Rolling Stone Italia

Boomer Gang: finché c’è noise c’è speranza

Nella nuova puntata della rubrica/dialogo a due by Robertini & Piccinini per ‘Rolling’: il Primo Maggio dei (no) working class heroes e grandi visioni di ferrovie dai terrazzi di Torpigna

Foto: Ernesto Ruscio/Getty Images

A.P: Come va? Ti ho già detto che mio figlio, 14 anni, è andato coi suoi amici al concertone del primo maggio? È per questo che comprendo, ma non giustifico, le reazioni social di parecchi coetanei nostri del tipo “questi chi li conosce”, “mai sentiti prima”, “non sanno cantare”. Ok, se fosse apparso Caparezza mi avrebbe strappato un sorriso, ma chi siamo noi per opporci al progresso? E al ricambio generazionale? Per esempio, Ariete e gli Psicologi mi piacciono molto per come fanno la loro cosa. Ci sono due versi che mi girano ancora per la testa. Uno è quello di Ariete che dice: “Tengo paranoie nella tasca/e giro Termini aspettando te”. L’altro è degli Psicologi: “Ho letto frasi d’amore sui muri/ Erano tutti coi verbi al passato”. Eccetera. Penso anche di sapere perché mi sembrano così familiari. Li ho già sentiti da Claudio Baglioni, quando nella preistoria cantava “Lampada Osram/lui non è più venuto/ i passi sul selciato ti fanno compagnia”. Lampada Osram era un enorme lampione alla stazione Termini, appunto, dove si davano le buche e gli appuntamenti, abbattuto nel 1983. E ho sempre ammirato, sotto sotto, Poster, la canzone del disperato nella stazione del metrò alle 7 del mattino, che dice: “un poster che qualcuno ha già scarabocchiato/ Dice “vieni in Tunisia”/ C’è un mare di velluto ed una palma/ E tu che sogni di fuggire via”. Perché c’è già tutto degli Psicologi. Il muro scarabocchiato. E poi Barcelloneta, le birre da 66, i lacci delle Nike, il motorino Liberty, il Panorama Bar. Cito a caso dalle canzoni del nuovo album Trauma, già messo bene in classifica vedo.

G.R: Ma è giusto e coerente che Ariete e gli Psicologi stiano sul palco del Primo Maggio, stiamo parlando di piccoli (no) working class hero. Noi boomer in piazza San Giovanni avevamo i Casino Royale che pigliavano i fischi perché c’erano i fan di Vasco che non accettavano altro che non fosse Vasco, ora è un’altra storia. Non ho nessuna nostalgia per la Bella Ciao irish folk dei Modena City Ramblers, al massimo storco il naso per Mengoni: quell’aria di X Factor al Concertone non ci sta proprio, ma non come le bandiere Nato al 25 aprile, non vorrei mi fraintendessi, è più una questione di stile, tipo le camice di Calenda rispetto ai completi di Berlinguer. A proposito di stile, ho ascoltato il nuovo di Tutti Fenomeni. Ti ricordi che siamo andati a un suo concerto all’Eur l’estate scorsa? Un posto assurdo, pareva un villaggio Alpitour col chiringuito, e poi era pieno di ragazzini di Roma Nord, Smart in doppia fila, credo sia quello lo zoccolo duro del suo pubblico. Me ne ricordo uno di fianco a noi, camicia attillata dentro i jeans a sigaretta, che diceva all’amico “è come se Leopardi parlasse della cocaina”. E pure questo nuovo album, Privilegio Raro, conferma l’opinione che mi ero già fatto di Tutti Fenomeni: più che un poeta, un trapper acculturato (“Non sopporto i cantanti / quelli di bell’aspetto quelli maleodoranti / accannacon il rap e con tutte le varianti / se faccio un omicidio ho diverse attenuanti” è l’inizio di Cantanti) con passioni letterarie (“Sogno erotico ascoltando i Cure / quasi spirituale / in un altro c’era Nietzsche a Sorrento / che litiga con Wagner”) che canta come fosse in un disco dei Pet Shop Boys, mi piace… con riserva: il demi monde di cui parla, un po’ Breat Easton Ellis di Prati e un po’ l’Albinati de La Scuola Cattolica ha un contesto politico? Se così fosse farei fatica, per usare un eufemismo, a immaginarlo sul palco del Primo Maggio. Forse sbaglio e, come canta Tutti Fenomeni, “Ogni poesia si fraintende / sono Karl Marx / il poeta della merce”.

