Movida a Napoli, ordinanze e proteste | Rolling Stone Italia
(soprav)vivere

Quando Napoli spegne i bar

La vita notturna della città sta cambiando, e c'è parecchia confusione. Perché se da un lato il diritto all'abitare riguarda la quiete notturna, dall'altro parla anche della possibilità di vivere il tessuto urbano. Un'indagine

Napoli-notte

Foto: Rhamely su Unsplash

Che cosa chiediamo a una città? A chi spetta tenere insieme interessi, a volte, incompatibili? Una città è un luogo dove le persone hanno diritto a stare, o anche un luogo dove hanno diritto a vivere esperienze? Il compito di un Comune è semplicemente far rispettare le regole oppure progettare le condizioni perché interessi diversi possano convivere?

Sono alcune domande, aperte, che nascono da una profonda riflessione su ciò che da circa un anno sta accadendo a Napoli. Una città che non solo nell’immaginario collettivo, ma anche nella realtà vissuta da residenti, cittadini acquisiti e turisti si contraddistingue per la sua vivacità, accoglienza, per il suo modo peculiare di essere sociale, dove la strada, da secoli, è il centro dell’incontro, dello scambio e della costruzione di un tessuto relazionale, sociale e culturale. Nel 2025, i residenti del centro storico e altre zone vocate alla movida notturna, a seguito di rilevamenti dell’ARPAC (l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania), hanno denunciato il superamento dei limiti previsti per l’inquinamento acustico. Il rumore serale, secondo le rilevazioni, raggiungeva livelli particolarmente elevati soprattutto negli spazi esterni ai locali. I residenti hanno, quindi, fatto ricorso al Tar e al Tribunale civile per denunciare i disagi legati alla vita notturna. I giudici hanno imposto al Comune, attualmente guidato dall’amministrazione Manfredi, di intervenire per contenere il frastuono e gli assembramenti, arrivando in alcuni casi a condannare l’amministrazione al risarcimento dei cittadini, per cifre complessive nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro. Da questa sentenza il Comune ha emesso una serie di ordinanze sindacali per proteggere e tutelare la quiete e il diritto al riposo dei residenti, soprattutto nelle zone del centro storico: Vico Quercia, Piazza Bellini, Piazza San Domenico Maggiore e aree limitrofe e la zona dei baretti di Chiaia. L’ordinanza, attualmente in vigore ancora in alcune parti della città, prevede divieto di asporto delle bevande alcoliche e non alcoliche, per intenderci persino l’acqua, dalle 22:30 e chiusura anticipata, ovvero all’1 di notte durante la settimana e alle 2 di notte nel weekend. Un regolamento che se da un lato ha dato sollievo ai residenti, dall’altro ha messo a dura prova la sostenibilità economica e imprenditoriale dei bar, che da circa un anno stanno cercando di trovare soluzioni, non solo per rispettare queste regole e continuare a fare il loro lavoro, ma contemporaneamente continuare a essere un punto di riferimento per i cittadini, giovani e meno giovani, e offrire proposte culturali. Perché non stiamo parlando solo di cocktail o bevande in generale, ma anche musica, reading, DJ set.

Nel frattempo, i gestori si trovano anche in una posizione di vigilanza attiva sul comportamento dei clienti, per cercare di far rispettare le nuove regole (ma spetta esclusivamente a loro?). Pena, in caso di violazione, una multa che può arrivare a 4000 euro. Ora, in una stessa città tutti hanno gli stessi diritti, il diritto al riposo, ma anche il diritto a lavorare e a esercitare la propria professione, il diritto a usufruire di servizi e quello a intessere relazioni, che molto spesso avvengono proprio dentro e fuori dai locali. Un diritto, insomma, che non è prerogativa di una sola parte, ma che riguarda l’intera comunità. La domanda quindi è inevitabile, quando questi diritti entrano in conflitto: qual è il ruolo dell’amministrazione? Scegliere quale diritto sacrificare oppure creare le condizioni perché entrambi possano essere esercitati?

