Secondo una tesi antropologica, le bevande alcoliche si possono considerare come un “artefatto sociale” con un fondamentale ruolo economico e politico nelle relazioni umane. Esistono anche alcune ricerche bizzarre sulla correlazione tra alcol e politica, come quella svolta dall’Università di Cambridge, secondo cui, quando uno stato diventa politicamente più liberale, il consumo di birra e liquori aumenta, mentre quello di vino può diminuire. Secondo un’altra analisi svolta fuori da un bar (sì, avete letto bene) e pubblicata sul Personality and Social Psychology Bulletin, in media, più alto è il livello di alcol nel sangue di un soggetto, più è probabile che lui/lei esprima opinioni conservatrici. E questo, su tutti, potrebbe essere il modo migliore per convincerci a bere responsabilmente.
Oggi facciamo sempre più attenzione alla tipologia di alcol che consumiamo: bere diventa un gesto consapevole, forse ancora più che responsabile. Vogliamo che ciò che consumiamo sia naturale, sostenibile, etico; che abbia, nel migliore dei casi, un impatto positivo sulla realtà in cui viene prodotto, dal sistema di agricoltura alla distribuzione. Bere, in questo senso, diventa una scelta compiuta attivamente. Ma la definizione di “bere politico” può andare persino oltre: «Tutti i nostri liquori sono dei prodotti, ma allo stesso tempo sono anche un veicolo per pensare un’altra forma di società. Sono uno strumento economico per finanziare le casse di resistenza di tutta una serie di realtà che, nella loro pratica quotidiana, portano avanti un’idea diversa di società». A parlarmi sono i lavoratori e le lavoratrici del collettivo RiMaflow, che preferiscono essere identificati in una definizione plurale invece che con i singoli nomi, e che nella loro decennale esperienza di liquorificio sociale partecipano al mercato provando a cambiarne le dinamiche dall’interno.

Foro cortesia Rimaflow
È dalla loro piccola produzione in autogestione alle porte di Milano, per la precisione a Trezzano sul Naviglio, che arrivano alcuni dei liquori più di parte che potreste, probabilmente, degustare. Tra questi: l’Amaro Partigiano, la Vodka Antissessita Kollontai, il Rimoncello e il Gin 1.5. Ognuno di questi alcolici non è solo una bevuta piacevole, ma un progetto di sostenibilità: i proventi delle vendite vanno in parte a finanziare il lavoro autogestito di RiMaflow e in parte in sostegno a realtà di cui condividono i principi e i valori. Un esempio? Ogni bottiglia di Gin 1.5, ultimo nato in casa RiMaflow, sostiene la cassa legale dei movimenti per la giustizia climatica, tra cui Ultima Generazione, Fridays for Future ed Extintion Rebellion. La consapevolezza non è solo nella raccolta fondi, ma anche negli ingredienti: il gin è aromatizzato infondendo l’artemisia coltivata dall’azienda agricola Agrinova dalla Val Susa, un territorio simbolo di lotte ambientali e difesa del territorio. E nel nome: 1,5 °C è infatti il limite entro cui contenere l’aumento medio della temperatura globale.
Per capire come l’impegno di RiMaflow sia profondamente sociale e politico, occorre fare un passo indietro. La storia del liquorificio sociale non è quella di un’“impresa” tradizionale: RiMaflow è una fabbrica recuperata, creata con anni di lotta e resistenza sulle ceneri dell’azienda che si chiamava Maflow e che si occupava di componentistica per autovetture. Quando nel 2012 l’azienda viene chiusa per essere delocalizzata in Polonia, un gruppo di lavoratori e lavoratrici, operai della Maflow, decidono di occupare la fabbrica per farla ripartire con un lavoro in autogestione.
Fin dall’inizio dell’occupazione la fabbrica si apre al territorio e alle sue realtà, per provare a costruire con il mutuo soccorso quella rete di conoscenze, competenze, saperi, con cui lavoratori e lavoratrici in autogestione possono creare non un profitto, ma il conseguimento di un reddito e la costruzione di buone pratiche.

