«Scavo a fondo nell’indifferenza che infliggiamo agli altri». Intervista a Seth, il fumettista ‘sonoro’ per definizione | Rolling Stone Italia
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«Scavo a fondo nell’indifferenza che infliggiamo agli altri». Intervista a Seth, il fumettista ‘sonoro’ per definizione

Abbiamo intervistato l'autore canadese pubblicato in Italia da Coconino: da 'George Sprott a 'Clyde Fans', fino all'innamoramento per i 'Peanuts' di Schulz e all'ossessione per 'Quarto Potere'

Seth è un autore obliquamente sonoro. Perché da una parte è capace di “ritrarre” il suono dei luoghi, attivare una reminiscenza sensoriale che ti blocca nel tempo. Dall’altra ti fa accorgere che quell’elemento sonoro è costituito dai semplici rumori della quotidianità, poggiati su un silenzio ovattato e sovente solitario. Tra le sue vignette si riesce a sentire il suono di passi che attraversano pavimenti desolati, in case antiche e piene di stanze, o tra le pareti di uffici immersi nella penombra della notte, con il gelo che appanna le finestre. Ma Seth completa tutto con il suono della voce, intrisa di una narrazione diretta e spesso intima, una confessione fra amici che si conoscono da una vita.

È il caso, ad esempio, di Clyde Fans, opera che ha richiesto 20 anni di rielaborazione per raggiungere un’unità narrativa di sublime mestizia. In George Sprott 1894-1975, il volume da poco pubblicato in Italia da Coconino, l’operazione sulla memoria parte invece da una narrazione polifonica, con interviste a mezzobusto che si alternano a immagini della vita del protagonista. Originariamente pubblicata a puntate su The New York Times Magazine, questa “picture novella” ruota attorno alle ultime tre ore di vita dell’ottantunenne George Sprott, in gioventù esploratore del Grande Nord canadese, quindi conduttore di un fortunato programma trasmesso da una rete televisiva locale, infine polveroso relitto di un’epoca al tramonto.

E se il protagonista ricorda alla lontana l’etnografo e pioniere del documentario Robert J. Flaherty, il modo in cui l’autore sceglie di raccontarne l’immaginaria biografia rimanda inequivocabilmente a una delle pietre miliari del cinema americano: Quarto Potere. Sulle orme del capolavoro di Orson Welles, Seth dà voce a una nutrita schiera di personaggi, ognuno dei quali, protagonista compreso, è chiamato a offrire la sua testimonianza, a rispondere a una domanda tanto semplice quanto irrisolvibile: chi è George Sprott? Tavola dopo tavola, vignetta dopo vignetta, Seth compone meticolosamente il suo mosaico, restituendo ai lettori il ritratto multiforme di un antieroe affascinante e respingente, grandioso e meschino, spregevole eppure degno di compassione, tragico e comico allo stesso tempo. Insomma, il ritratto di un uomo che – come tanti o forse come tutti – è un inestricabile groviglio di contraddizioni. George Sprott sta al fumetto come il “principio di indeterminazione” sta alla fisica moderna: se Heisenberg ha dimostrato che, nel moto di una particella, l’osservatore non può fare a meno di interferire con l’oggetto osservato, Seth mette in chiaro la narrazione della storia di un uomo non può prescindere dall’universo interiore di chi l’ha conosciuto, amato, sopportato, detestato. Seth racchiude tutto questo e molto altro tra le maglie di un congegno narrativo perfettamente calibrato, dando prova ancora una volta di saper sfruttare come pochi altri le capacità espressive e artistiche del fumetto.

