Ce lo meritavamo davvero Andrea Scanzi che ci spiega ‘Emilia paranoica’? | Rolling Stone Italia
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Ce lo meritavamo davvero Andrea Scanzi che ci spiega ‘Emilia paranoica’?

La presenza del giornalista sul palco della reunion dei CCCP è stata una scelta voluta da Lindo Ferretti o una boutade? E, in qualsivoglia caso, era davvero necessaria?

Ce lo meritavamo davvero Andrea Scanzi che ci spiega ‘Emilia paranoica’?

Un momento del Gran Galà Punkettone dei CCCP al Teatro Valli

Foto: Luca Del Pia

Alberto Piccinini: Ne abbiamo già parlato credo ma la reunion dei CCCP a Berlino mi ha lasciato piuttosto indifferente tranne un particolare: Andrea Scanzi. Sì lo so che non bisogna dargli troppa importanza perché poi facciamo il suo gioco, ingrassiamo l’ego da talk show e il cachet a puntata, ma siccome nella nostra bolla boomer non si parla d’altro, accantoniamo la questione e chiediamoci: Lindo Ferretti (o chi per lui) ha chiamato Andrea Scanzi perché sapeva chi era, oppure al contrario perché non sapeva chi era? Nel primo caso la scelta è al limite dell’imbarazzo. Se Ferretti la mattina prega per Giorgia e la sera pensa che Scanzi sia un fine narratore degli anni ’80 – mezzo Gaber mezzo Tondelli – vabbè ciao devo ricredermi su parecchie cose. Avevo sempre considerato i CCCP (e i CSI) a livello del miglior teatro italiano di quegli anni: Raffaello Sanzio, Albe di Ravenna, il festival di Santarcangelo, ma salire sul palco con l’elmetto in testa è una roba tra Freak Antoni e Sturmtruppen se va bene. E poi che bisogno c’era di aggiungere una spiega a Emilia Paranoica? Come diceva Monicelli a Nanni Moretti: Scanzati e facci vedere i CCCP. Il secondo caso mi preoccupa di più. I CCCP che vivono sulle montagne e hanno ancora la tv con l’antenna retrattile chiamano Scanzi perché è “il coglione che va da Lilli Gruber” come ha detto Ferretti mi pare. Può darsi che l’abbia detto quando ha capito di aver fatto una cazzata e ha provato a salvarsi tirando fuori il “non sono come tu mi vuoi”. Ma così sono capaci tutti. Chi era al concerto mi ha raccontato che dietro le quinte quello che colpiva di più era la totale solitudine di Scanzi prima e dopo di salire sul palco. E mi inquieta il fatto che lui se li sia cucinati per benino a cominciare dalla terrificante intervista per il Fatto, e adesso racconti questa storia non come un grande qui pro quo ma come il suo trionfo. L’ho sentito intervistato persino su Radio Tre dai miei amici di Fahreneit (dei quali non posso parlare male) con la serietà che si deve al testimone di un grande evento culturale, passare per martire dei punk venuti su coi voli low cost dalla provincia e forse persino no vax superstiti. Ma allora, mi scuserai la vetero citazione, ce lo meritiamo Scanzi.

Giovanni Robertini: Certo che ce lo meritiamo! Ho provato a consolarmi pensando che la scelta dei CCCP di chiamare Scanzi sul palco fosse un omaggio all’ultimo baluardo punk di massa, il talk show di Rete 4 (anche se Giovanni Lindo pare guardi la Gruber su La7, che è più da cantautori tristi): pogo, urla, mazzate, telecamere rotte, rissa e lancio di ortaggi, tipo una puntata a caso di Mario Giordano. Ma purtroppo non è così, altrimenti sul palco avrebbe chiamato un Borgonovo, un Belpietro, un Senaldi, e non sarebbe bastato l’elmetto. La tre giorni berlinese è stata solo un festival del reducismo, divertente se preso come una zingarata tra amici che finisce a birre e bratwurst a Kreuzberg, nostalgica per i nostalgici (beati loro), e comunque un gran pezzo di teatro di Gigi Proietti: “Se je tocca morì sopra le scene, è vero che nun more veramente. Sennò che morirebbe così bene? Capisci sì com’è? Famme er piacere, se morisse de morte veramente, non potrebbe morì tutte ‘e sere”. Nel mio piccolo ho partecipato a uno spin off minore di questa Isola dei Reduci andando al concerto milanese di Giorgio Canali, ex tecnico del suono dei CCCP e dei Litfiba, poi chitarrista dei CSI e dei PGR e ora cantante rock anni ’80 col suo progetto solista. Pensavo di trovarmi davanti una platea di boomer brizzolati con t-shirt barricadere e invece c’erano un botto di trentenni. In coda per la birra ho chiesto a una giovane coppia “perché? Perché siete qui?” e lei mi fa tutta una pippa sul suo senso di colpa di essere un’ingegnera ambientale calabrese che ha studiato a Torino, e pensava di venire a lavorare a Milano per cambiare in meglio il mondo e ora gli tocca faticare per una multinazionale israeliana per pagare il mutuo. Mentre Canali, aggiunge la ragazza, è un rocker puro che vive sui divani degli altri e sul palco urla contro i fascisti. Me ne sono andato triste sotto la pioggia, il concerto era più brutto del mio senso di colpa.

