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Quali sono gli effetti a lungo termine del Covid sul cervello?

Ci sono i primi studi sugli effetti che il virus può avere sul cervello, e non sono incoraggianti: non solo confusione mentale, perdita di gusto e olfatto e mal di testa – ma anche ansia, depressione e pensieri suicidi

Westend61/Getty Images

Un paio di mesi dopo l’inizio della pandemia, quando scienziati e medici stavano ancora trattando il COVID-19 come una malattia principalmente respiratoria, il dott. Igor Koralnik, capo della divisione malattie infettive neurologiche della Northwestern Medicine, ha cominciato a vedere una nuova categoria di pazienti. Oltre ad avere sintomi neurologici simili, avevano anche una cosa in comune: avevano avuto il COVID-19 e non si erano ripresi del tutto.

Uno dopo l’altro, in appuntamenti sia di persona che da remoto, i pazienti avevano descritto una serie di sintomi neurolgici che includevano una combinazione di mal di testa, difficoltà a concentrarsi, problemi di memoria e una disfunzione cognitiva che chiamavano “confusione mentale”. Oltre alla frustrazione e alle loro domande senza risposta, i pazienti avevano anche un’altra esperienza in comune: anche se tutti avevano avuto sintomi per qualche giorno o anche per settimane, questi sintomi non erano mai stati così gravi da farli finire in ospedale. 

Non potendo dimostrare di essere stati ricoverati, molti di questi pazienti di quello che i ricercatori oggi chiamano “long Covid” o PASC – acronimo di Post-Acute Sequelae of SARS-CoV-2 infection – sono stati ignorati dai medici, che non credevano che i loro casi lievi potessero aver avuto un qualche impatto sulle loro funzioni cognitive. Invece Koralnik aveva scelto un altro apporcccio, aprendo la sua clinica neurolgica per il Covid nel maggio 2020. Aveva deciso di visitare chiunque affermasse di avere sintomi neurologici legati al Covid, a prescindere dal fatto che il paziente fosse stato ricoverato o fosse mai stato positivo al Covid o agli anticorpi (questo perché la scorsa primavera i tamponi per il Covid non erano così diffusi, e molte persone non erano in grado di farlo).

Koralnik, che è un esperto di malattie neurologiche infettive, ha anni di esperienza nel trattare infezioni virali che hanno conseguenze neurologiche – come l’encefalite causata dal virus dell’herpes e la sindrome di Guillain-Barré sviluppata da persone infettate dal virus Zika. “Ci sono decine di virus che causano problemi neurologici”, spiega Koralnik a Rolling Stone, “ma nessuno è come il SARS-CoV-2″. Riconoscendo l’importanza non solo di fornire ai suoi pazienti le cure di cui avevano bisogno ma anche di scoprire più cose sugli effetti a lungo termine del virus sul cervello, Koralnik ha iniziato immediatamete a fare ricerca su questo aspetto meno noto del COVID-19.

Lo scorso ottobre, Koralnik e il suo team hanno pubblicato le loro scoperte sulla frequenza e la gravità dei sintomi neurologicci in pazineti ospedalizzati con il COVID-19. Il loro secondo articolo, pubblicato pochi giorni fa sugli Annals of Clinical and Translational Neurology, è il primo studio sul tema degli effetti neurologici del “long Covid” su pazienti che non sono mai stati ospedalizzati. La ricerca ha scoperto che, nonostante avessero avuto casi lievi di COVID-19, l’85% percento di questi pazienti ha riscontrato almeno quattro sintomi neurologici che hanno avuto un impatto sulla loro qualità di vita o sulle loro capacità cognitive. 

Se è importante tenere a mente che queste scoperte sono il prodotto di un singolo studio relativamente piccolo, bisogna anche considerare che si tratta di un piccolo passo verso una maggiore consapevolezza degli effetti che il virus può avere sul cervello. Ecco un po’ quali sono.

ANCHE CHI HA AVUTO UN CASO LEGGERO DI COVID PUÒ SUBIRE EFFETTI A LUNGO TERMINE

Secondo lo studio di Koralnik pubblicato a ottbre 2020, circa l’80% delle persone ricoverate per COVID-19 ha avuto anche sintomi neurologici. Si tratta di una scoperta allarmante, ma questo gruppo di pazienti beneficia del fatto che gli effetti cognitivi della terapia intensiva sono clinicametne accettati e del poter provare la gravità della loro malattia. I pazienti che hanno avuto il COVID-19 ma non sono stati ospedalizzati e hanno problemi neurologici a lungo termine invece, non possono dimostrare questa correlazione.

