“Rifugiati” è il libro che spiega perché non possiamo “aiutarli a casa loro” | Rolling Stone Italia
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“Rifugiati” è il libro che spiega perché non possiamo “aiutarli a casa loro”

Mentre sul confine tra Bielorussia e Polonia è in corso l'ennesima emergenza umanitaria, nelle librerie italiane esce "Rifugiati" di Carlotta Sami, portavoce dell'UNHCR. L'abbiamo intervistata

Carlotta Sami. Foto per gentile concessione di Carlotta Sami/UNHCR

Non possiamo aiutarli a casa loro? Se sono così poveri, dove li prendono i soldi per il viaggio? Sono frasi che abbiamo sentito pronunciare parlando di uno dei temi più critici del mondo contemporaneo: la grandi migrazioni, ovvero il movimento forzato di persone da Paesi in cui la situazione politica e sociale mette a rischio la loro sopravvivenza. Per cercare di sfatare questi luoghi comuni è appena uscito Rifugiati (HarperCollins), un libro che cita statistiche, ricorda le leggi in materia e avanza proposte di soluzioni che possono salvare vite. 

L’autrice di Rifugiati è Carlotta Sami, portavoce per l’Italia dell’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il suo impegno per i diritti umani e gli interventi umanitari in aree di crisi è cominciato nel 1998 nei Territori occupati palestinesi, ha lavorato per Save the Children ed è stata direttrice di Amnesty International Italia. Il suo libro esce mentre è in corso l’ennesima emergenza umanitaria al confine tra Bielorussia e Polonia e Sami ci ha spiegato perché l’Europa “dovrebbe e potrebbe assolutamente fare di più e mostrare con un esempio di accoglienza fondata sul diritto come si possono gestire flussi tutto sommato contenuti”.

Tu vieni da una famiglia di esuli, quelli che oggi verrebbero chiamati rifugiati. Nel libro ricordi che tua nonna ti raccontava spesso della fuga che fu costretta a compiere dentro una cassapanca: “un’Odissea che le fece venire i capelli bianchi a vent’anni”. Quanto hanno influito le tue radici nel lavoro che hai poi scelto?
Carlotta Sami: 
vengo da una famiglia che è stata costretta a fuggire sia durante la prima che durante la seconda guerra mondiale, stabilendosi in luoghi in cui si parlava una lingua diversa, e che durante il periodo fascista è stata costretta a cambiare cognome. Ricordo i racconti di mia nonna, la nostalgia di ciò che si era lasciata alle spalle ma che era costantemente presente, con una sorta di rammarico. Non so quanto questo aspetto della mia vita abbia influito nel lavoro ma ha accresciuto sicuramente una mia sensibilità particolare verso questi temi. Provo una forte empatia verso le persone che stanno vivendo questa stessa situazione anche perché dentro di me esiste un senso di sradicamento, comprendo cosa significhi sentirsi fuori posto e inadeguati, conosco la fatica di inserirsi in ambienti, culture e comunità che non sono le proprie. 

 In Rifugiati cerchi di sfatare alcuni falsi miti che ruotano intorno a questa figura. Proviamo a prenderne alcuni, ad esempio il “non possiamo aiutarli a casa loro?”, che è una domanda che si sente fare spesso da chi è contrario all’accoglienza. 
Sì, “non possiamo aiutarli a casa loro?”. Il punto è che i rifugiati non hanno più una casa. E qui sta una delle più grosse differenze rispetto a chi si muove per cercare migliori opportunità di vita e di lavoro. I rifugiati devono fuggire, non è una loro libera scelta. Sono costretti a scappare proprio perché a casa loro non ricevono quella protezione e quella sicurezza che permette loro di sopravvivere e di prosperare. Quindi non possono tornare indietro perché, di fatto, morirebbero.

Quindi cosa possiamo fare? 
Aiutare di più i paesi che accolgono la maggior parte dei rifugiati. Nove rifugiati su dieci vivono in paesi poveri, in via di sviluppo, spesso limitrofi ai paesi da cui provengono, sperando di poter rientrare in patria il prima possibile. Di fatto da decenni questi paesi, nonostante le loro difficoltà, esprimono verso i rifugiati una grande generosità e senso di responsabilità. Ci si aspetterebbe quindi che i paesi più benestanti e più ricchi facessero di più, da un lato per supportare questi paesi in difficoltà, dall’altro per accogliere più rifugiati in modo sicuro, attraverso modalità ben note e già rodate, come i reinsediamenti, i corridoi umanitari, le riunificazioni familiari, in modo che i rifugiati non siano costretti a rivolgersi ai trafficanti e in modo da non contribuire a foraggiare una rete criminale.