I liquori RiMaFlow. Foto cortesia
«Siamo stati sei anni in occupazione dentro quegli immobili che erano stati venduti a un istituto di credito», mi raccontano i membri del collettivo RiMaflow. «Abbiamo provato, fatto tanti errori, ma non ci siamo lasciati abbattere. Abbiamo stretto la cinghia e, dopo 6 anni di occupazione, c’è stato un tentativo di sgombero da parte della proprietà, a cui abbiamo resistito anche grazie alla solidarietà di tutte le realtà con cui avevamo costruito il percorso di RiMaflow». In quel giorno del novembre 2018, mi raccontano, oltre 600 persone si sono messe di fronte ai cancelli per impedire lo sgombero. Questa manifestazione di solidarietà ha prodotto un’accelerata nelle trattative con la proprietà, che si sono risolte per il meglio: la prefettura di Milano ha riconosciuto 300mila euro al collettivo, per gli anni in cui hanno occupato lo spazio, gestendolo con operazioni di manutenzione. Così, i lavoratori e le lavoratrici si sono potuti trasferire in nuovi capannoni, poco distanti e molto più salubri dei precedenti.
«Questa non è la storia di Maflow, questa è la storia di tutte le fabbriche che vengono chiuse, abbandonate, delocalizzate, solo perché i padroni vogliono fare sempre più profitti», riflette il collettivo. «Questo tipo di azioni non solo va a distruggere un’economia e le sue persone, le famiglie coinvolte, ma finisce per impoverire un sistema produttivo, andando a disperdere un insieme di competenze e conoscenze evolute in anni». Le competenze dei lavoratori e delle lavoratrici non sono però andate perse, anzi, sono state applicate nei nuovi capannoni, dove hanno potuto sviluppare una serie di attività. A oggi, negli spazi di RiMaflow ci si occupa prevalentemente di logistica per le scuole, oltre all’assemblaggio di piccoli motori elettrici per terzi, e, ovviamente, al progetto di produzione dei liquori.

Foto cortesia RiMaFlow
«Nei nuovi spazi abbiamo iniziato a concentrarci su questa attività, con la continuazione di tutte le dinamiche solidali e mutualistiche che RiMaflow aveva intrapreso nel tempo per rivendicare il proprio diritto a lavorare», raccontano, riflettendo su come nella produzione di liquori si siano trovati «all’interno di un mercato capitalistico che inevitabilmente tende a stravolgerti, a dettarti dei tempi, delle esigenze diverse». Il loro approccio per combattere il sistema dall’interno risponde a questi principi: «Fin dagli anni Novanta, quando c’era il movimento dei social forum, si parlava di “un altro mondo possibile”. Noi vogliamo provare a costruirlo, ma non “un giorno”, noi vogliamo farlo a partire da oggi, da ieri magari. Siamo coscienti che non è che siamo il cambiamento, perché siamo dentro un sistema, però vogliamo provare, a partire dal nostro lavoro insieme ad altre realtà, a prefigurare un’alternativa».
Il primo amaro con cui RiMaflow si cimenta è il Rimoncello, ispirato da una delle realtà con cui collaborano fin da subito, in un profondo supporto solidale e mutualistico: la SOS Rosarno. Questa associazione, creata in Calabria nel 2010, nasce per costruire condizioni di lavoro eque, unendo i piccoli produttori strozzati dalle istituzioni e la manodopera bracciante, prevalentemente di origine migrante. L’obiettivo è creare situazioni di lavoro giuste che, da una parte, riconoscano il legittimo prezzo del lavoro nei campi e, dall’altro, garantiscano il giusto prezzo degli agrumi ai piccoli proprietari terrieri e produttori.
«Loro lavorano con gli agrumi e la cosa più scontata è stata quella di fare delle piccole produzioni di limoncello, che noi abbiamo chiamato Rimoncello. Da lì abbiamo iniziato a ragionare sulla possibilità di fare altri sperimenti ed è nato il RiACE che è a base di bucce di arancia, carota e limone». Nell’impegno di limitare gli sprechi, con i frutti è stato poi creato Limonosa, un succo ottenuto dalla spremitura di limone, zenzero e mela. Dalla vendita dei prodotti in collaborazione con SOS Rosarno, spiegano: «Nell’ultimo anno abbiamo finanziato l’ambulatorio medico popolare di via dei Transiti, a Milano, che da 30 anni svolge un’attività di assistenza medica gratuita per tutte e tutti e quindi anche per quei migranti che, magari, avendo problemi di documenti, sono in difficoltà nell’andare verso il sistema sanitario nazionale».
Il liquore per cui RiMaflow è sicuramente più conosciuta è l’Amaro Partigiano, nato nel 2017 da un confronto tra i lavoratori e le lavoratrici del collettivo milanese e quelli del collettivo Archivi della Resistenza che gestisce il Museo Audiovisivo della Resistenza sulla memoria antifascista. Situato a Fosdinovo, nella Lunigiana, si trova in mezzo a un bosco di castagni, a 800 metri sul livello del mare, all’interno di una capanna che partigiani e partigiane utilizzavano come punto logistico. In questo contesto, tra raccolta di erbe e castagne nei boschi, assaggi e affinamento della ricetta, si arriva al primo lotto di produzione che, fin da subito, finanza in parte RiMaflow e in parte Archivi della Resistenza, dal loro Festival “Fino al cuore della rivolta” passando per pubblicazione dei libri, arrivando al «sapone con cui vanno a pulire i monumenti imbrattati».

