Rick Rubin, Topo Gigio e i grandi featuring del nostro tempo | Rolling Stone Italia

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Rick Rubin, Topo Gigio e i grandi featuring del nostro tempo

Nella nuova puntata della rubrica/dialogo a due by Robertini & Piccinini per 'Rolling Stone: il revival continuo, dal nuovo disco dei Red Hot a Raffaella Carrà

Alberto Piccinini: Hai visto la nuova performance di Rosalìa per TikTok? Ne ha parlato anche Pitchfork. Sembra che lei balli proprio sopra lo schermo del telefonino. O dentro il telefonino? Metaverso? Boh. Un po’ come la reincarnazione di Raffaella Carrà vestita da Maga Maghella che indovinava il futuro dentro la palla di vetro.
Roba da bambini anni ’70, guarda che vado a pensare, insostenibile anche allora il regista Eros Macchi la riprendeva dall’alto in un studio con l’arredamento enorme, come se fosse piccolissima, cioè esisteva soltanto in televisione. Proprio come TikTok esiste soltanto nel telefonino. Come un altro celebre numero di Raffaella: il duetto con Topo Gigio in Canzonissima 1974. Topo Gigio è stato l’inventore del featuring. Sto per dire che il duetto Topo Gigio – Valerio Lundini, spammato su ogni social, entra di diritto nell’albo d’oro delle collaborazioni boomer tipo Fedez-Orietta Berti, Santoro intervistato da Formigli, e batte quasi tutti i feat. italiani presenti e passati. No?

Giovanni Robertini: Sì, che poi i featuring hanno trasformato gli album in una grosse koalition, sempre la stessa: nel disco di Luchè ci sono Elisa, Marracash, Guè, Noyz Narcos che a loro volta ospitano gli stessi nomi nei loro. Un po’ come i menù del ristorante cinese, alla voce Pollo, c’è pollo, riso, bambù e mandorle. Alla voce riso, c’è riso, pollo, bambù e mandorle. E alla voce bambù? Ecco, forse possiamo promuovere un crossover del featuring che abbia come comune denominatore l’hype, l’attualità, chessò un Orsini featuring Santoro e Diomede, quello della battutaccia che gli è costata il palco di Zelig. So che non dovremmo parlarne, che facendolo gli si fa solo pubblicità, ma dico solo una cosa: io le sue battute non le capisco. E chiudo facendoti ascoltare questa chicca che ha postato su Facebook un amico: è una tizio che chiama la Settimana Enigmistica per farsi spiegare una vignetta… Che poi è un’idea che si può applicare a tutto, la risposta di sinistra all’opinionismo dei talk: uno chiama Piazza Pulita e si fa spiegare quello che ha detto tizio su Putin, chiama Carta Bianca perché ha dei dubbi su quello che ha detto il medico di base di Voghera sui vaccini. E gli intasiamo i centralini, un flash mob senza alzarsi dal divano.

Alberto Piccinini: Mah, Diomede è roba da social, un po’ va bene ma poi basta. Molliamoli ‘sti social, torniamo alla vita vera. Con prudenza, i vaccini, la mascherina, le distanze, la foto del ministro Speranza nel portafoglio dietro la tessera Arci. Ricominciamo. Ieri sera sono andato a sentire Al Doum & Faryd in un club a 300 metri da casa mia perché ho la fortuna di vivere in un quartiere vivace e ci arrivo in bicicletta. Al Doum mi piace. È alla moda, spirituale, ironico. Comunque sono arrivato troppo presto. Io arrivo sempre troppo presto ai concerti. Nell’attesa ho preso qualcosa da bere. Si è avvicinato uno che conoscevo, vecchio frequentatore di concerti in anticipo. Mi ha salutato calorosamente. L’ho salutato. Come va come non va. I figli, le ex mogli, la guerra, il nuovo disco dei Red Hot Chili Pepper. Tristess. E poi: «quando comincerà il concerto?» E giù memoires sugli orari dei concerti a Londra, Berlino, New York. Tutti puntualissimi. Tutti prestissimi. A un certo punto, in una pausa della conversazione, il mio amico è andato al cesso e io ho realizzato con orrore che pur conoscendolo non avevo idea di come si chiamasse, né chi fosse proprio. Quindi ho approfittato per cercarlo su Facebook utilizzando tutte le tracce che aveva disseminato nella conversazione. L’ho trovato. E ho capito che non c’è modo di uscire dai social. Quante stories hai visto ieri su Insta di gente che ballava nella notte della fine dell’emergenza?

