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Il coronavirus sta cambiando tutto anche per la religione

Riti senza fedeli e disinfettanti accanto alla fonte battesimale: in tempi di pandemia, le religioni sono finalmente costrette ad abbracciare la modernità

Il coronavirus sta cambiando tutto anche per la religione

YARA NARDI/POOL/AFP via Getty Images

Se per ipotesi ci trovassimo a fare uno di quegli esercizi sui contrari, quelli che le maestre assegnano nei primi anni delle elementari, e leggessimo “religione”, probabilmente nello spazio vuoto a fianco, tra le varie opzioni, saremmo portati a scrivere “scienza”. Dai tempi di Galileo, infatti, siamo abituati a vedere religione e scienza come due rette destinate nella migliore delle ipotesi a essere parallele, e nella peggiore a scontrarsi in una lotta a colpi di dogmi e dimostrazioni di teoremi per decretare finalmente chi abbia ragione, chi detenga la Verità. 

Basandoci su questa logica ci si aspetterebbe che durante una pandemia globale come quella che stiamo vivendo in queste settimane la visione scientifica – in questo caso medica – affermi definitivamente il proprio predominio, e quella religiosa sia costretta a ricoprire il ruolo di oppositore o ripieghi in un angolo constatando la propria sconfitta, schiacciata da quel progresso scientifico che il positivismo ci ha abituati a chiamare modernità . Ma è davvero così? Nì: la realtà è sempre più complicata di una dicotomia.

Se è vero che in questi mesi ci sono stati episodi di scontro tra scienza e religione, è altrettanto vero che in moltissime altre occasioni l’approccio religioso e quello scientifico sono semplicemente coesistiti. Un primo momento di crisi si è verificato a fine febbraio in Corea del Sud, quando il paese ha identificato come colpevole dell’impennata dei contagi il culto religioso Shincheonji –  in gergo tecnico una new religion di ispirazione biblica, nata nel 1984 per opera di Lee Man-hee, fondatore e leader spirituale nonché, per gli adepti, reincarnazione di Gesù.

Secondo le autorità il paziente 31 in Corea del Sud, una donna sulla sessantina, avrebbe partecipato a una celebrazione collettiva organizzata dal movimento quando era già a conoscenza della propria positività al virus – pare che poco prima avesse svolto attività  di proselitismo proprio a Wuhan. Si sarebbe quindi seduta in una stanza insieme a decine di compagni e fedeli vestita di bianco e senza nessun dispositivo di protezione come guanti e mascherina.

Accertato il fatto che molti nuovi contagi erano avvenuti all’interno del movimento, le autorità  governative hanno preteso un elenco di tutti i fedeli. Ma Shincheonji e il suo leader si sono mostrati molto reticenti nel concederla, causando un’ondata di odio tanto forte che in pochi giorni una petizione per rendere illegale il culto ha raggiunto più di un milione di firme. A nulla sono valse le successive scuse pubbliche del fondatore e i tentativi di cooperazione: pare che ormai nel paese “Shincheonji” sia diventato un sinonimo di “coronavirus” e sono molteplici gli episodi di discriminazione nei confronti dei fedeli, come è stato denunciato dall’United States Commission on International Religious Freedom.

Pochi giorni dopo i fatti coreani, a migliaia di chilometri di distanza, emergevano video che mostravano alcuni fedeli leccare le grate della moschea di Mashad, in Iran. Era un gesto volto a comunicare a tutti gli sciiti che no, non era possibile ammalarsi di Covid-19 andando al santuario, perché un virus non può avere un potere tale da contrastare un luogo sacro. E in più, nel dubbio, così facendo si sarebbe ingerita ogni possibile traccia di virus, lasciando il luogo pulito e accessibile per gli altri – cosa pienamente coerente con l’ideologia sciita, in cui il martirio e il sacrificio per gli altri giocano un ruolo importante. 

