Salisburgo sta provando a dare un nuovo volto al mito di Mozart | Rolling Stone Italia
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Salisburgo sta provando a dare un nuovo volto al mito di Mozart

Nella città ungherese i 270 anni del compositore segnano un momento di riflessione e rilancio della sua storia e tradizione

Salisburgo sta provando a dare un nuovo volto al mito di Mozart

Uno scatto dell'opera 'Mozart – The Untamable Genius' di Ottmar Hörl

Foto: Wolfgang Lienbacher / Courtesy of Visit Salzburg

Ci sono città che finiscono per essere schiacciate dal peso del proprio mito. Salisburgo convive con uno dei più ingombranti che la storia della cultura occidentale abbia prodotto: Wolfgang Amadeus Mozart. Basta uscire dalla stazione per ritrovarselo addosso, tra insegne, cioccolatini (le celebri Palle di Mozart), vetrine e souvenir. L’equivoco nasce dal fatto che Mozart viene spesso raccontato come una statua mentre Salisburgo, invece, sembra ricordarsi che prima di diventare un monumento era un artista.

Lo si capisce camminando lungo il Salzach, il fiume che attraversa la città e divide il centro storico dalla Neustadt senza separarli davvero. Da una parte la fortezza di Hohensalzburg domina il profilo barocco; dall’altra i caffè, gli studenti del Mozarteum, le biciclette appoggiate ai parapetti. Tutto intorno, i colli del Mönchsberg e del Kapuzinerberg stringono Salisburgo in una specie di anfiteatro naturale, mentre poco più in là iniziano i laghi del Salzkammergut e una rete di canali e corsi d’acqua che continua a modellarne il paesaggio. È una città raccolta, che durante il Salzburger Festspiele – il celebre festival di teatro che porta in città curiosi di tutto il mondo – cambia ritmo senza perdere la propria misura. La musica esce dai teatri, si mescola alle conversazioni dei tavolini all’aperto, arriva dalle finestre aperte del Mozarteum o dalle prove nelle chiese. Più che occupare la città, finisce per confondersi con il suo rumore quotidiano.

È, in fondo, l’idea con cui Max Reinhardt immaginò il Festival nel 1920: non costruire un festival dentro Salisburgo, ma trasformare Salisburgo in un palcoscenico. L’edizione 2026, in programma dal 18 luglio al 30 agosto, si apre ancora una volta con Jedermann, il dramma di Hugo von Hofmannsthal rappresentato sul sagrato del Duomo fin dalla prima edizione. Non è soltanto una tradizione. È il promemoria che un patrimonio culturale sopravvive solo se continua a essere interpretato, attraversato, perfino contraddetto. E le decine di attori, tecnici che appaiono e scompaiono – vestiti, denudati – dalla scena al suono dell’organo della cattedrale, ne è l’immagine perfetta.

Se Jedermann rappresenta la memoria del Festival, la nuova produzione di Saint François d’Assise di Olivier Messiaen, affidata a Romeo Castellucci e in scena dal 1° agosto alla Felsenreitschule, ne racconta invece la direzione. La presenza di uno dei registi europei che più hanno ridefinito il linguaggio della scena contemporanea dice molto del modo in cui Salisburgo interpreta il proprio patrimonio: non come qualcosa da conservare, ma come un terreno di sperimentazione.

Lo stesso vale per Mozart. Naturalmente la città custodisce con cura la sua memoria: ci sono la casa natale di Getreidegasse, dove il compositore venne alla luce nel 1756, e la residenza di Makartplatz in cui visse con la famiglia dopo il trasferimento; c’è il Mozarteum, che continua a formare musicisti da tutto il mondo e conserva un patrimonio di manoscritti, lettere e documenti; ci sono Mozartplatz, i concerti dedicati alle sue opere e perfino i celebri Mozartkugel. Tutto quello che ci si aspetterebbe dalla città che più di ogni altra è identificata con il suo nome. Ma è significativo che, nell’anno in cui Salisburgo celebra i 270 anni dalla sua nascita, il racconto non si fermi alla conservazione.

C’è la celebrazione con concerti classici, o rivisitazioni, come negli splendidi concerti per organo che si tengono ogni giorno a mezzogiorno nella Cattedrale, ma anche la volontà di entrare in un altro tipo di presente. Fuori dal programma del Festival, un dj set e una gara di ballo nel cortile del DomQuartier – 1300 anni di storia (nonché Patrimonio UNESCO), residenza del potere salisburghese in cui il compositore ha lavorato fino al suo allontanamento – mette la sua musica in dialogo con la cultura club; nei Giardini Mirabell un’installazione dell’artista Ottmar Hörl dissemina centinaia di piccole statue dorate del compositore; sessione di yoga a ritmo di musica classica. Più che attualizzare Mozart, queste iniziative sembrano provare a restituirgli qualcosa che il mito ha finito per cancellare: l’irrequietezza. Del resto fu proprio lui a lasciare Salisburgo nel 1781, insofferente alle gerarchie della corte arcivescovile, scegliendo Vienna e una carriera da musicista indipendente quando quella parola ancora non esisteva.

Forse è questo che rende Salisburgo diversa da tante altre città costruite attorno al proprio passato. Non il tentativo di rendere Mozart “moderno”, ma la disponibilità a trattarlo come si farebbe con qualsiasi artista contemporaneo: continuare a interrogarlo, cambiare punto di vista, metterlo in relazione con linguaggi che appartengono al presente. Durante il Festspiele questa attitudine diventa quasi tangibile. Mozart è ovunque, ma raramente rimane fermo. Attraversa i teatri, i cortili, le piazze, finisce dentro una regia di Castellucci o tra i sintetizzatori di un DJ set. Più che custodire un’eredità, Salisburgo sembra ricordare una cosa molto semplice: le tradizioni smettono di essere vive nel momento in cui smettono di cambiare.