Usi spesso l’espressione “picture novella” per descrivere i tuoi libri. Potrei sbagliarmi, ma la interpreto come una frecciata ironica al termine “graphic novel”. In tal caso, perché ritieni che questo termine ormai onnipresente sia particolarmente inadeguato, oltre a rappresentare un maldestro tentativo – motivato da una sorta di complesso di inferiorità – di elevare il fumetto ai ranghi della letteratura?
Sì, ci hai preso. Ho ideato questa espressione una vita fa per prendermi gioco del nome “graphic novel”. Sei una delle poche persone ad averlo capito. Quasi tutti pensano che la usi in maniera assolutamente seria. Mi sembrava semplicemente un termine altrettanto pretenzioso e con un suono deliziosamente antiquato. Alla fine ho smesso di pensarci e ora è soltanto un nome divertente che uso per descrivere quello che faccio. Il termine “graphic novel” continua a non piacermi. Sembra il brutto nome scelto a tavolino da una commissione… e sembra aspirare disperatamente a una legittimazione di qualche tipo. È come dici tu, nasce da un complesso di inferiorità. Detto questo, la battaglia lessicologica è finita. Ha vinto. Ormai la gente conosce il termine “graphic novel” e non c’è più verso di cambiarlo. Ovviamente è un termine usato genericamente per descrivere un’ampia varietà di narrazioni per immagini… e comunque il fumetto ha una lunga tradizione di nomi terribili. Voglio dire, pensa ad alcuni di questi nomi: “comics”, “funnies”, “cartoon books”, “picture-fiction”, etc. Ce n’è mai stato uno adeguato?

Originariamente, George Sprott è uscito a puntate sul “New York Times Magazine”. In che misura i limiti imposti dalla serializzazione hanno influito sul modo in cui hai scelto di raccontare questa storia, sia da un punto di vista formale che narrativo?
Ho imparato molto da questa strip su commissione. È stata una bella esperienza. Innanzitutto, l’uscita a episodi mi ha costretto a pensare in maniera totalmente diversa a come raccontare la storia. Sapevo di non poter raccontare semplicemente il tipo di storia che “continua la settimana prossima”. Volevo che ogni pagina fosse indipendente, in modo che un lettore occasionale potesse auspicabilmente ricavare qualcosa da una singola puntata senza dover per forza leggere tutte le altre. È per questo che mi sono sforzato di presentare la storia in maniera non lineare. Per far sì che idealmente i lettori ricomponessero i pezzi nella loro mente a fine lettura. Ammesso che leggessero tutte le puntate. In caso contrario, il singolo episodio doveva essere in grado di intrattenere di per sé. Dunque ciascun episodio doveva essere pressoché compiuto, e questo mi ha costretto, per la prima volta nella mia carriera, a eliminare tutto il superfluo. Di solito mi prendo tutto lo spazio che mi serve per raccontare una storia… ma in questo caso avevo a disposizione al massimo 30 vignette per episodio. Uno spazio davvero ristretto per me. Scrivevo un singolo episodio e poi scoprivo che per raccontare quel piccolo segmento di storia avrei avuto bisogno di circa 130 vignette, allora ero costretto a tagliare e tagliare e tagliare finché di quel pezzo di storia non rimaneva che il nocciolo. Ovviamente, avere a disposizione uno spazio limitato significava anche dover raccontare un numero limitato di avvenimenti. Probabilmente avrei potuto dedicare a George un libro lungo quanto Clyde Fans… ma avendo a disposizione ben poche pagine ho capito che nel racconto di questa storia il non detto avrebbe dovuto avere quasi lo stesso peso del detto. In altri termini, era necessario che le lacune nella storia di George fossero importanti quanto i fatti narrati. [George Sprott] mi ha permesso di sperimentare nuovi approcci alla narrazione a fumetti, e lo considero (insieme a Wimbledon Green) il punto d’inizio della fase attuale del mio lavoro.

