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Bug di realtà, squarci sull’Altroquando: intervista al pittore Marco Pace

Lo Sgargabonzi ha chiacchierato di apocalisse, peep show per uscire dalla realtà e "sense of wonder" con uno degli ultimi tre non-manichei rimasti in Italia

Marco Pace, classe 1977, è un pittore di origine abruzzese ma di stanza a Firenze da più di vent’anni. È anche fumettista, scultore e insegnante d’arte.

 

Ho sempre amato le opere di Pace per come raccontano dei bug di sistema della realtà, come fossero dei buchi di un peep show che danno sull’Altroquando. Le sue visioni sono sfuggenti e fanno affiorare un mélange di suggestioni molto diverse fra loro. Da una parte vedo nei suoi mondi un rassicurante salvacondotto dalla gravità del quotidiano, dalla miseria del contingente, ma insieme paiono raccontare la nostra stessa realtà ammantata di tenebra filtrata dagli occhiali di John Nada in Essi Vivono, oppure i portali di Eye of The Beholder che generano Coboldi in un livello acquatico dove non dovrebbero essere, gorghi d’antimateria che affiorano un giovedì mattina da tazze rosse di Nescafè, l’ultimo sogno partorito dalle sinapsi d’uno sciamano lakota morente. Marco Pace è per questo uno dei tre non-manichei rimasti in Italia. Gli altri due siamo io e il giornalista Sergio Zavoli. E no, mi dicono che Sergio Zavoli purtroppo non c’è più.

 

Bene, andiamo a fare due chiacchiere con Marco prima che l’onda lunga del vaccino AstraZeneca venga a bussare alla sua porta.

Macbamumm - 2014

Courtesy of Marco Pace

Lo Sgargabonzi: Le tue opere pittoriche descrivono spesso uno scenario del dopo-bomba, dove la natura ha ghermito, assorbito e fatto proprie le architetture urbane. Sono scenari spogli, inerti, privi della presenza umana. Oppure sono percorse da sparuti uomini mascherati. Altre volte sono abitate da animali perfettamente a loro agio. Da cosa nascono queste visioni?

 

Marco Pace: Dici bene quando parli di visioni. Infatti la maggior parte dei titoli di questi dipinti contengono la parola “visione” e nascono indubbiamente dal mio background culturale, un humus di romanzi di fantascienza, fumetti, cultura underground, musica heavy metal, curiosità di tipo antropologico. Da piccolo ero circondato da numeri di L’Eternauta, fumetti Bonelli e albi Urania, tutte letture di mio padre, il quale di mestiere faceva il disegnatore tecnico. Troppo ghiotto il piatto per non immergermi fino al collo. Con gli anni i rami di quest’albero si sono estesi diventando altro. Del resto se sei un ragazzino curioso, nato nel ‘77, sei cresciuto ossessionato dall’apocalisse atomica alle porte. I quadri che hai visto sono il sunto di tutto questo. Forse quei personaggi, anche animali, rappresentano me che vagavo nelle insicurezze adolescenziali. Sono scene immobili di un teatro fatto di curiosità infantili.

Courtesy of Marco Pace

S: Gli abitanti del nuovo mondo che descrivi, essendo spesso mascherati, non ci lasciano leggere le loro emozioni. Non si sa se sono felici e ben integrati oppure persi, confusi e disperati. Questo rende difficilmente intellegibile il tuo sguardo sulla Natura e sull’Uomo. Mi piacerebbe tu formulassi un pensiero a riguardo.

 

MP: La maschera ha assunto diversi significati nella ciclicità delle opere, la maggior parte pittoriche. Penso che in fondo sia solo un mezzo per non dare identità ai soggetti, allora perché dipingere personaggi anonimi? Potevo anche dipingere solo i paesaggi, in realtà la figura mi serve per dare una dimensione al contesto, come nei progetti di architettura. Ecco quindi che, per esempio, nel museo Quai Branly le maschere esposte le dipingo indossate dai visitatori. Chi se ne frega del volto della signora che visita un museo. In questo caso però l’opera di decontestualizzazione aveva un doppio significato, volevo anche ridare vita a quelle “sculture/maschere” che nella loro vita precedente avevano una funzione magica.

Courtesy of Marco Pace

S: Che poi, tornando ai fumetti, tanti animali antropomorfi potrebbero semplicemente essere uomini mascherati, un po’ come gli intrattenitori di Mirabilandia.

