Siamo stati al salone che racconta cosa c’è dietro a un libro (in un clima surreale) | Rolling Stone Italia
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Siamo stati al salone che racconta cosa c’è dietro a un libro (in un clima surreale)

Perché un volume costa una certa cifra e non un’altra? Quali sono i mestieri dell’editoria? In che modo funziona la comunicazione e il marketing dei libri? Come si produce un testo e chi lo stampa? Sono solo alcune delle domande cui la rassegna 'Testo' ha tentato di rispondere

Foto di Lorenzo Barbieri

A poche ore dall’invasione russa in Ucraina, e a due anni dall’inizio della pandemia, si sono accesi i riflettori sulla prima edizione di “Testo [come si diventa libro]”, tenuta a battesimo dal 25 al 27 febbraio negli spazi della Stazione Leopolda di Firenze, il tempio del renzismo. Perché un volume costa una certa cifra e non un’altra? Quali sono i mestieri dell’editoria? In che modo funziona la comunicazione e il marketing dei libri? Come si produce un testo e chi lo stampa? Sono solo alcune delle domande cui la rassegna ha tentato di rispondere tramite i suoi numerosi ospiti e professionisti del settore. Il salone è nato proprio con l’intenzione di spiegare ai lettori, già “forti” o potenziali, i meccanismi – generalmente poco noti al pubblico – che sottendono la produzione libraria. L’esordio fiorentino nel sistema delle fiere del libro, a ingresso libero, ha accolto circa 8.000 persone e diventerà un appuntamento annuale che arricchirà l’offerta dei saloni librari del nostro Paese.

La tre giorni, vissuta dai partecipanti nel clima surreale delle guerra improvvisa scatenata da Putin, ha potuto contare su un cartellone di 150 eventi suddivisi in incontri, laboratori e percorsi guidati che hanno affollato le cinque sale intestate a grandi innovatori dell’industria, della critica letteraria, della narrativa e del design (Olivetti, Ginzburg, Ortese, Bazlen, Munari). A margine delle discussioni, i visitatori hanno potuto sfogliare e acquistare una selezione dei cataloghi e delle novità librarie, esposti dai settanta marchi editoriali presenti. Da “major” come Mondadori, Giunti e RCS Mediagroup, passando per nomi come Sellerio, La Nave di Teseo, Fazi Editore, Olschki, minimum fax, Il Mulino, Corraini – che ha dato alle stampe un volume imperdibile sulla iconica rivista Imago – fino alle “indie” più giovani come 66thand2nd, Edizioni Clichy, Rorhof, Tlon, L’Orma, SUR, Wom Edizioni. Non hanno partecipato big come GeMS, Feltrinelli (c’era solo la controllata Marsilio) e De Agostini.

Testo è stato progettato da Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni, coppia nella vita e fondatori di Todo Modo, libreria-enoteca-bistrò nel cuore del capoluogo toscano. Il ruolo esecutivo l’ha invece interpretato Pitti Immagine che, oltre a gestire la comunicazione ha creato l’allestimento nello spazio post-industriale. «Per dieci anni – ci racconta Torrigiani – abbiamo girato le fiere di libri in tutta Italia ma ogni volta tornando a casa con la sensazione che al libro non sia mai fatta piena giustizia. A un certo punto della nostra analisi, Maddalena, con spirito pragmatico, si è chiesta: è possibile che non esista una fiera sistemica che s’impegni a raccontare davvero il mondo dei libri, anche per far comprendere al pubblico cosa c’è dietro al prezzo di un volume?». «Con dieci euro compriamo con disinvoltura due spritz», glossa Torrigiani (che gli alcolici li vende), «Ma pensiamo mai che con la stessa cifra – aggiunge – rischi di comprare un libro che ti cambia la vita?». Una questione non retorica e mai banale che Daria Bignardi ha interpretato con sarcasmo nel suo Libri che mi hanno rovinato la vita (e altri amori malinconici), pubblicato di recente per i tipi di Einaudi.

Giacomo Papi, Concita De Gregorio e Luca Sofri ospiti di “Testo”. Foto di Lorenzo Barbieri

Fatto sta che gli interrogativi posti dai due librai sono piaciuti ad Agostino Poletto, direttore generale di Pitti Immagine, che ha raccolto con entusiasmo l’iniziativa, anche spinto dalla passione per l’editoria e dagli studi filosofici. «Volevamo valorizzare il sistema libro – dice Poletto – e l’abbiamo fatto grazie all’ottima “sceneggiatura” di Pietro e Maddalena. C’è un’azione singola e solitaria di chi scrive e un’altra, identica, di chi legge. In mezzo passa una ricchezza di competenze, professioni, persone su cui volevamo far luce. E non pensiamo che ciò possa interessare solo al tipico lettore forte ma anche ai più giovani che hanno interesse a diventarlo, magari attraverso porte alternative all’approccio diretto col testo, come la grafica o la traduzione».