CCCP - Emilia Paranoica (completa) - Live in Berlino - 24 feb 2024 (contestazione a Scanzi)

AP: Con la citazione di Proietti m’hai steso, altrochè. E oltre a Canali non dimenticare la storia interessantissima del primo bassista dei CCCP Umberto Negri, ottimamente intervistato qui su RS. Venendo a noi, non mi è piaciuto per niente il nuovo album di Kid Yugi. Il ragazzo è venuto su da Massafra a Milano per entrare nello squadrone della trap, la Thaurus di Sfera e Gue, a contare dollaroni giorno e notte mentre va in Lambo pure dal tabaccaio con le bitches attaccate alla ruota di scorta e 100k sotto il sedile eccetera eccetera. Però l’ho trovato molto indeciso sul da farsi: se tenersi il personaggio da mezzo criminale albanese (la parte migliore), persino qualcosa di vecchie posse salentine, oppure buttarsi senza rete nel pop alla Amici di sera. Le canzoncine d’amore sull’amore che non esiste, esistono soltanto i soldi e il sesso, questa specie di nuovo cliché da amore scortese (benché io non sia assolutamente il target) le ho trovate particolarmente terrificanti, un cringiume mezzo Baglioni mezzo Vasco Rossi di cui pensavo si fosse persa la necessità. E poi, ti dirò, la beata ingenuità di citare Il maestro e margherita e Il signore delle mosche come il ragazzetto dell’ultimo banco che cerca di far colpo sulla prof di italiano già la sopporto poco. Il fatto è che non capisco neppure bene dove sarebbero ‘ste gran citazioni. Avrei capito Agamben citato dalla tua amica Kali Malone. Oppure, sul grande tema del rapporto tra la cultura e la strada, il film del momento: American Fiction, commedia favolosa sullo scrittore afroamericano diviso tra libri colti (e veri), e libri “neri” pieni di stereotipi, pistole, famiglie divise, lambo e bitches, tipo Kid Yugi. Non è un film sul politicamente corretto, per niente (e ho già letto sta stronzata acchiappaclick uffa), al contrario è un film su quanto siamo scorretti noi a pensare che ognuno debba stare al posto suo, per non turbare troppo i nostri sensi di colpi. Kid Yugi a Massafra, Andrea Scanzi in televisione, i CCCP in montagna o nella memoria boomer. Mi sto contraddicendo lo so, infatti il film come hai visto ha tre o quattro finali, e ognuno avrà il suo preferito. Spoilera pure se vuoi.

GR: Il finale migliore è sempre col protagonista che muore, per finta naturalmente, Proietti docet. Nella musica oggi invece abbiamo solo due finali: chi sta al gioco e fa i soldi fregandosene di tutto, anche di perdere un po’ di gangsta charme come è successo a Kid Yugi, e chi si piglia male e lascia come Sangiovanni e, notizia di ieri, Mr. Rain. Nessuno dei due mi piace, sono dramedy senza lieto fine, come la serie dei Ferragnez. Vorrei avere l’opportunità di un’altra birretta con la coppia incontrata al concerto di Canali, fuggita dalla loro Massafra per cambiare il mondo e non per il cash e la Lambo. Gli direi: fanculo la multinazionale, un altro mondo è possibile, ti perdono Giorgio Canali, la retorica, e pure le scarpe Camper, ma per favore continua a urlare contro i fascisti. Non tutto invecchia male.

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