 

MP: Esatto, la maschera è forse l’oggetto che ho avuto sempre sotto gli occhi, da Topolino a Evangelion, che siano caschi, maschere o teste di morto. Che cos’è Topolino se non un omino con un mascherone da topo? I supereroi, i banditi di Tex, Tex bandito, il volto di Eddie degli Iron Maiden e così via, tutte maschere, le trovai anche su uno dei miei quadri preferiti, Les Demoiselles d’Avignon. Mascherarsi è come rifugiarsi in un tempo che non deve passare. I miei dipinti vanno letti come scenette teatrali dove è la scenografia che conta, mentre i soggetti sono tutti anonimi, però devono trasmettere ansia e ironia. E lo fanno bene, con piccole pose, minime azioni, una scena/visione che dura il tempo della lettura di un quadro.

Courtesy of Marco Pace

S: Domanda ruffiana: uomini in maschera, scenari urbani svuotati dalla presenza umana, animali selvaggi che si riappropriano dei loro spazi. Tu in pratica hai profetizzato la recente pandemia.

 

MP: Me lo hanno già detto, ma se leggi una tetralogia di Ballard o Mao Dante a quattordici anni la cosa diventa semplice. Però mi riconosco di aver profetizzato l’assalto a Capitol Hill. Realizzai una mostra, due anni prima dell’assalto, in cui i personaggi dei quadri erano vestiti in abiti militari dismessi e indossavano mascheroni da Pepe the Frog. Nei dipinti bruciavano libri oppure si radunavano in un garage dismesso, cercando un nuovo Messia.

 

S: A me affascinano le tue decontestualizzazioni. La mummia rannicchiata e spaventata in uno scenario moderno e asettico pare un errore di sistema, un bug della realtà. Questo apre uno squarcio su mondi spaventosi, quanto su un sense of wonder rassicurante e nostalgico. Dove si pone la tua poetica fra questi estremi?

 

MP: Le decontestualizzazioni mi hanno sempre affascinato, perché creano una sorta di stargate che collega tempi e mondi diversi, però molto spesso vengono confuse con le visioni. La mummia rannicchiata di cui parli è un dipinto che raffigura un angolo esterno del Macba. La mummia l’ho inserita perché ero uscito fresco da una visita a un museo etnografico (cosa che faccio spesso, infatti tutte le foto che uso per realizzare i miei dipinti, sia dei soggetti che degli sfondi, sono scattate da me in giro), quindi avevo ancora negli occhi quella mummia peruviana, quando ho visto un barbone rannicchiato in quell’angolo. Ho pensato che siamo tutti morti che camminano sui morti. Così è nato quel quadro.

Courtesy of Marco Pace

S: I tuoi quadri sono oltretutto popolati dall’animale che detesto per eccellenza: il cane.

 

MP: Sì, i cani compaiono spesso nei miei quadri, creano il sense of wonder di cui parli, loro di solito compiono gesti dissacranti in luoghi iperprotetti: ho dipinto cani che defecano e copulano in musei, dormicchiano su divani dal design raffinato. Mi diverte, appunto come lo chiami tu, questo squarcio, questo errore di sistema. Poi i cani vengono anche dai quadri di Palizzi, o le mummie, in origine, erano inserite perfettamente in piccole grotte, ma questa è un’altra storia.

 

S: Hai detto che sei appassionato di fumetti e ne hai anche realizzati. Quali sono i tuoi riferimenti in tal senso? Intendo più sul piano emotivo che in quello squisitamente tecnico.

 

MP: L’emotività, quando sei un disegnatore, la crea anche l’adorazione per la tecnica usata da un artista, anzi forse di più della storia stessa. Quindi, tenendo questo a mente, ti stilo una breve lista dei miei punti di riferimento giovanili: Karel Thole, Vicente Segrelles, Jacovitti, Pazienza, Tanino Liberatore, Crumb, Galep, Bonvi, Katsuhiro Ōtomo, Moebius, Druillet, Akira Toriyama, Magnus, Alessandrini, Castellini, Jim Lee, McFarlane, Takayuki Yamaguchi, Bad Trip, John Byrne, Miguel Angel Martin, Go Nagai, Tetsuo Hara, Frank Miller, Claude Ponti, Robert Williams, Art Spiegelman, Ditko, Buscema…

Courtesy of Marco Pace

S: In questo momento che cosa stai leggendo? Visto che sei anche un fan bonelliano, ti consiglio la trilogia Guerre Apache di Magico Vento, appena uscita, con i disegni di un grande Darko Perovic.