Mentre conversiamo amabilmente, dalle app degli smartphone rimbalzano però notifiche terribili. Leggere un titolo sul più importante quotidiano nazionale che recita: “Terza Guerra Mondiale”, scritto a caratteri cubitali, dopo due anni di pandemia, fanno sembrare uno scherzo le cinque le stagioni di Black Mirror. Sulle chat di WhatsApp arrivano anche messaggi romantici, come la poesia pacifista La luna di Kiev di Gianni Rodari, sulla cui figura Lorenzo Iervolino e Cristiano Armati (autori di Red Star Press) hanno appena tenuto l’ incontro “Gianni Rodari fa Testo. Vita, utopie e militanza di un maestro ribelle”. Nelle sale della fiera fiorentina le voci dei protagonisti si rincorrono fra un dietro le quinte editoriale, una lezione di scrittura giornalistica e la disamina della grammatica social che decreta o meno il successo di un romanzo o di un saggio, ma la guerra russo-ucraina fa breccia nel dibattito come un’inevitabile crepa sul muro protettivo della Leopolda. Sara Poma e Luca Briasco intervengono raccontando l’esperienza di Chora Media ne “Il Podcast come nuova frontiera del racconto”, proprio mentre al numero uno delle classifiche di Spotify ci sono i dispacci dal fronte di Cecilia Sala intitolati Stories e prodotti dalla storytelling company italiana.

«È un privilegio stare qui in tempi di “guerra e carestia”, non lo diamo per scontato», precisa Concita De Gregorio, a margine dell’incontro “Cose spiegate bene: i linguaggi per farlo”. «I lettori ci chiedono perché non scriviamo Kyiv al posto di Kiev», racconta Luca Sofri, direttore del Post (che due giorni dopo pubblicherà un articolo quasi definitivo sulla questione). «I più giovani ci fanno questa domanda perché non hanno conosciuto direttamente quel tempo in cui tutti la conoscevamo così. Noi guardavamo le partite della Dinamo Kiev», chiosa l’ideatore di Wittgenstein. E a proposito di tornei, mentre gli stadi europei si tingono di giallo-blu, c’è spazio, nella navata esterna davanti alla Coffe Station, per il torneo di biliardino di un’immaginaria Lega Editori.

Durante il dibattito Il giornalismo che racconta l’editoria, Paolo Repetti, fondatore di Einaudi Stile Libero, espone la nuda realtà: «Oggi la parola guerra non si può dire ma c’è una guerra per trovare spazio nelle librerie che fa impressione». Cristina Taglietti, esperta di editoria per il Corriere della Sera e per l’insertoaLa Lettura, racconta com’è nato il suo Risvolti di copertina (Laterza), uno dei numerosi testi di genere meta-editoriale (libri che parlano di libri, storie di imprese, protagonisti e backstage dell’editoria) usciti in questi ultimi anni. Un trend librario attuale, forse figlio dei due anni di Covid che hanno visto il libro tornare in auge come genere di conforto dell’animo e che, con sincronicità junghiana, ha messo sul piatto d’argento del salone fiorentino molto materiale per costruire il programma degli eventi. Inclusi in questa lista, ad esempio, “Bompiani Story: Valentino Bompiani, avventure di un editore” a cura di Luca Scarlini, “L’editore presuntuoso” di Sandro Ferri (e/o) e la rivista cartacea del Post in collaborazione con Iperborea intitolata Cose, spiegate bene. A proposito di libri, curata da Arianna Cavallo e Giacomo Papi.

La manifestazione, che avrebbe dovuto debuttare nel nefasto marzo del 2020 (non meno di questo febbraio all’imbrunire), ha visto sfilare, fra gli altri, Oliviero Toscani, Gian Arturo Ferrari e la bookstar israeliana Eshkol Nevo che ha intasato lo spazio firma copie con il suo Le vie dell’Eden (Neri Pozza). Nel parterre degli invitati anche la newyorchese di origine etiope Maaza Mengiste, l’olandese Jan Brokken, Régis Jauffret, voce della narrativa francese, Guadalupe Nettel, autrice messicana che sta ridefinendo la letteratura latinoamericana. E ancora: l’autrice britannica Katherine Angel che ha osservato senza fronzoli il lato oscuro del #metoo e lo scrittore americano Andrew Sean Greer, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2018. Tutti sold out i laboratori gratuiti di traduzione, redazione e grafica coordinati fra gli altri da Beatrice Masini (Bompiani), studio bruno (Andrea Codolo e Giacomo Covacich), Camilla Baresani (Molly Bloom) e dalla redazione della rivista PreText, diretta da Ada Gigli Marchetti e Pierluigi Vercesi.

Quel che è andato in scena, verrebbe da dire “in direzione ostinata e contraria” rispetto all’incombente drammaticità della Storia, è un bel “numero zero” che merita di sedimentare per trovare una propria identità più netta e definita nella prossima edizione. Anche perché l’originalità del format, ossia rivelare le fatiche sotterranee del libro, potrebbe essere una carta vincente nella costellazione delle fiere dell’editoria dove giganteggia l’enciclopedico Salone del Libro del Lingotto. «Un’idea luminosa con un pizzico di follia» disse Iosif Brodskij agli albori dell’esposizione torinese. Forse, per aver successo, bisogna esser matti fino in fondo. Alla pazzia della guerra, viceversa, si augura tutto l’insuccesso del mondo.