I video hanno fatto il giro del mondo, sono stati ripresi dai tabloid, hanno causato polemiche e sono stati denunciati con forza sui social nel tentativo di dimostrare quanto pericolose fossero queste pratiche in un paese come l’Iran, tra i pIù colpiti dall’epidemia. E se a prima vista possono sembrare assurdi, la verità è che esprimono un’esigenza religiosa che non è propria solo dell’Islam: una situazione simile si è infatti presentata anche in Grecia, dove il Sinodo della Chiesa ortodossa – il collegio che riunisce i vescovi metropolitani e l’arcivescovo di Atene – si è inizialmente rifiutato di estendere alle funzioni religiose le norme igieniche, mantenendo momenti rituali rischiosi come la comunione data a tutti i fedeli dallo stesso cucchiaino.

Al centro di tutti questi episodi c’è il fatto che un’emergenza sanitaria che impone il distanziamento sociale il rito, il motore di praticamente tutte le realtà religiose, si trova a mancare del suo carburante: la partecipazione corporea. Si verifica dunque una situazione paradossale: proprio in un periodo così difficile, proprio quando molti fedeli avrebbero bisogno di strumenti religiosi per farvi fronte, il rito viene loro negato. Anzi, di più: viene loro detto che proprio l’azione rituale, l’eseguire col corpo l’azione sacra, può favorire un contagio e aggravare i rischi.

Di fronte a queste enormi difficoltà  tecniche che impediscono la realizzazione delle normali cerimonie, sembrerebbe dunque che tutte le realtà religiose siano destinate ad ammutolirsi, impotenti, davanti alla voce della scienza che sostituisce la salute alla salvezza. Ma, come detto prima, la realtà è più complessa di una dicotomia e si sta vedendo possibile anche una mediazione, una coesistenza tra esigenze religiose e norme sanitarie.

Lo si vede per esempio da una fatwa emessa il 27 febbraio dal Consiglio Iracheno degli Ulema che invita gli anziani e chi ha patologie immumnodepressive ad astenersi dalla preghiera comunitaria del venerdì senza che questo comporti una mancanza di fede. Oppure nella decisione, presa dalle autorità saudite il 20 marzo, di chiudere al pubblico la Masjid al-Haram a Mecca, il luogo più sacro per l’Islam, per evitare gli assembramenti. O nella decisione simbolica di una chiesa anglicana di Bath, in Inghilterra, dove è stato posto un dispenser di gel igienizzante accanto alla fonte battesimale.

Ma soprattutto lo si vede nella benedizione Urbi et Orbi straordinaria del 27 marzo, condotta da Papa Francesco sotto la pioggia in una San Pietro completamente vuota, le cui foto hanno invaso in nostri social per una settimana con didascalie tipo “è potente anche per chi non ci crede”. Per tutti coloro che sono nati dopo il 1965, cioè dopo il Concilio Vaticano II, il cattolicesimo si identifica con il dare ampio spazio e molta importanza alla partecipazione comunitaria, e un rito senza fedeli è un’immagine che si fa fatica a credere possibile.

Anche durante la Pasqua Francesco ha modellato la liturgia – eseguita ancora in una Basilica completamente vuota – per adattarla al periodo particolare nel quale ci troviamo, decidendo di non eseguire né il rito del Ressurrexit né l’omelia, che è stata sostituita da un minuto si silenzio. Se si considera che la Pasqua per il cristianesimo è il momento più sacro, si può capire quanto sia significativo che il pontefice abbia deciso di apportare modifiche alla liturgia eliminando i toni festosi che la contraddistinguono.

Si tratta di soluzioni creative – dottrinalmente parlando – che compensano la perdita dell’elemento della corporeità  con un utilizzo nuovo di mezzi comuni, come i mezzi di comunicazione digitale, e che cercano un modo d’essere scientificamente accettabile, tutelando la salute dei fedeli senza far perdere loro la fede nella salvezza. È presto per dire quali conseguenze permanenti questa pandemia avrà sulle maggiori realtà religiose del mondo. Tuttavia proprio questa drammatica situazione può far emergere un modo nuovo di rapportarci con esse: le religioni non sono anacronistici monoliti fatti di dogmi e funzionari del sacro che da centinaia di anni ripetono le stesse azioni, ma realtà plurali che si intrecciano con altri ordini del mondo, a volte scontrandosi, a volte confrontandosi. Sono realtà  storiche, in breve, e come tali cambiano anche loro.

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