 

MP: Ultimamente mi sono appassionato ai disegnatori che molti hanno criticato per le loro pessime qualità tecniche, ma che hanno venduto con i loro fumetti milioni di copie, tipo Rob Liefeld o Kevin Eastman. In realtà mi sono riappassionato, perché li ho sempre amati molto. Di recente ho letto con gusto Chiansawman. Di letture più importanti ultimamente ti direi gli ultimi di Labatut e Cormac McCarthy.

 

S: Tu da anni lavori a stretto contatto con l’”anarchitetto” Gianni Pettena, negli Anni ‘60 co-fondatore dell’Architettura Radicale e figura chiave dell’Arte Contemporanea. Come vivi questa collaborazione?

 

MP: Immagina un ragazzino che dalla provincia abruzzese si trova a collaborare, grazie a un libro tirato in testa a un mio caro amico, con un mostro sacro dell’Arte Contemporanea. Mi ha cambiato la vita. Ho avuto la possibilità di accedere al suo sterminato archivio di libri, immagini, riviste, lettere, tutte cose che ho letto, guardato e assimilato per anni e anni. Stare a contatto con persone così forti è come essere sempre sotto esame, ma lui mi ha sempre coinvolto in maniera attiva, discussioni su discussioni. Il caos che prende forma ridandoti qualcosa di fortemente emozionale mi ha infettato con il virus radicale, che nella mia opera è presente in altre forme. Insieme abbiamo riempito spazi enormi, pagine di libri e riviste, abbiamo anche esposto insieme dialogando con le nostre opere. Abbiamo viaggiato in America e in Europa, per lui ho lavorato per i maggiori musei e gallerie nel mondo e dialogato con curatori e direttori di musei inarrivabili. Sono cresciuto molto al suo fianco e continuo a farlo. Poi Gianni mi ha anche passato la passione per l’insegnamento.

Courtesy of Marco Pace

S: La pittura, esattamente come la scrittura, dà molta più libertà di altre forme d’arte. Puoi realizzare a un costo irrisorio esattamente quello che hai in mente, mentre per esempio il cinema è un lavoro fisico, fatto di attese interminabili, di rospi ingoiati, vorrei ma non posso, di finanziamenti, maestranze, piani B e piani Z e doversi costantemente accontentare. Potrei dire lo stesso dell’architettura. Io sono uno scrittore ma non ho mai sognato di esserlo, anche perché non ho mai amato leggere. Però non baratterei con niente la libertà che mi dà la scrittura. Pure per te la pittura è un ripiego o era da subito la tua prima scelta?

 

MP: La pittura la vivo come una malattia mentale. Ho sempre disegnato e dipinto, quasi tutti i giorni, da quando ero piccolissimo, per ore e ore, una sorta di condanna, una maledizione. Se non dipingo mi sento male, mi viene l’ansia, sono intrattabile e confuso, quindi non saprei che cosa si prova a non farlo. In un quadro devi raccontare tutto quello che vorresti raccontare in un film o in un libro, un’unica immagine carica di tensione al millimetro, mesi e mesi o pochi minuti per esorcizzare quella visione, un’operazione catartica, che alla fine andrà a decorare la parete di un tale che forse ti sta pure antipatico. I bei quadri si guadagnano uno spazio in una parete di un museo. O vai lì a vederli o non lo vedi. Devi andare tu, devi essere fortemente appassionato, non puoi vedere un quadro sullo schermo o su una rivista, devi guardarlo nel pieno delle sue dimensioni e materia pittorica, devi leggere i contrasti di colore. Colori che a volte non esistono nella realtà ma sono solo fenomeni di percezione visiva. Tutto questo è il limite ma allo stesso tempo è la potenza della pittura. La pittura quindi si può paragonare all’architettura, al teatro e alla musica dal vivo.

 

S: Su che cosa sei al lavoro attualmente, e quali sono i tuoi prossimi progetti?

 

MP: Sono uscito ora da un tunnel di commissioni che mi hanno immobilizzato al tavolo da disegno per mesi, contemporaneamente con Pettena abbiamo lavorato a lungo su una sua grande mostra che si terrà al CRAC Occitanie a febbraio. Abbiamo preso un nuovo grande studio qui a Firenze, lo Studio Castello, nel famoso quartiere del papà di Pinocchio e della Crusca. È un capannoncino che condivido con Francesco Lauretta, Matteo Coluccia e Lanfredini Coltelli, pensiamo di fare degli opening nei prossimi mesi. Comunque devo finire dei grandi quadri e iniziarne altri già pensati, poi vedrò dove esporre. Il lato positivo della mia età è quello che posso permettermi di sbagliare, perché nello sbaglio ci sta che ci prendo!

 

S: Sì, comunque stai squisitamente calmo.

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