«Il diritto all’abitare è andato mancando», dice Roberta Valmassoni, avvocato, tra le promotrici della nuova associazione Nagorà, nata proprio per riunire una parte del comparto della notte. «Perché se da un lato questo diritto include il diritto al sonno, al silenzio, dall’altro include anche chi ha investito soldi, tempo, denaro e attività». Molto spesso si ha una percezione del bar legata esclusivamente alla somministrazione di alcolici, ma in realtà non è proprio così. I bar sono, per eccellenza, i luoghi dell’incontro, con un importante valore sociale e culturale in qualsiasi metropoli. Sono luoghi di inclusione e, in tessuti urbani sempre più affollati, dove le distanze si accentuano, le diversità si perdono e le relazioni sfuggono, possono diventare anche un presidio contro l’isolamento. Sono luoghi dove circolano idee, dove nascono progetti, dove si costruiscono relazioni. Non è un caso che molti movimenti culturali, politici e artistici abbiano trovato nei bar uno dei propri spazi di nascita. È una parte della città notturna, soprattutto a Napoli, che negli ultimi anni è cresciuta spesso senza una vera progettazione urbanistica, ma che oggi rischia di essere affrontata soprattutto attraverso lo strumento più immediato: la restrizione. E il prezzo economico delle restrizioni, secondo gli esercenti, è stato pesante.

I titolari dei locali raccontano di aver perso in alcuni casi circa il 50% degli introiti e di essere stati costretti, di conseguenza, a ridurre il personale e licenziare alcuni dipendenti. Una conseguenza che, dal loro punto di vista, trasforma una misura pensata per tutelare la vivibilità in un problema occupazionale che ricade soprattutto sulle piccole attività. In città, infatti, esistono locali molto piccoli, anche di appena 18 metri quadri, che non hanno spazio sufficiente per contenere la clientela all’interno, così di fatto la strada ne diventa un’estensione. Cosa fare, dunque?

«La questione oltre che legale è anche politica» – spiega l’avvocato – «come adempiere a quello che dice il Tribunale? Cosa può fare la politica? Che decisioni deve prendere affinché questo diritto all’abitare sia uguale per tutti? Quali soluzioni?». Le ordinanze sindacali emesse dovevano essere una soluzione provvisoria e temporanea, ma da un anno a questa parte si sono trasformate in una risposta permanente, cambiando completamente l’assetto della città: strade più buie, sicurezza precaria. «L’ordinanza, sostanzialmente, diventa la pezza sul buco, ma nessuno aggiusta le tubature. Quello che, invece, noi notiamo è la mancanza completa di progettualità, ma soprattutto non esiste un reale ascolto, o confronto, e nessuna capacità di mediazione. L’ARPAC viene chiamata con la precisa finalità di emettere l’ordinanza, viene in una sola giornata, registra il rumore un quarto d’ora prima delle 22, un quarto d’ora dopo le 22, e dopo due giorni parte l’ordinanza», sostiene l’avvocato. Servirebbero dati raccolti per periodi più lunghi e una vera mappa della notte. «È necessario procedere con questi rilevamenti in un periodo di tempo più lungo, magari un mese, per cercare di capire meglio l’oscillazione, in che modo le persone si distribuiscono negli orari e nelle zone, e dopo aver raccolto ed esaminato tutte queste informazioni posizionare una strategia efficace».

Tuttavia, c’è chi sostiene che il problema sia stato per anni sottovalutato e che le ordinanze siano arrivate soltanto dopo che residenti e comitati hanno ottenuto riconoscimenti giudiziari. «La vicenda è partita dalle sentenze di Piazza Bellini, dove sono arrivati i primi allarmi, per poi estendersi a Piazza San Domenico Maggiore, cui è seguita l’azione per Vico Quercia e poi Chiaia. Il diritto alla salute non è negoziabile. Non possiamo dire: “Ti tutelo un po’ la salute e un po’ il diritto economico”. La salute deve essere tutelata», dice l’avvocato Gennaro Esposito, consigliere comunale e presidente del Comitato per la Vivibilità Cittadina. «Il Comune deve trovare gli strumenti per consentire l’attività economica nel rispetto dei diritti fondamentali, se un bar è troppo piccolo per contenere all’interno delle persone dovrebbe chiudere. Il suolo pubblico è pubblico e per definizione è destinato alla fruizione collettiva. Se compro una bibita e poi mi metto in mezzo alla strada a consumarla, quella non è più semplicemente vendita da asporto: sto utilizzando il suolo pubblico come se fosse una superficie commerciale».

In questo contesto, tuttavia, bisogna anche considerare la cultura e le abitudini di chi vive la città. Per i napoletani la strada è sempre stata una estensione della casa, e quindi il luogo non solo dove ci si incontra, ma si consumano cibo e bevande, si chiacchiera e si sta insieme (pizza docet). Basta farsi un giro fra le varie vie della città per rendersi conto che Napoli, per vocazione, natura e cultura, non è retta da un sistema e da una mentalità “svizzera”, e questa è anche parte della sua bellezza. Se, quindi, da una parte la città deve tutelare il diritto al riposo e alla salute, dall’altra emerge la domanda su quanto sia possibile trasformare una città come Napoli in qualcosa che non le appartiene, senza modificare insieme anche il suo modo di vivere lo spazio pubblico. «Una buona amministrazione dovrebbe fare una cosa molto semplice, una volta scaduta un’ordinanza: verificare immediatamente la situazione attraverso l’ARPAC e capire se il problema è stato risolto. Se, invece, ogni volta bisogna ricominciare con diffide, controlli e nuove ordinanze, questo dimostra che manca una visione complessiva».