Foto cortesia RiMaFlow
Quella che forse è la più simbolica tra le proposte di RiMaflow è un sapiente mix di 9 ingredienti, di cui 8 vengono dalla Lunigiana, territorio teatro della resistenza partigiana. «Le prime due note che si sentono sono la salvia e il rosmarino, poi arriva il fresco della menta, con la nota balsamica dell’alloro», spiegano dal collettivo di RiMaflow, descrivendo l’Amaro Partigiano. «C’è poi la castagna che è l’ingrediente più rappresentativo, perché è stato l’alimento che per i venti mesi della lotta di liberazione ha sfamato i partigiani e la popolazione di quella zona. La castagna secca poteva essere portata con sé, la farina di castagne poteva essere sciolta nell’acqua e consumata senza bisogno di accendere dei fuochi». Oltre al valore simbolico, c’è quello gustativo: «Nell’Amaro Partigiano, la castagna avvolge tutto il liquore in una certa dolcezza. È un frutto dolce e ci permette di utilizzare una percentuale di zucchero molto più bassa rispetto ai principali amari industriali che si trovano sul mercato. Non usiamo nemmeno il caramello, perché non vogliamo uniformare il colore che, solitamente, è verde, ma cambia a seconda del lotto di produzione e del periodo dell’anno in cui si raccolgono le erbe, andando dal verde più brillante al giallino».
La rassegna degli ingredienti continua con l’ortica che, con il suo gusto erbaceo simboleggia le difficoltà dei partigiani in quanto pianta «scomoda»; l’assenzio, chiamato anche «erbo medico» da quelle parti, ritenuto all’epoca una vera e propria panacea, dato che il decotto veniva utilizzato come digestivo. L’unico ingrediente «migrante» che chiude l’Amaro Partigiano con una nota pizzicorina, è il chiodo di garofano, che non è endemico della macchia mediterranea, ma veniva comunque utilizzato nella cucina apuana.

Gli ingredienti di RiMaFlow. Foto cortesia
Nell’etichetta dell’Amaro Partigiano, sotto al nome, si legge la denominazione «Naturalmente di parte»: non solo dalla parte della memoria antifascista, ma anche da quella della natura. Dicono i lavoratori e lavoratrici di RiMaflow: «Noi siamo ben contenti di essere di parte in un’epoca in cui si galleggia e non ci si esprime».
In quanto realtà in autogestione, spiega il collettivo RiMaflow, la quantità di bottiglie prodotte è, ovviamente, piccola, anche perché il loro lavoro non è fatto per generare profitto: «Una volta che il lavoratore ha raggiunto il suo reddito, la produzione non deve crescere all’infinito, come dicono le teorie economiche che oggi governano il mondo. Il nostro lavoro consuma risorse fino al conseguimento di un reddito, dopodiché possiamo destinare le nostre energie a costruire nuovi percorsi. Ci sentiamo parte del problema, ma anche parte di una soluzione che noi non conosciamo, che va costruita tutte e tutti assieme».
Il modello di RiMaflow funziona, come raccontano loro: «Quest’anno, grazie al percorso di 13 anni tra occupazione e recupero del lavoro in autogestione, abbiamo permesso ai primi lavoratori e lavoratrici di andare in pensione. È una grandissima vittoria ed è indicativa di come il lavoro in autogestione possa essere una risposta reale alle problematiche del lavoro e delle chiusure aziendali». Questa vittoria è quella che si assaggia dentro ogni bottiglia di Amaro Partigiano o di Rimoncello. Si raccomandano da RiMaflow prima di salutarci: «Quello che a noi interessa e che ci piace, anzi, è che le persone bevano i nostri liquori nelle botteghe, bar e ristoranti che lo vendono. Così si possono creare relazioni umane e i nostri liquori diventano uno strumento, non solo per il nostro lavoro in autogestione, ma anche per costruire una comunità più ampia che si rivede nei valori presenti all’interno delle singole bottiglie».