Un’altra frase che si sente spesso è questa: “Se sono così poveri, dove li prendono i soldi per il viaggio?”. Come risponderebbe a chi la pronuncia?
I rifugiati sono persone che nella stragrande maggioranza dei casi partono senza risorse. Si rifugiano, appunto, nei Paesi più vicini. Ciò che accade solitamente è che non possono tornare al loro paese e restano rifugiati per molte generazioni in questi Stati limitrofi; alcuni, una minima parte, ma proprio la punta dell’iceberg, arriva fino in Europa. Questi lo fanno perché alle loro spalle hanno una rete di parenti, o hanno lavorato giorno per giorno per mettere da parte qualche piccola risorsa che purtroppo viene impiegata per pagare i trafficanti: è l’unico modo. Spesso viene utilizzata per mandare avanti chi si spera possa studiare, o riunirsi alla madre, o al padre, e qui abbiamo soprattutto dei ragazzi, ma anche ragazze che viaggiano da sole. Quindi prendono i soldi per il viaggio dai familiari o da una vita di piccoli lavori e purtroppo, invece di investirli nel proprio futuro, dato che i Paesi non li accolgono in maniera sicura, sono costretti a metterli nelle mani dei trafficanti, e spesso ci rimettono pure la vita.

Nel tuo libro esamini anche i cosiddetti “decreti Salvini” che, scrivi, “hanno portato a una serie di cambiamenti che hanno inciso fortemente sia sui rifugiati che sui richiedenti asilo”. 
I “decreti Salvini”, che sono stati poi convertiti in legge nel 2018, e che peraltro su molti aspetti sono stati emendati, avevano portato a una serie di elementi estremamente complessi che hanno in qualche maniera influito sulle opportunità di integrazione. Ad esempio, era stato deciso di non supportare più economicamente i corsi di lingua se non per le persone effettivamente riconosciute come rifugiate. Inoltre, era stata data preferenza alla concentrazione delle persone nei grandi centri di accoglienza ai margini delle città. Questo sicuramente è un modello inefficace che non favorisce l’integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Un altro elemento che è stato poi emendato e riportato in essere è che non era più previsto il supporto psicologico per chi richiedeva asilo. Anche questo dato, grazie a un lavoro legislativo importante, è stato reinserito nell’ordinamento, ed è un aspetto assolutamente essenziale per persone che portano comunque dentro di sé, spesso, traumi anche molto importanti.

Proprio in queste settimane, mentre esce il tuo libro, lo scontro tra Polonia e Bielorussia al confine si sta giocando sulla pelle dei migranti e si è trasformato in un’emergenza umanitaria. 
Al momento UNHCR non ha un accesso pieno al confine tra Polonia e Bielorussia e quindi è difficile per noi confermare il numero delle morti che però ci sono state. Almeno 11, probabilmente di più. Abbiamo detto in più occasioni che quello che si è venuto a creare al confine tra Polonia e Bielorussia è un caso di strumentalizzazione sulla pelle dei migranti, sulla pelle dei rifugiati atta a ottenere dei vantaggi politici, e questo deve assolutamente finire. 

La Germania ha preso posizione. Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha invitato con forza tutte le compagnie aeree a seguire l’esempio della Turkish Airlines e a rifiutare “senza ambiguità di essere implicate nell’operazione di traffico dei migranti” del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko.
Non possiamo commentare la decisione che hanno preso determinate compagnie aeree, e soprattutto ribadiamo che noi non gestiamo alcun sito. Le autorità bielorusse hanno invece autorità su questo, chiediamo che venga fatto ogni sforzo per permettere alle persone di essere accolte nella maniera più adeguata. Attualmente la situazione è estremamente grave, non è per niente sicura, la maggior parte delle persone che sono lì sono curde dell’Iraq, ma ci sono anche siriani e di altre nazionalità, possiamo anche aggiungere che almeno metà di loro sono donne e bambini. Fra di loro ci sono migranti, fra di loro ci sono rifugiati di molte nazionalità. 

L’Europa potrebbe fare qualcosa di più per risolvere la situazione? 
Se rimarranno in quest’area c’è un grande rischio di avere altre perdite di vite umane. Queste persone devono assolutamente essere portate in un luogo di accoglienza, dove possono essere assistiti e possono ricevere tutto quello che è necessario per la loro sopravvivenza, cure mediche incluse. Ci sono molte sfide in Europa e a livello mondiale, ma questa situazione è assolutamente inaccettabile e non giustifica la reazione che abbiamo visto in alcuni paesi: penso al definire queste persone “armi di guerre ibride” o demonizzarle come se si facessero volontariamente arma nelle mani di questi giochi geopolitici. Crediamo che l’UE, una Unione che è fondata sullo stato di diritto, dovrebbe e potrebbe assolutamente fare di più e mostrare con un esempio di accoglienza e di gestione fondata sul diritto come si possono gestire flussi tutto sommato contenuti.