Home Cultura

“Radical choc” è il libro che spiega come siamo finiti in questo casino

Manco a farlo apposta, il nuovo saggio di Raffaele Alberto Ventura su "ascesa e caduta dei competenti" è diventato ancora più attuale uscendo durante la pandemia

Quando penso a Raffaele Alberto Ventura e al lavoro di analisi che ha svolto con la sua “Trilogia del collasso” (Teoria della classe disagiata, La guerra di tutti e Radical choc, ultimo saggio uscito da poco in libreria) sulla situazione contemporanea dell’Occidente e della nostra generazione, mi viene in mente quel frate che terrorizzava Troisi in Non ci resta che piangere: “ricordati che devi morire!”

Quest’ultimo saggio, infatti, va a concludere e a definire in modo più preciso una specie di autopsia che Ventura ha portato avanti per anni: come, e perché, siamo finiti in questa contemporaneità in cui la volontà di potenza sociale della classe media è stata annientata, il populismo dilaga, e qualsiasi reazione liberal-democratico per uscire dalla crisi sembra un cerotto su una ferita da granata?

Ogni nuovo libro è stato un tassello in meno nel Jenga delle convinzioni occidentali sulla società del benessere, e nella nomenklatura dei totem con cui ogni millennial è passato da feto, a fanciullo, ad adolescente, a post-adolescente, a frustrato. Radical choc è il gran finale che celebra l’estrema unzione di un paradigma che da secoli innerva il ciclo dello sviluppo occidentale: quello della “competenza” intesa come catena di processi ed attori che alimentano una crescita infinita. Il sottotitolo, infatti, è “ascesa e caduta dei competenti”. Un tema che, in tempi di Covid-19, è quasi profetico.

Con Radical choc sei arrivato alla fine di quella che tu chiami la “Trilogia del collasso”. È un progetto che avevi in mente fin dall’inizio, o si è costruito nel tempo partendo da Teoria della classe disagiata?
Diciamo che il fatto che sia una trilogia è una cosa che è venuta fuori alla fine. Io sono partito da Teoria della classe disagiata, che nasce da alcune domande legate alla mia biografia e alle mie scelte professionali. Un requiem per le mie aspirazioni da scrittore e un modo per spiegare a me stesso perché avevo fallito, partendo da una serie di evidenze e analisi. Ho fatto un processo di generalizzazione di esperienze personali, che poi è una delle critiche più ricorrenti che mi sono state fatte in questi anni.

Quello che ho provato a fare poi, partendo da questa classe disagiata che avevo descritto, è stato allontanarmi sempre di più nella prospettiva. Sia nel tempo, che nello spazio di analisi. Facendolo mi sono trovato ad affrontare dei problemi che mi hanno portato più lontano di quanto pensassi e molti aspetti della mia ricerca si sono chiariti. Una sorta di teoria generale, che creasse una visione globale per inquadrare la classe disagiata. Per me infatti Radical choc è il primo libro di questa trilogia, non l’ultimo.

Nella mia esperienza di lettura mi è sembrato appunto che nel processo di “decostruzione” delle categorie attraverso cui l’Occidente e la nostra generazione sono abituati a valutare il reale tu sia passato da un percorso. In Teoria della classe disagiata accusi la morte di un certo tipo di ascensore sociale, in La guerra di tutti analizzi il modo in cui la democrazia liberale è diventato arida e in quest’ultimo ti concentri sul declino del sistema di “competenze” come paradigma di sviluppo del benessere. Un po’ come dire: i rubinetti sono rotti, le tubature sono marcite, e gli idraulici non sono in grado di risolvere il problema.
In tutti questi libri c’è una tendenza a decostruire degli automatismi. A me interessa andare a vedere come sono emersi, per quali ragioni. Mostrare che tutto è radicato in qualcos’altro e che tutto ha un inizio e una fine. Non è eterna la società del benessere, non sono eterni i valori nei quali siamo cresciuti e appunto non è eterna l’idea secondo cui “la competenza” –termine vago, in cui inserisco tutta una serie di robe – è qualcosa di automaticamente buono in assoluto. In estrema sintesi, io nel libro cerco di dimostrare che la competenza è estremamente buona se la società ottiene da essa un risultato più vantaggioso del prezzo che ha speso per formarla. E che viviamo un momento storico, con la sua infinita frammentazione delle competenze, in cui questo processo sembra essere in crisi.

All’inizio di Radical choc spieghi come la nostra società sia diventata dipendente dal concetto di competenza. Attraverso un lungo percorso. Cerchiamo di inquadrare questa dipendenza.
Io cerco di mettere in parallelo dei processi storici di lunghissimo periodo, anche se poi nel libro mi concentro molto sul Novecento. Questi processi iniziano nel Medioevo: nascono le università, comincia a specializzarsi il lavoro, cominciano ad esserci figure interamente dedite a mansioni intellettuali: avvocati, medici, etc. E la società ha continuato ad educare un numero sempre maggiore di persone specializzate, e di campi di specializzazione. Oggi viviamo una situazione in cui ogni processo passa da una mediazione, dall’alimentazione fino alla salute. E questo è andato di pari passo con tutta una serie di fenomeni: lo sviluppo del capitalismo, ma anche lo sviluppo dello Stato. Stato, capitale, e scienza. Che si autoalimentano in una spirale virtuosa. Questo ciclo trionfa nel Novecento, raggiungendo la sua massima espressione. Personale specializzato, numero di persone istruite, e Pil di tutto l’Occidente aumentano in maniera enorme.

Ecco: da qualche decina d’anni questo processo lo vediamo rallentare. In tutti gli ingranaggi del meccanismo. La mia teoria, che unisce il pensiero di molti autori provenienti da esperienze politiche e ambienti diversi, è che questa dinamica autogenerante non funziona più. La competenza produce sempre meno risultati.