Lo studio di Koralnik cambia tutto, fornendo prove che anche chi ha avuto un caso lieve di COVID-19 può avere effetti a lungo termine. I partecipanti allo studio sono stati i primi 100 pazienti di “long Covid” non ospedalizzati che si sono rivolti alla clinica di Koralnik da maggio a novembre 2020. L’età media era di 43 anni, il 70% erano donne e l”85% erano persone con almeno quattro sintomi neurologici. In altre parole, la gravità dell’infezione di COVID-19 non ci dice se avrà o meno problemi neurologici dopo la guarigione. “Il ‘long Covid’ colpisce anche persone che inizialmente avevano solo lievi sintomi respiratori del COVID-19 e che non sono state ricoverate”, spiega Koralnik a Rolling Stone. “I sintomi neurologici possono andare avanti per mesi e influire negativamente sulla qualità della vita e sulle funzioni cognitive”.

C’È UNA GRANDE VARIETÀ DI SINTOMI NEUROLOGICI

La ricerca di Koralnik fornisce anche indizi importanti sul tipo di sintomi che i pazienti che sofforno di “long Covid” subiscono. “Sono rimasto sorpreso dall’alta frequenza dei sintomi neurologici e dalla loro varieta”, spiega Koralnik. “Nello studio, i sintomi osservati più spesso sono la ‘confusione mentale’ (81% degli intervistati), il mal di testa (68%), il disturbo del gusto (59%), il disturbo dell’olfatto (55%), il dolore muscolare (55%), la confusione visiva (30%).

C’È UN RAPPORTO TRA LA SALUTE MENTALE E IL “LONG COVID”

Prima della pubblicazione del nuovo studio, l’impatto neurologico del Covid aveva già fatto notizia: il 18 marzo Kent Taylor, fondatore e CEO della catena di ristoranti Texas Roadhouse – si era suicidato a 65 anni. Secondo la famiglia, alla radice del suicidio di Taylor c’era il fatto che non riuscisse a sopportare i sintomi del “long Covid”. 

Anche se c’è ancora molto da imparare riguardo al rapporto tra “long Covid” e salute mentale, alcuni dettagli stanno diventando chiari. Per esempio, il 42% dei partecipanti allo studio di Koralnik hanno detto di aver avuto depressione e/o ansia prima di contrarre il COVID-19. “Ci ha sorpreso il numero di pazienti che prima della diagnosi di COVID-19 soffrivano di depressione e ansia, il che suggerisce una possibile connessione tra vulnerabilità neuropsichiatrica e sviluppo del ‘long Covid'”, spiega Koralnik.

Questa presenza di problemi di salute mentale pregressi è qualcosa ha notato anche la dottoressa Anna Nordvig, neurologa dell’Irving Medical Center della Columbia University. “Sono sopresa di quanto spesso sento ‘sì’ alla domanda se il paziente prima del Covid aveva ADHD o disturbi dell’umore”, racconta a Rolling Stone. “Forse è perché il Covid colpisce i più deboli. Come mi ha detto un paziente, ‘va a colpire dove sei più fragile'”.

In altri casi, sono stati osservati cambiamenti dell’umore o patologie di slaute mentale dopo l’infezioned a COVID-19. Un recente articolo pubblicato su Nature – di cui Nordvig è coautrice insieme ad altri colleghi della Columbia University – mostra alcuni degli effetti psichiatrici del “long Covid”: ansia, depressione, comportamenti ossessivo-compulsivi e disturbi da stress post-traumatico. Nordvig afferma di aver avuto pazienti che hanno visto il loro umore cambiare e “a volte pazienti che non avevano mai avuto pensieri suicidi hanno cominciato ad averne”. 

ORA BISOGNA PENSARE A POSSIBILI CURE

Anche se per gli aspetti neurologici del “long Covid” non esiste cura, seccondo Nordvig ci sono alcuni trattamenti che si possono provare sulla base dei sintomi, e che variano da paziente a paziente. Il che è comunque uno sviluppo interessante rispetto a pochi mesi fa, quando molti pazienti con problemi riconducibili al “long Covid” venivano ignorati dai medici perché lo stesso concetto di “long Covid” non era del tutto accettato.

La pandemia è ben lontana dal finire ma ripensando a tutti i progressi compiuti dalla ricerca nell’ultimo anno, compreso lo sviluppo di diversi vaccini, ci sono buoni motivi per avere un cauto ottimismo riguardo al futuro. Uno di questi è il livello di collaborazione senza precedenti tra i ricercatori impegnati nel cercare una soluzione ai problemi causati dalla pandemia. “Non ho mai visto la comunità scientifica collaborare con tanta apertura e immediatezza”, afferma Nordvig. “Questo mi da speranza di trovare presto delle risposte”.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US