Home Cultura

Se ti affascina la cronaca nera, questo è il podcast che fa per te

"Demoni Urbani", in esclusiva su Spotify, è la serie di podcast true crime che racconta il “cuore di tenebra” delle città italiane. Abbiamo parlato con uno dei suoi autori

Giuseppe Paternò Raddusa e l'artwork di "Demoni urbani". Foto per gentile concessione de Gli ascoltabili

Nella crescita esponenziale che hanno avuto i podcast in questi anni c’è un settore che ormai da tempo acquista sempre più spessore: quello crime. Poter giocare sulla voce narrante, sul sonoro, e sulle tempistiche del racconto acuisce tutti i punti forti di questo genere, e in Italia abbiamo diversi esempi che testimoniano quanto sia florido.

Uno dei migliori podcast in questo senso è Demoni Urbani, prodotta da Gli Ascoltabili: una serie diventata cult per molti ascoltatori e la cui nuova stagione (lanciata lo scorso 15 marzo) esce in esclusiva su Spotify. A cura di Gianluca Chinnici e Giuseppe Paternò Raddusa, prodotta da Giacomo Zito e Ilaria Villani, e scritta da un team di autori, Demoni Urbani narra – attraverso il talento e la voce dell’attore Francesco Migliaccio – alcune delle storie crime più iconiche e sconvolgenti. Oltre alla grande vena narrativa, e all’ottimo lavoro sul sound design, l’altra peculiarità del podcast è la connotazione territoriale e ambientale: le varie storie vengono raccontate anche in base al contesto che le ha generate. Fino ad ora il focus era circoscritto alle storie italiane, ma a partire da questa nuova stagione sono state introdotte anche storia ambientate all’estero.

Per capire meglio come si sta sviluppando questo progetto, quale ruolo sta rivestendo il crime nell’intrattenimento italiano, e quale potrebbe essere il futuro del podcast in senso lato, ho fatto una chiacchierata con Giuseppe Paternò Raddusa.

Puoi raccontarmi come è nato e si è sviluppato il progetto di Demoni Urbani?
La nostra idea, fin da quando siamo partiti, nel 2018, era quella di raccontare il “cuore di tenebra” delle città italiane. Noi non siamo dei criminologi, degli psichiatri: ci interessava lavorare sulla narrazione. Mettere insieme i fatti, che non vanno mai contraddetti od omessi, ma allo stesso tempo creare una trama, farle diventare carne viva. Sospendendo il giudizio e raccontando un brandello di umanità quando si mescola con il male. Il risultato è quello di un prodotto che si distingue nel panorama dai podcast crime, e la pubblicazione di questa nuova stagione in esclusiva con Spotify è un traguardo che ci rende orgogliosi.

Quali sono le caratteristiche che vi guidano quando selezionate le storie da raccontare?
Nel corso del tempo abbiamo scelto casi molto diversi fra loro, dai casi di cronaca nera più famosi – Novi Ligure, il caso di Roberto Succo, la Saponificatrice di Correggio, Patrizia Reggiani, ad esempio – fino a casi meno noti (e magari dimenticati) ma molto rappresentativi. Dai più antichi, ai più recenti. Io ad esempio ho curato la realizzazione di una puntata sull’omicidio di una coppia omosessuale a Giarre, nella provincia di Catania, all’inizio degli anni Ottanta. Mappiamo queste storie, e scegliamo quelle in grado anche di dare un quadro ampio alla complessità del male, e dei vari contesti che lo accolgono. Il sangue è sangue ovunque.

Perché secondo te il crime ha così tanto successo?
C’è ovviamente quella una componente “pruriginosa” che spinge al voler conoscere queste vicende: il male incuriosisce tutti. Sia perché lo temiamo, sia perché in una certa misura fa parte di tutti noi: quindi diventa una specie di “feticcio” quando non ci colpisce in prima persona.

Ascoltando le varie puntate mi ha colpito molto il fatto che ogni storia ha un suo ritmo peculiare. Che è importante per una serie crime, perché gli stilemi del genere sono molto caratterizzati.
Noi cerchiamo di dare una linea omogenea generale, e quando scriviamo cerchiamo di valorizzare il talento di Francesco Migliaccio, che è un attore straordinario, che vive quelle storie; ma al tempo stesso c’è un lavoro importante di sound design. È quella la componente che dà identità alle varie puntate.

So che alcune delle storie della nuova stagione saranno ambientate anche all’estero…
Sì, per questa nuova serie di episodi abbiamo scelto di aprirci anche a crimini non italiani, anche se continueremo a raccontare anche il nostro paese. Ad esempio c’è una puntata molto interessante, scritta da Maria Triberti, che è ambientata in Giappone: a guidare il filo del racconto è una dinamica molto attuale, legata al presente, ovvero quella della solitudine alimentata dall’utilizzo del web. Ci ha colpito molto. Per il resto non posso spoilerare molto sulle novità, ma posso dire che ci saranno sicuramente una storia di impianto familiare ambientata nel sud Italia, e la storia di un assassino molto vizioso che ha colpito in Unione Sovietica.

Quali sono le puntate che ti hanno coinvolto di più?
Fra quelle che ho realizzato io sono particolarmente legato a quelle su Patrizia Gucci, sui fidanzati di Giarre, e sulla saponificatrice di Correggio. Un’altra puntata che mi ha colpito tantissimo è stata scritta da Maria Triberti, legata al delitto della Cattolica. Ci sono molte puntate interessanti, in questi anni abbiamo sperimentato molte derive stilistiche, ma quelle che mi sono piaciute di più sono quelle che spesso rivelano l’incapacità di spiegare il male.

Confrontandosi continuamente con vicende del genere, e col legame che hanno con la cultura e il territorio, che tipo di immagine si ha di questo paese? Del modo in cui la cronaca nera è stata raccontata mediaticamente, e del dibattito che scatena
Ogni storia è un caso a sé, e genera morbosità in maniera diversa in Italia anche in base alle epoche in cui è stata raccontata—penso a Cogne, o al caso di Gino Girolimoni, o a quello di Yara Gambirasio – e talvolta in base alle caratteristiche del caso scatena fenomeni collaterali come sessismo, razzismo e omofobia.

Mi sembra che negli ultimi due anni il formato podcast – che comunque continua a crescere da molto tempo – abbia subito un’impennata netta. Che tipo di evoluzione sta avendo il settore secondo te?
Noi come Ascoltabili siamo nati, guidati da Giacomo Zito, proprio per mettere al centro la narrazione attraverso il sonoro. La nostra è un’epoca dominata dall’immagine, ne siamo saturi, e secondo noi il sonoro è un ambito in cui la sperimentazione può spingersi veramente lontano. Noi infatti sperimentiamo tante soluzioni, produciamo prodotti con caratteristiche molto diverse fra loro.

Io per il podcast mi aspetto due strade: la prima è quella della “semplicità produttiva”, visto che durante la pandemia ci siamo resi conto di quanti nuovi podcast, anche amatoriali, siano nati, e questo comporta una crescita dell’offerta ma anche una ricorsività dei format; l’altra è quella dell’autorialità, della sperimentazione, e della qualità. Sono due strade da percorrere entrambe, perché rappresentano comunque una crescita per il settore.