Leggendo George Sprott, mi è capitato di pensare che le tue storie spesso sono strutturate come lunghe e articolate domande sull’identità di personaggi indecifrabili. In questo caso la storia si chiede e chiede al lettore “chi è il vero George Sprott?”, e tenta di rispondere alla domanda accostando le tessere di un mosaico fatto di interviste, punti di vista differenti e spesso contraddittori, sogni, ricordi velati di dolore e desiderio. Eppure, una volta ricomposto questo mosaico, ci sfugge ancora qualcosa. Non sappiamo davvero chi sia George Sprott. Vuoi far passare l’idea che, in fin dei conti, una vita non è altro che una domanda senza risposta, e dunque che la verità su una persona (sia pure inventata) può essere soltanto intravista al di sotto della superficie, o, se preferisci, tra gli spazi bianchi che separano una vignetta dall’altra?
Penso che questa potrebbe essere la miglior interpretazione del mio lavoro che mi sia mai stata proposta. In sostanza, è esattamente quello che faccio. Da bambino ho guardato Quarto potere un sacco di volte e nel corso degli anni mi sono reso conto che la struttura del film corrisponde essenzialmente alla mia idea di storia. In altre parole, si tratta di andare alla ricerca dell’identità di una persona. Questa ricerca può essere svolta dalla persona stessa, oppure da testimoni esterni, ma si conclude sempre con una “Rosabella”. Il pezzo mancante (o i pezzi mancanti). Nessun individuo riesce mai a capire davvero chi è… o chi sono gli altri. È tutta questione di interpretazione (e lo stesso si può dire del linguaggio, tra l’altro). Alla fine tutte le nostre ipotesi si rivelano inadeguate. Credo che la ricorrenza di questo tema nel mio lavoro sia in gran parte riconducibile ai miei genitori. Erano entrambi molto più vecchi di me, quasi dei nonni a ben vedere, e quando ero bambino le loro vite mi interessavano moltissimo, passavo molto tempo ad ascoltare le loro storie. In seguito, e specialmente ora che entrambi non ci sono più, mi sono chiesto più e più volte chi fossero davvero e come fossero le loro vite interiori. Tutto ciò si riversa in buona parte di quello che scrivo.

George Sprott non è né un eroe né un cattivo. È vanitoso, egocentrico, incline alla menzogna e al tradimento, ma anche consumato dai dubbi e dai rimpianti, isolato, confuso e incomprensibile, più debole di quanto sia disposto ad ammettere e, in fin dei conti, spaventato. Suscita pietà e disprezzo allo stesso tempo. Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato nel raccontare la storia di un personaggio tanto imperfetto e dunque profondamente umano?
Mi pare che la cosa più difficile sia stata non far capire ai lettori quanto di me ci sia in George! Un po’ scherzo… ma fino a un certo punto. Volevo proprio scavare a fondo in quel particolare tipo di egoismo e indifferenza che infliggiamo agli altri, spesso senza renderci minimamente conto delle conseguenze delle nostre azioni. E dei rimpianti che ci procureranno. Indubbiamente, invecchiando il ricordo della scia di dolore e devastazione che mi sono lasciato alle spalle da giovane mi ha colpito profondamente. E ho pensato a lungo anche alla scia di devastazione che si è lasciato alle spalle mio padre. Molti di questi rimpianti sono confluiti nella costruzione del personaggio di George Sprott. Volevo che George fosse egoista e insensibile, ma volevo anche che fosse una persona vera. Volevo che i lettori empatizzassero con lui. Che potessero capirlo. Ma senza necessariamente perdonarlo. Volevo che provassero per George quello che potrebbero provare per un padre o per uno zio che ha sostenuto opinioni sgradevoli o che si è comportato male. Li disapproverebbero… ma cercherebbero comunque di comprenderli.

