coscienza critica sul loro utilizzo», sottolinea Melani. «Dobbiamo evitare sia l’entusiasmo acritico sia il rifiuto pregiudiziale». L’idea e l’impegno, quindi, sono quelli di costruire terapie più sicure, con maggiori evidenze scientifiche e una migliore capacità di valutare i rischi. «Il fatto che l’Italia proceda più lentamente non è necessariamente uno svantaggio, potrebbe essere l’occasione per costruire un quadro clinico più solido prima di rendere questi trattamenti accessibili», dice Wilson Jones. Ma la prudenza non deve trasformarsi in immobilismo. «Gli psichedelici possono essere anche strumenti per comprendere la mente, non soltanto potenziali trattamenti. Modificando temporaneamente la percezione e il modo in cui le aree cerebrali comunicano, permettono di studiare alcuni meccanismi che in condizioni ordinarie sono più difficili da indagare. Credo che il loro potenziale vada esplorato su entrambi i piani, quello terapeutico, quando esistono condizioni per cui un intervento può migliorare la qualità della vita, e quello della conoscenza, per comprendere meglio la mente umana». È anche la ragione per cui l’Accademy prova a mettere in comunicazione discipline che per troppo tempo hanno viaggiato su binari separati. «Per comprendere queste sostanze non basta studiare i recettori, così come non basta raccontare un’esperienza soggettiva senza conoscerne i possibili rischi clinici. Servono neuroscienze, psicologia, psichiatria e attenzione al contesto sociale», spiega Wilson Jones.
Il lavoro di formazione punta a creare una rete tra professionisti che prima erano isolati. «L’idea è costruire un arcipelago, mettere in comunicazione persone che hanno lo stesso interesse ma che spesso non sanno nemmeno di lavorare su questioni vicine». Il passaggio dal Rinascimento all’Illuminismo psichedelico non consiste nel rinunciare all’entusiasmo, ma nell’imparare a sottoporlo alla prova dei fatti. Gli psichedelici potrebbero aprire nuove strade per la salute mentale e per la comprensione della coscienza, ma servono evidenze solide, professionisti preparati e attenzione ai rischi. La sfida, adesso, è capire non soltanto che cosa queste sostanze possono fare, ma per chi, a quali condizioni e con quali garanzie.










