Bellezze aliene | Rolling Stone Italia
Umani

Bellezze aliene

«Le ciglia, insolitamente dense, lunghe e folte servivano per imprigionare i granelli di sabbia prima che danneggiassero cornea, pupilla e cristallino». Un racconto di Enrico Dal Buono

Bellezze aliene

Foto di Rosdiana Ciaravolo/Getty Images

Per fortuna appartengo a una specie evolutissima, altrimenti non sarebbe facile ricostruire le condizioni di vita di questi Umani solo attraverso i filmati televisivi giunti fino a noi, con la famigerata lentezza delle onde elettromagnetiche, quando ormai il loro pianeta non esiste più da milioni di anni. Per fortuna sono un espertissimo televisivo del nostro evolutissimo pianeta e le mie deduzioni possono essere ritenute infallibilissime al di là di ogni ragionevole dubbio.

È innanzitutto evidente che la loro società, basata sull’estrazione mineraria, era divisa in caste. La maggioranza della popolazione era relegata in condizioni di schiavitù nelle profondità telluriche, dove non aveva alcun contatto con l’atmosfera della superficie. Quando un esemplare – per meriti non del tutto chiari – guadagnava popolarità, veniva ammesso di sopra e poteva così godere di gloria e onori, però il suo corpo proteiforme doveva presto adattarsi all’ambiente ostile che vi trovava. I filmati che ritraggono uno stesso individuo in epoche successive mostrano inequivocabilmente l’efficacia di questa mutazione.

A quanto pare il pianeta era rischiarato da almeno una dozzina di soli le cui radiazioni erano potenti a tal punto da penetrare attraverso muri e studi e inondare il volto degli eletti con una luce intensa, liquida, siderale, una luce che questa specie, date le sue primitive conoscenze scientifiche, poteva con tutta facilità scambiare per divina. Tanto da lasciarsi annerire e rosolare e abbrustolire l’epidermide senza lamentarsi.

Il loro habitat era per lo più costituito da immense lande desertiche, di continuo sferzate da violente tempeste di sabbia. Da qui derivano una serie di caratteristiche anatomiche. Le ciglia, insolitamente dense, lunghe e folte servivano per imprigionare i granelli di sabbia prima che danneggiassero cornea, pupilla e cristallino. Anche gli zigomi, a volte così alti e tumidi da impedire la completa apertura della palpebra, a differenza di quel che si potrebbe immaginare non erano un impedimento per la vista: al contrario riparavano gli occhi da folate di sabbia che dobbiamo immaginarci come apocalittiche.

In tutta onestà, alcuni miei colleghi hanno una teoria diversa. Ritengono cioè che la superficie, alquanto pietrosa, fosse stata in tempi più antichi l’abisso di un bacino idrografico capace di levigare nei millenni i sassi e le rocce del fondale. Secondo questi colleghi gli zigomi sarebbero dunque un capolavoro di mimetismo che consentiva agli Umani di distendersi tra i minerali e, data la gibbosità del loro viso, confondersi con essi senza alcun rischio di venire notati dai predatori.

È chiaro che stiamo parlando di una specie perdente dal punto di vista evolutivo, una specie in cui l’istinto riproduttivo si era assai affievolito. Perciò, nel disperato tentativo di invertire questa tendenza, le mucose delle labbra si gonfiavano e arrossavano oltre il parossismo così da ricordare agli altri esemplari l’esistenza di ulteriori zone erogene forse nascoste sotto rozzi indumenti per questioni di primitiva decenza.

Va tuttavia dato atto agli Umani di essersi distinti per generosità biologica e abnegazione parentale. Nonostante la fame che anche gli individui più popolari pativano, come testimoniato dalla assoluta carenza di massa adiposa nei loro corpi, utilizzavano le poche calorie a disposizione per sviluppare seni giganti così da poter allattare nidiate di cuccioli che, a giudicare dalle apparenti dimensioni delle ghiandole mammarie, possiamo stimare nell’ordine di grandezza della mezza dozzina alla volta.

È quindi ipotizzabile che, come premio per questo o altri sacrifici, alcuni celebri esemplari avessero alla fine accesso a un dozzinale prototipo della nostra formula dell’immortalità: nel corso del tempo, di filmato in filmato, le loro rughe tendono a scomparire, la loro pelle a tirarsi, le loro sopracciglia ad avvicinarsi all’attaccatura dei capelli, le loro orecchie ad arretrare verso la nuca, la loro fisionomia complessiva ad assomigliare a quella dei nostri vicini di galassia, quegli impiastri dei rettiliani.