Nei tuoi fumetti, edifici, stanze, cartelloni pubblicitari, oggetti d’uso comune, cimeli e fotografie sono tutt’altro che oggetti di scena o elementi decorativi, anzi racchiudono sempre una forte carica narrativa. Arriveresti a dire che sono importanti tanto quanto i tuoi personaggi?
Più vado avanti con l’età, più mi rendo conto della potenza degli oggetti. Siamo una specie che crea oggetti. L’elaborazione è alla base di tutto quello che facciamo. Non ci limitiamo, per esempio, a inventare un singolo vaso, inventiamo una serie infinita di varianti di quel vaso. Migliaia di modelli diversi. Facciamo lo stesso per qualunque altra cosa. È interessantissimo. E questi oggetti si caricano di impressioni e significati. Significati personali, spesso. Gli oggetti della nostra vita sono in grado di innescare associazioni mentali molto potenti. Cioè, basta farsi un giro su internet e leggere cosa scrive la gente a proposito dei vecchi oggetti che possedeva o usava una volta. Il valore affettivo che la gente attribuisce a un vecchio giocattolo o a una videocassetta è straordinario. Io stesso mi rendo conto di associare emozioni profonde ai vecchi oggetti. La mia casa è piena zeppa di oggetti… è una specie di museo dedicato ai sentimenti che essi racchiudono. Ogni oggetto è carico di memoria o tristezza. Cerco di infondere questa sensazione nei miei fumetti. In effetti, più passa il tempo più i miei libri sembrano incentrati quasi esclusivamente sulla descrizione e sul ricordo (forse perché sono la stessa cosa?). Il nuovo libro a cui sto lavorando è pieno di oggetti, stanze e descrizioni. I personaggi hanno un ruolo quasi secondario rispetto agli oggetti fisici. Probabilmente è un riflesso del mio stile di vita quasi da recluso… ma anche nel periodo in cui sono stato più socievole, da giovane, ho sempre subito il fascino dei vecchi oggetti. Ero ossessionato dagli oggetti di cui era piena la mia casa d’infanzia, si trattava più che altro di vecchie cianfrusaglie che risalivano a prima della mia nascita. Roba del Dopoguerra.

Ti interessa particolarmente il contrasto tra esteriorità e interiorità di una persona. In George Sprott, il tuo narratore definisce questa dicotomia “l’esperienza più profonda dell’esistenza umana”. Pensi che il fumetto – essendo una forma d’arte visuale/verbale, e dunque essenzialmente ibrida – sia particolarmente adatto a esprimere questo tipo di contrasto?
Hai assolutamente ragione. Penso che il fumetto sia la forma ideale per rappresentare questa esperienza. Il fumetto è probabilmente l’unica forma d’arte narrativa che non può essere fruita in gruppo. È una forma essenzialmente intima. Associ le parole alle immagini nella tua mente ed è proprio lì che prendono vita. Certo, anche un fumetto si può leggere ad alta voce… ma è davvero imbarazzante. Sei costretto a dire “poi il tale personaggio dice…” e così via. Non può funzionare. Non è come leggere un romanzo ad alta voce (uno dei modi più belli di leggere un libro, spesso). Non è come guardare un film o uno spettacolo teatrale. La lettura di un fumetto dev’essere un’esperienza solitaria… la magia interiore che accompagna questa esperienza è perfetta per raccontare storie introspettive. Storie che hanno a che fare con le esperienze più intime, con la memoria, il tempo, il passato e i sentimenti. Credo che stiamo appena cominciando a comprendere quanto possa essere sofisticato il fumetto come medium.

Nell’ultima pagina di La vita non è male, malgrado tutto, il personaggio della vecchia signora dice: «Non sapevo che avesse tutto questo dentro di sé». Ho pensato moltissimo a questa frase, mi sembra un modo delicato e potente di chiudere un libro. Ho sempre pensato che questa frase, in fondo, si riferisse all’autore stesso, che suonasse quasi come un riconoscimento del tuo mondo interiore…
Per me è difficilissimo ritornare con la mente alla persona che ero quando ho scritto La vita non è male, malgrado tutto. È un libro giovanile, è stato scritto da una persona giovane. Penso però che stessi cercando di dire qualcosa a proposito del fatto che non riusciamo mai davvero a conoscerci l’un l’altro. So per certo che volevo concludere il libro sotto lo sguardo amorevole di una madre. Era importante per me. La tua è una bella interpretazione!