Secondo te l’inizio della fine dell’ingranaggio è la crisi economica del 2008?
Di sicuro lo è nella percezione collettiva di molti di noi, perché eravamo giovani. Lì ci siamo accorti noi che qualcosa non andava. Però ci sono molti autori che parlano di una crisi che affonda le radici molto prima. Ed è interessante notare anche lo sviluppo del fenomeno nel mondo intellettuale: mentre a partire dagli anni Sessanta e fino al 2008 abbiamo solo autori marxisti che preannunciano il collasso di questo sistema, successivamente il dibattito si è allargato ad autori molto più mainstream. Persone che provengono da ambienti totalmente diversi e che spiegano come non sia possibile rilanciare la crescita.

Il libro era alla fine della sua lavorazione quando è scoppiata l’epidemia del Covid-19. Che è stato appunto un esempio perfetto di una società che si confronta con il proprio sistema di competenze specifiche, e sul ruolo che hanno nelle nostre vite. Come lo hai vissuto?
Credo che il Covid ci abbia dimostrato quanto il sistema della competenze sia innanzitutto basato sulla frammentazione. E questo comporta che quando tu hai un problema che tracima da un campo specifico – perché mescola aspetti di vari ambiti: virologia, epidemiologia, economia, politica, psicologia – se lo affronti solo con uno, stai ledendo una parte della società. Abbiamo toccato con mano quanto manchino dei sistemi di coordinazione dei saperi, oltre a intellettuali e politici che sappiano farli funzionare.

Una critica che molti ti muovono è quella di focalizzarti eccessivamente sulle dinamiche occidentali nella tua analisi.
Io questa non la vedo veramente come una critica. Perché per me è una constatazione e alimenta la mia riflessione. Nella quarta di copertina di Teoria della classe disagiata parlo esplicitamente di capitalismo occidentale e classe media occidentale. Ma la crisi è legata a delle trasformazioni internazionali. In quest’ultimo libro soprattutto, parlo molto della relazione fra centro e periferia. Che non è solo geografica (Occidente e terzo mondo), ma è anche basata sulla gerarchizzazione delle competenze (il designer che disegna il baffo della Nike, e il lavoratore che fa la scarpa). E io cerco di analizzare questa gerarchia, di capire cosa significa vivere in una società basata sulle disuguaglianze di competenza, e di prestigio simbolico e sociale. È un elemento centrale, non una roba che non c’entra o che confuta. È parte integrante di questo.

In Teoria della classe disagiata dicevo “questo ciclo finirà, ma ce ne saranno degli altri”. Ero quasi ottimista. In Radical choc, anche se non affronto direttamente la questione perché non voglio fare profezie, è presente invece l’idea che questo ciclo abbia dei limiti invalicabili a livello globale. Ci sono dei cicli che si susseguono, ma noi sappiamo che viviamo in una fase storica in cui non ce ne rimangono molti. Per via della barriera ecologica. Sarebbe bello immaginare che il centro del mondo si stia semplicemente spostando dall’Occidente alla Cina, e tutti amici come prima. Ma non è così.

E mentre questo processo va avanti, assistiamo ad uno scollamento. Quello fra la dimensione nascosta dietro la quinte – la divisione della dimensione internazionale del lavoro, la divisione delle specializzazione dell’amministrazione – e poi una visione superficiale, che è quella in cui tutti i leader populisti e non solo ci tengono a rassicurare la popolazione, sostenendo che sia possibile ridurre il fenomeno della globalizzazione. Trump ne è un sintomo evidente: dice più di quanto poi sia in grado di fare, ma crea nella popolazione una domanda. È una condizione esplosiva. 

Se io dovessi definire quello che ha a livello percettivo ha dominato la vita degli esseri umani negli ultimi 10 anni, direi “i sistemi di disintermediazione”. Ma in realtà nel tuo libro si parla appunto di un’altra realtà.
Bisogna tenere presente innanzitutto che abbiamo dei fenomeni apparentemente di disintermediazione, che coesistono con dei fenomeni di iper-mediazione. Se tu vai in un ospedale, ad esempio, vedi in maniera effettiva che il flusso del lavoro sanitario è molto più frammentato di un tempo.

Nello stesso tempo però abbiamo questa idea per cui chiunque può andare su internet e comporre il proprio sapere e le idee politiche. Ci appare come una rottura, ma in realtà è anch’esso un processo di ri-mediazione. Tu, di fatto, ti affidi ad altri mediatori. Facebook è un mediatore, ad esempio, in cui lavorano migliaia di persone con competenze complesse, che elaborano algoritmi, ecc ecc. Torniamo al discorso di prima: c’è una realtà nascosta, e una che è visibile e che sembra andare nella direzione opposta.

Un’etichetta che ti è stata affibbiata in questi anni è quella di “guastafeste”. Di aver creato questo dibattito incentrato su una visione catastrofica e senza sbocchi. Ora che sei arrivato alla fine di questo lavoro, come hai vissuto questo ruolo?
Di fatto sono un guastafeste. Anzi: quando ho scritto Teoria della classe disagiata temevo addirittura reazioni peggiori. Ma in realtà quello che ho cercato di fare in questi anni è stato solo descrivere quello che sta accadendo e cercare di far risalire le cause a radici storiche. Per ragioni di forza maggiore mi sono trovato a descrivere il nostro sistema come una gabbia, che è una cosa estremamente angosciante, e che fa paura. Ma credo che nella fase storica in cui siamo sia necessario. Inoltre io non sto, di fatto, dicendo che non esistano via di uscita. Credo di aver solo indicato che le via di uscita che pensavamo di avere non funzionano più, e che abbiamo bisogno di guardare altrove.