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Carlo Freccero: la vita è fiction

Ogni anno le majors ci propongono nuovi telefilm. Ma spesso questi prodotti, nascono già vecchi. A partire da "Westworld", che non è che il remake di un film di Michael Crichton del 1973. Leggi l'editoriale di Freccero dal numero di dicembre
Unimmagine dal seti di Westworld - Foto HBO

Unimmagine dal seti di Westworld - Foto HBO

Con l’arrivo della nuova stagione tv, ogni anno le majors ci propongono nuovi telefilm. Ma spesso questi prodotti, nascono già vecchi. La paura di sbagliare unita alla certezza costituita da format già collaudati, fanno sì che le nuove serie siano ibridazioni o ripetizioni di prodotti precedenti di successo. Solo poche volte c’è l’esordio col botto di qualcosa di nuovo. E in questa stagione siamo di fronte a due prodotti nuovi e completamente diversi tra loro: quella dedicata al giovane Papa e “Westworld – Dove tutto è concesso”.
Comincio da quest’ultimo, che mi sembra più adatto a una testata come Rolling Stone. Westworld non è che il remake di un film di Michael Crichton del 1973, Il mondo dei robot. Basta questo a farci dubitare della novità del drama, ma siamo di fronte a due prodotti che, pur partendo da un soggetto comune, si presentano completamente diversi. Nel film prevale l’azione. Il robot portato in scena da Yul Brynner ha ispirato il personaggio successivo di Terminator (1984): una macchina che diventa una trappola mortale per quegli stessi uomini che l’hanno costruita. I robot della nuova serie traggono ispirazione, invece, da un movimento successivo, il cyberpunk. Il cyberpunk esprime l’inquietudine rispetto alla nascita di un nuovo modello di uomo, ibridato con la macchina e riplasmato dalla tecnologia. E, reciprocamente, alla nascita della coscienza nella macchina, che cancella la differenza tra uomo e macchina. Il massimo esponente del cyberpunk cinematografico rimane in Occidente il regista Cronenberg che con opere come Videodrome (1983) ha saputo esprimere lo sgomento dell’uomo rispetto alla perdita della sua stessa umanità, all’interno di una mutazione involontaria e inquietante come la metamorfosi di Kafka. In Giappone il film che esprime meglio questa problematica è Tetsuo (1989). L’uomo si fa macchina, ma è sempre l’uomo che si interroga e che soffre.

Il film che più si avvicina alla nuova serie è invece Blade Runner (1982) di Ridley Scott, un vero cult movie che non ha mai smesso di affascinare il suo pubblico. Qui, come poi in Westworld, la coscienza inizia ad affacciarsi nei robot replicanti. E, come in Westworld, la nascita della coscienza nell’androide ha come contropartita la nascita di sentimenti reciproci tra l’androide e l’uomo. E ancora, in entrambe le storie, la reazione degli uomini si divide, tra chi vuole solo provare nuove emozioni, chi per gli androidi finisce per provare empatia e infine chi gli androidi li ha creati e gioca per questo a fare il deus ex machina della storia.
Westworld è un parco a tema ambientato nel vecchio West, in cui ogni ospite può fare esperienze estreme, dal sesso all’omicidio, senza macchiarsi di colpe reali. In questo, il parco a tema ricorda i viaggi virtuali di Atto di forza (1990), in cui un modesto operaio, pagando una società di viaggi sintetici, la Recall, si trasforma nell’eroe della liberazione di Marte. Il senso è uno solo. Le nostre vite sono sempre più squallide, ripetitive, prive di senso. Acquistando fiction, videogiochi, esperienze virtuali, possiamo ancora trovare un senso alla nostra vita. E se negli anni del consumismo lo spettacolo era costituito dal consumo, oggi lo spettacolo che ci fornisce la fiction è emotivamente ben più coinvolgente dell’esibizione di un brand che vorrebbe suggerire stili di vita fittizi.

Passiamo all’intreccio di Westworld. In questo il drama è completamente derivato da un racconto come Il tunnel sotto il mondo (1955) di Frederik Pohl. È sempre lo stesso giorno. C’è una sceneggiatura che ogni giorno viene ripetuta. E viene cancellata la notte nella memoria dei residenti. Nel racconto di Pohl le varianti sono introdotte dalle reazioni dei residenti, nei confronti delle campagne pubblicitarie che su di loro vengono testate. In Westworld, invece, le varianti nascono dall’interazione imprevedibile degli ospiti con la storia. In entrambi non c’è un trascorrere del tempo, perché, in quell’unico giorno che sarà ripetuto all’infinito, si susseguono sempre gli stessi episodi: il saluto di Dolores al padre, la sua affermazione che vuole vedere solo la bellezza e non il brutto della vita, l’incontro casuale in città col fidanzato, il ritorno a casa reso drammatico dalla constatazione che le mandrie vagano abbandonate e che quindi qualcosa di terribile sta succedendo. Infine, la scena drammatica dell’uccisione dei genitori e dello stupro. Solo nel corso del tempo il copione comincia a cambiare, sia perché Ford, creatore del parco e capo sceneggiatore, comincia a introdurre varianti alla storia, sia perché sono i residenti, i replicanti stessi a evolversi, a cambiare, rubando agli ospiti, ma anche agli sceneggiatori, il ruolo di autori dell’intreccio.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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