La realizzazione di Clyde Fans ha richiesto 20 anni di lavoro, che tipo di esperienza è stata? La rifaresti?
Certo che no! Non se posso evitarlo. In questo momento sto lavorando a un altro libro lungo (forse più lungo di Clyde) e sono fermamente intenzionato a concluderlo nel giro di 3/5 anni (è molto rischioso fare previsioni di questo tipo!). Ho velocizzato i miei metodi di disegno per realizzare le tavole più rapidamente. Incrociamo le dita. Quest’anno compio sessant’anni. Quindi, se arrivassi alla novantina (come mio padre), avrei ancora una trentina d’anni davanti (oppure molto meno). Lavorare per altri vent’anni a un singolo libro sarebbe un grosso azzardo. Detto questo, la realizzazione di Clyde Fans è stata un’esperienza tutto sommato indolore. Andavo avanti a testa bassa e terminavo le tavole quando mi sembrava giusto. La mia era senz’altro una tabella di marcia adatta a una persona più giovane. Se lo avessi finito in cinque anni, sarebbe stato indubbiamente un libro diverso. Non tanto una storia diversa – l’avevo pianificata sin dall’inizio e non è mai cambiata – quanto una storia raccontata in maniera molto diversa. Ho imparato tantissimo sulla narrazione, nei 20 anni che ho impiegato a realizzare il libro. Non cambierei nulla, adesso. Ormai è così e basta.

Potresti dirmi qual è stata la prima fonte d’ispirazione nella tua attività di fumettista e qual è invece la più recente?
Il primo fumettista che mi ha influenzato è stato indubbiamente Charles Schulz. Il suo nome è stato il primo a cui mi sia mai capitato di fare caso. Ricordo ancora il giorno in cui mi cadde l’occhio sull’angolo di una striscia dei Peanuts, vidi il suo nome e pensai “chi sarà l’uomo che disegna questo fumetto?”. Pensai pure: “Schulz sembra proprio sbagliato come nome… un nome tedesco!”. Le sue strisce erano tanto intrinsecamente americane che anch’io, pur essendo piccolissimo (avrò avuto sei anni) e canadese, riuscivo a percepirne l’americanità. Era una strip che adoravo, e probabilmente i miei primissimi tentativi di fare fumetti risalgono a quando ricopiavo i disegni dei Peanuts e scrivevo le mie strisce di Snoopy e Woodstock. (Poi le facevo ciclostilare da mio padre, spillavo i fogli insieme e distribuivo i miei primi fumetti in giro per la scuola. Magari ne avessi ancora qualcuno!). Per decenni sono stato assolutamente ossessionato dai fumetti… in qualche modo, però, questa ossessione sta svanendo con l’età. Le mie ultime fonti d’ispirazione non sono specificamente fumettistiche. Ora che sono invecchiato, ho l’impressione di guardare più che altro al lavoro di pittori, scultori, grafici e romanzieri. Ultimamente mi entusiasma non poco Edward Bawden (l’artista inglese). Però, ora che ci penso, potrei citare una fonte d’ispirazione fumettistica recente: negli ultimi tempi mi hanno profondamente influenzato i Manga di Hokusai. In particolare, i suoi minuscoli paesaggi. In molte delle pagine del libro che sto disegnando al momento, cerco di catturare l’essenza di quei piccolissimi paesaggi disegnati.

Una semplice curiosità: hai mai pensato di cimentarti con la narrativa di genere? Non so, magari con un western, oppure con la fantascienza…
Ci ho pensato, sì. A dire la verità, ho nel cassetto tre storie di fantascienza pressoché complete, e mi piacerebbe realizzarle, ma probabilmente non lo farò mai per mancanza di tempo (e perché fare fumetti richiede un certo impegno). Adoro la narrativa di genere, specialmente le ghost story classiche. Guardo un mucchio di vecchi film horror e di fantascienza. Sono un grandissimo appassionato di cinema gotico italiano degli anni Sessanta, per esempio. Però, quando si passa da un progetto all’altro bisogna sempre seguire il cuore… e per come stanno le cose, forse non riuscirò mai a realizzare i miei fumetti di fantascienza. Oltre al libro a cui sto lavorando, ci sono almeno altri tre libri che attendono in fila nella mia testa… nessuno di questi è di fantascienza. Vorrei tanto avere più mani… oppure più anni a disposizione. Ahimè.