Nonostante le diversità di posizione e la poca volontà di confronto, tutti sono concordi sul fatto che sia necessaria una pianificazione generale, che non riguardi solo alcune aree della città, anche perché il rischio sarebbe quello di creare concorrenza sleale tra attività e quartieri. Servirebbe, invece, un regolamento unificato, capace di valere per tutti. «Abbiamo approvato una delibera per creare una regola generale che potesse andare bene a tutta la città, asporto fino a mezzanotte e chiusura in settimana all’una e nel fine settimana alle due» – racconta Claudio Cecere, consigliere comunale. «Tuttavia, nonostante la delibera, l’amministrazione comunale potrebbe avvalersi del potere di continuare ad applicare queste ordinanze a spot. Ma che senso ha allora questa delibera se poi le ordinanze ci potrebbero essere di nuovo? Bisogna pianificare, è necessario fare una pianificazione».

Il consigliere individua il nodo principale nella mancanza di confronto e mediazione tra le parti. «Il cuore del problema è che non c’è un punto di incontro, non si trovano accordi per trovare una soluzione. Io avevo anche fatto delle proposte, ovvero delle barriere fonoassorbenti, inserire degli steward urbani per vigilare maggiormente sulla movida notturna». Tuttavia, le proposte non sono di fatto riuscite a tradursi in una strategia condivisa. «Cisterna dell’Olio, dove c’è un’alta concentrazione di bar, a un certo punto si spopola, non c’è illuminazione. Sì, è vero, ci sono i rumori antropici, ma dobbiamo ricordare cos’era il centro storico prima, dieci anni fa, dove i turisti nemmeno potevano andare. Dobbiamo ringraziare i bar se oggi il centro storico è diventato più sicuro e, in qualche modo, anche più sorvegliato».

Ogni scelta urbana produce dei vincitori, dei vinti e soprattutto dei costi. Chi paga il costo della movida? Chi paga quello della sua repressione? Se chiude un bar, chi perde qualcosa? Il residente guadagna davvero soltanto silenzio? «Istituzioni, cittadini ed esercenti devono incontrarsi», ribadisce Cecere. La salute di una città conta e conta anche quello che succede quando i locali chiudono. «Io oggi ho visto una città spenta. Per salvarci c’è bisogno di un’amministrazione comunale che abbia un livello culturale adeguato, soprattutto ai tempi di oggi», dice uno degli esercenti. Quello del conflitto fra movida notturna e riposo dei residenti è uno dei maggiori problemi di qualsiasi metropoli sia italiana sia europea. A Bologna l’amministrazione comunale ha affidato alla vicesindaca, Emily Marion Clancy, il ruolo di occuparsi dell’economia notturna; anche a Trento si stanno cercando delle soluzioni.

Ogni città, però, ha una sua natura e ogni amministrazione locale dovrebbe trovare soluzioni cucite su di essa, che considerino la cultura, le abitudini e lo stile di vita di chi la vive. In Europa città come Amsterdam, Londra e Barcellona hanno cercato di affrontare questo conflitto introducendo una figura che a Napoli ancora non esiste: il sindaco della notte. Un ruolo nato proprio ad Amsterdam e poi adottato, con modalità diverse, da altre città europee. Non un amministratore con poteri speciali, ma una figura di mediazione istituzionale chiamata a mettere intorno allo stesso tavolo residenti, esercenti, operatori culturali e istituzioni. Chi ha ricoperto questo incarico ad Amsterdam è Freek Wallagh, 28 anni, arrivato alla politica dalla nightlife. «Non ho un background da politico, anche se ho studiato scienze politiche. Sono stato anche un attivista e penso di esserlo ancora, in un certo senso. La mia è stata un po’ una candidatura da outsider, una underdog campaign».