A.P: Ah, ho visto anche l’ultimo video di Sfera Ebbasta, Easy. “Siamo passati da venderе il fumo a visualizzazioni/ Contratti grossi come calciatori”. Sono ammirato dalla dimensione ideologica, da manifesto del trapperismo, che ha assunto la cosa. E anche dall’ennesima borsetta, bene inquadrata nella scena della lavanderia, da regalare alla fidanzata che si presta a fare la pantomina della tipa del boss : “Lei che richiama ora/ Vuole una borsa nuova/ Mangiare al Bossa Nova”. La verità è voi a Milano, coi vostri trapper avidi di orologi e di fica, vi state perdendo tutto il nostro romanticismo cialtrone qua di Roma. Città dove, non a caso, sono seppelliti Keats e Shelley. Dove il crepuscolare Sergio Corazzini, morto di tisi a 21 anni, scrisse di “solitudini malate/ vedove di partenze e ritorni/ come stazioni abbandonate”. Dove Mourinho Josè in una delle sere più liriche da dieci anni a questa parte intona i seguenti versi: “Famiglia totale/ Stadio/ Strade/ Signore sui balconi/ Bambini per strada/ Panchina/ Famiglia”. Musica. Musica per le mie orecchie. “Roma mia, quanto mi manchi, per me tu sei così./ Il cielo, l’amore, l’estate, i tuoi sorrisi”, questi invece sono sempre gli Psicologi. Bonus psicologi l’hanno già scritto. Vabbè.

G.R: Ma che ti aspettavi dalla città delle Week, quella della moda, del design, del food? Non voglio citare il Milanese Imbruttito, ma ti consiglio di dare un’occhio alla pagina Instagram @milanosulset, una sorta di meme-memoir del lavoro precario sui dialoghi vetrina della pubblicità e del fashion. Slang urbano del Ragionier Fantozzi con le Off White da 400 euro ai piedi, trap da ufficio di collocamento: “Non mi viene in mente la parola, mi viene solo in inglese”, “Il cliente la vorrebbe Wow”, “Che si capisca però che stiano scattando l’invernale”. Capisci quanta involontaria ironia? Altro che Lundini. Le borsette di Sfera Ebbasta, come le sneakers, sono la caduta naturale di un discorso, “una philosophy” direbbero loro, che parte dagli anni Ottanta (da cui, come cantava il buon Manuel Agnelli, mai si uscirà vivi) e arriva a oggi: poeti delle merce, come dice Tutti Fenomeni, in ogni sua forma.

A.P: Hai visto? Su Rai3 dopo Blob e prima di Un posto al sole hanno dato Bangla, la serie di Phaym Bhunyian con Carlotta Antonelli che fa la fidanzata Asia e Pietro Sermonti suo padre, capo dei boomer del mondo. Facce da cinema romano. Carlotta era in Suburra. Sermonti in Boris. Insisto sul tema: livello di romanticismo molto alto, grandi visioni di ferrovie dai terrazzi di Torpigna. Però la storia di uno che deve far l’amore la prima volta ma non potrebbe perché è peccato, la famiglia gli sta addosso, quindi gli capita di tutto, è già sorprendente al giorno d’oggi. Avevo visto il film, la serie l’ho rivalutata perchè è messa dove deve stare: in tv all’ora della soap, come quando in Inghilterra alla fine degli anni ’90 arrivò la prima famiglia indiana in Coronation Street. E’ andata discretamente come ascolti. Speriamo che in qualche modo continui.

G.R: Dal Bangladesh all’Indonesia, più precisamente Java, patria dei Senyawa, seminale duo che mescola droni, metal e musica tradizionale, avant garde celebratissima dai super snob colti di Wire magazine. Sono venuti a suonare giovedì sera a Milano, alla Cascina Torchiera Occupata Senz’Acqua (si chiama così il centro sociale di fronte al Cimitero Maggiore). Di acqua ce n’era, diluviava. Io e il mio amico ci avventuriamo nella notte pensando “Ci daranno un premio all’entrata”, quasi sicuri di essere in pochi a raccogliere la sfida dell’experimental sound indonesiano al 100% di umidità. E invece… un pienone, gen Z, millennials, boomer e vecchia guardia della squat culture. C’è speranza allora… finché c’è noise c’è speranza.

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