Giovanni Robertini: Una la potrei postare pure io. Nella notte del pesce d’aprile del “liberi tutti, è finito lo stato d’emergenza” sono stato a ballare alla festa di Gucci x Club2Club. C’era il dj Daniele Baldelli, l’inventore dell’afro cosmic, roba super boomer di quando a Ibiza ci andavano solo i fricchettoni. Insomma, disco house da infradito nella sabbia, un viaggione lontano dal generale Figliuolo e dal professor Galli, evasione pura senza gel e mascherine, tutti accalcati in coda al free bar. Non sappiamo se ne siamo usciti né se ne usciremo migliori, nel frattempo non si è cristallizzata l’idea di un nuovo edonismo ma si è ricicciato quello che aveva in casa, musica balearica Settanta, Ottanta, il revival continuo. E così si torna a Orietta Berti e alla Carrà. Ma pure al Cantante Mascherato. Ah, poi alla serata c’era pure Cattelan, l’artista, fresco dall’inaugurazione del suo manichino impiccato alla Galleria De Carlo. Non si esce vivi dal passato.

Alberto Piccinini: Ah, finisco il racconto della serata. L’amico sconosciuto ritrovato su Facebook poi l’ho perso di vista. Il concerto carino ma per carità, dopo mezz’ora in centocinquanta stretti senza mascherine col fumo di venti cannoni lunghi una spanna sono andato via. Tornando a casa pensavo ai Red Hot. Non mi sono mai piaciuti granché, confesso, ma è una notizia il ritorno dopo 6 anni. Disco prodotto da Rick Rubin. Come il nuovo di Jovanotti. Io ho una tesi su Rick Rubin: lui riesce a produrre musicisti completamente bolliti usando un solo trucco: mostrandosi più vecchio di loro, una specie di matusalemme. C’è riuscito con Johnny Cash. Persino nel documentario con Paul McCartney sembra un suo vecchio zio. Ora coi Red Hot Chili Pepper. Jack Frusciante è tornato nel gruppo, Flea sobrio, l’orma sul boulevard. Dream of Californication. Ti eri mai accorto di come comincia? «Spie psichiche cinesi voglio rubarti il tuo orgoglio mentale». Boom. «È il confine del mondo, la fine della civiltà occidentale». Mecojoni. Credo di aver sognato una chiacchierata con Rick Rubin l’altra notte. Cantavamo insieme Californication, tutto a memoria. Ha fatto effetto: mi sono svegliato ringiovanito. Il disco nuovo mica l’ho sentito. Dici che devo?

Giovanni Robertini: Ho letto solo una recensione entusiasta qui su Rolling e una un po’ snob su Pitchfork. Poi ho recuperato dalla polvere quel discone di John Frusciante di quando era “fuori dal gruppo” e che mettevamo sempre a brand:new su Mtv, To Record Only Water for Ten Days: era del 2001, insieme a Genova e alle Torri Gemelle c’era pure questo album di lo-fi da cameretta, una sorta di manifesto eroin chic dell’epoca che stava per finire. Che poi di questi rocker anni Novanta, sopravvissuti a tutto tranne che a loro stessi, abbiamo anche una folta rappresentanza nazionale… Sono incappato in un’intervista di Vanity Fair a Grignani per il suo cinquantesimo compleanno e parlava come se Sanremo l’avesse vinto lui. Poi gli chiedevano delle donne e lui: “«Ora per me ci vorrebbe una Rita Levi Montalcini, ma fighissima». Mi ha fatto ridere, altro che Diomede.

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