La sua esperienza nasce nei club, nei rave, nelle serate punk. «Ho iniziato a lavorare nella nightlife quando ero molto giovane. Molto presto mi sono reso conto che c’era una grande distanza tra il modo in cui la politica comprendeva la vita della notte e la realtà di chi quella stessa notte la viveva. Così ho iniziato a rappresentare le comunità della nightlife nei confronti della politica e della città». Parlando di Napoli, la prima cosa che Wallagh invita a fare è evitare di trasformare il conflitto in una guerra tra categorie. «Non esiste una contrapposizione tra cittadini e nightlife. I bartender, i proprietari dei club, gli artisti e i musicisti sono ugualmente cittadini. Vivono nelle nostre città e hanno gli stessi diritti di chiunque altro». Ad Amsterdam, una delle risposte a questo tipo di conflitto è l’agent of change principle: chi introduce un cambiamento in un contesto deve farsi carico delle conseguenze che quel cambiamento produce. «Se apri un club in una zona residenziale tranquilla, devi insonorizzarlo e devi avere anche degli aiuti per farlo». Amsterdam, spiega Wallagh, mette a disposizione delle attività anche fondi e sussidi pubblici per migliorare l’isolamento acustico degli edifici. Ma il principio vale anche al contrario. «Se invece vai a vivere in una zona già nota per la nightlife, devi tenere conto del fatto che quella vita esiste». La domanda, secondo Wallagh, è allora un’altra: «Cosa faremmo se questo fosse un museo? Cosa faremmo se fosse una galleria? Non diremmo semplicemente: “Ci sono delle lamentele, quindi chiudiamola”. Cercheremmo una soluzione. Molti di questi luoghi hanno un’importanza culturale enorme per la città». È un principio che rovescia la domanda napoletana. Non più soltanto: chi deve chiudere? Ma: chi deve cambiare cosa?

L’esempio è quello del Paradiso, uno dei principali locali di Amsterdam, per il quale sono stati messi a disposizione fondi per migliorare l’isolamento acustico e, in alcuni casi, anche quelli degli edifici di quelli circostanti. «Costa più denaro, naturalmente, ma stiamo parlando di uno dei principali luoghi culturali della città». Il punto, però, non è soltanto proteggere i locali esistenti, è anche distribuire diversamente la notte. «Molte città europee hanno centri storici medievali e, per anni, abbiamo concentrato sempre più attività in aree sempre più piccole. Ora quelle aree sono diventate troppo affollate, ma questo non significa necessariamente che dobbiamo restringerle ulteriormente. Il numero di persone non sparirà. Dobbiamo invece dare loro più luoghi, accessibili, dove andare. Spesso le misure restrittive sono controproducenti. Perché quando chiudi una zona, le persone non scompaiono», racconta Wallagh. E lo spostamento può produrre altri problemi.

«Abbiamo ricevuto messaggi da giovani, soprattutto donne, che dicevano di non sentirsi più sicure perché quella strada era diventata buia e deserta». La presenza delle persone nello spazio pubblico può contribuire alla percezione di sicurezza, ma non può essere delegata esclusivamente ai bar. «Tutti pensano che Amsterdam sia una città completamente libera, ma anche qui c’è bisogno di difendere la nightlife. C’è stata una proposta dell’amministrazione per spostare le sex worker fuori dal Red Light District e, parallelamente, anticipare gli orari di chiusura dei locali e delle vetrine. Noi ci siamo opposti. Secondo un sondaggio citato nel dibattito, circa l’82% degli abitanti di Amsterdam era contrario alla rimozione delle vetrine dal distretto a luci rosse. La nostra proposta è stata quella di non concentrare ancora di più le persone in uno spazio già molto affollato, ma di allargare l’area e distribuire maggiormente le attività. Questo significa investire in piccoli bar, piccoli club e piccoli spazi culturali distribuiti nel centro».

Da una parte c’è chi chiede di dormire. Dall’altra chi deve lavorare. In mezzo ci sono migliaia di persone che vogliono semplicemente uscire di casa e stare insieme. «Penso che una parte importante del lavoro di un Night Mayor sia proprio ricordare alla politica che la notte è una parte della città e non qualcosa che semplicemente “accade”. La notte ha bisogno di pianificazione urbana, trasporti, sicurezza, cultura e spazi. Bisogna mettere tutte queste persone intorno allo stesso tavolo e costruire soluzioni insieme», dice Wallagh. «E soprattutto bisogna smettere di pensare che esista una soluzione unica per ogni quartiere. Una delle domande che continuo a farmi è: come è possibile che poche persone che si lamentano abbiano più potere politico di centinaia o migliaia di persone che utilizzano e apprezzano questi luoghi?».

E mentre si cercano soluzioni e si impongono regole provvisorie, fuori, intanto, la notte continua a cambiare. La domanda, allora, non è soltanto fino a che ora debba restare aperto un bar. È se una città come Napoli possa trovare un modo per dormire senza spegnersi.