Date un microfono (basso) a Saverio Raimondo, e lui vi farà un disco (altissimo) | Rolling Stone Italia
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Date un microfono (basso) a Saverio Raimondo, e lui vi farà un disco (altissimo)

«Non voglio essere giudicato per la mia statura, ma solo per la mia voce di merda. Per questo ho deciso di fare un album». Il più bravo degli stand-up nostrani – di cui oggi esce il primo singolo, ‘Trasloco’ – lo ha fatto davvero: il primo disco comico digitale italiano. Noi di Rolling quella sera c’eravamo

Saverio Raimondo registra il suo primo disco

Foto: Eugenio Iannetta

Saverio Raimondo Live a Studio 33, in uscita su Spotify e su tutte le piattaforme di podcasting il 20 gennaio (oggi anticipato con il singolo Trasloco), è il primo disco comico digitale italiano. Raimondo, il più raffinato e, a un tempo, sboccato, dei nostri commedianti all’impiedi, rispettando i limiti e sfruttando le possibilità del particolare mezzo prescelto (tradizionalissimo per la scena stand-up americana, inusuale per quella locale), ha distillato nel disco – con più puntualità oratoria e metafore intrauterine che mai – routine che bilanciano i generi della satira politica e della confessione autoironica spietata e relatable.

Basta l’ascolto del singolo per capire che l’operazione di Raimondo, di Hypercast, Cristiana Baldassari Agenzia e DNA Concerti ha il duplice merito, da una parte, di condensare in un modello ideale una produzione vasta, poliedrica e multicanale (per questo, forse potenzialmente dispersiva di un talento puro) e, dall’altra, di aprire la strada ad altri italiani che volessero cimentarsi in questo esame di comicità in cui la parola dell’attore e l’apporto dell’uditorio tornano alla loro essenzialità primigenia e a contare dunque più di ogni elemento scenografico o mediatico che l’approdo della stand-up in televisione e poi allo streaming video ha inevitabilmente messo in primo piano; e che prova a ridurre (o sublimare) l’umorismo socialmente trasmissibile alla dimensione intima dell’ascolto di un concerto per voce di comico e risate di pubblico.

Non è un caso che ciò avvenga tramite questo particolare comico – così rispettoso dei codici della stand-up classica, al netto del gusto dell’incursione in una relativa scurrilità che è sempre in equilibrio con il contesto di una dizione pulitissima e soprattutto di un eloquio forbito – e da questo particolare luogo. A Roma Studio 33, l’ibrido tra un club di ascolto audiofilo, un laboratorio di registrazione e un centro culturale che ha ospitato la registrazione dell’album di fronte al pubblico, tra cui eravamo anche noi, funziona infatti un po’ come un paio di cuffie noise cancelling su scala urbana.

Appena al di fuori della porta di ingresso brulicava di rumori molesti – o comunque modesti – una Trastevere all’ora di punta dei ristorantini, coi richiami emessi in quell’esperanto cantilenante e sempre un po’ disperato che è la lingua ufficiale dei buttadentro capitolini nell’esercizio delle loro funzioni; coi turisti dai Kånken policromi che videochiamavano i parenti in Australia, gridando all’unisono in vivavoce, forse per omaggiare l’antico topos della comicità involontaria per cui più è intercontinentale la comunicazione e più sei tenuto ad alzare i toni; con le compagnie di giovanotti che sembravano esibirsi in un flash mob canoro, ma è solo l’ennesimo coro da stadio extrapartita; cogli schiamazzi degli ultimi ritrovati già barcollanti (solo solo le 20), ma ancora in piedi, di una metropoli derelitta.

Nell’attimo esatto in cui mettiamo piede nello Studio 33 siamo però risucchiati – sentiamo chiaramente un rumore di lussuosa aspirazione, come se fossimo anche noi parte dello sporco oggetto del tiraggio di un gigantesco Dyson di anime – in un’isola di perfezionismo acustico mai sentita prima. Avrete presente com’è arredato lo studio di registrazione italiano tipico: il più rispettabile ha l’aspetto e l’odore di una palestra da prepugilistica. In nove casi su dieci essi servono come dietro le quinte della rianimazione seriale di questo o quel Frankenstein della trap: non hanno bisogno di somigliare al Guggenheim. Invece qui in via della Paglia, a dispetto di essere nel cuore della movida deviata d’oltre Tevere, ha sede uno studio che presenta la rara caratteristica di essere bello come la più bella casa di persona bella in cui avrete mai la fortuna di imbucarvi. È così perfetto che sappiamo subito, in cuor nostro, che ne siamo indegni e che non solo difficilmente vi saremo ancora invitati ma che, senza alcun preavviso, se solo qualcuno decidesse di pigiare il tasto che inverte il senso dell’aspirazione, da un momento all’altro potremmo esserne ricacciati fuori.

Nella piccola sala che ospita lo spettacolo il pubblico è già quasi tutto convenuto, ma ci sono comunque più impianti Oswalds Mill Audio in ciliegio massello della Pennsylvania che persone e le file di poltrone in pelle di design incutono un tale timore reverenziale che molti le lasciano libere e siedono sul grande tappeto su cui i diffusori a tromba conica sono elegantemente posati, sperando di non sporcarlo. Osservando meglio ci accorgiamo che questa stanza non ha più pareti ma alberi genealogici di dischi rari o master storicamente rilevanti. La scena somiglia insomma al salotto di una vostra zia ricca se vostra zia fosse così ricca da avere un budget a quattro zeri per i soli amplificatori e Saverio Raimondo come vicino di casa che a un certo punto irrompe dalla cucina e comincia a fare dell’observational comedy. Questo è il tipo di privilegi che Studio 33 ha deciso di accordarci per una sera.

Foto: Simone Cecchetti

La qualità del solo jazz di sottofondo è tale che l’ascoltiamo in punta di piedi, indecisi se ci si nota di più se ci sediamo e facciamo finta di apprezzarlo o se ce ne stiamo in disparte e umilmente ammettiamo la nostra lacuna tirando fuori Shazam. È come quando, dopo aver mangiato tutta la vita formaggio Asiago pensando che fosse buono, lo assaggiate per la prima volta dalle mani di un casaro d’alpeggio che chiama per nome tutti i betacaroteni e i flavonoidi del relativo foraggio, 1200 metri sopra la realtà.

Ci sentiamo sozzi dentro e fuori al minimo accenno di vibrazione del telefonino; figurarsi quando, nell’attesa che lo spettacolo cominci, alla terza consumazione gentilmente offerta dalla bartender che sembra aver capito chi siete, deludendo le sue aspettative di un quarto gin tonic, ci ritroviamo costretti a chiederle dove si trovi la toilette, dopo aver considerato che bagno sia un termine troppo corrente per il contesto in cui siamo chiamati, volenti o nolenti, a orinare. Eppure proprio lì la vista del piccolo, immacolato gabinetto, di chiaro retaggio minimalista, avviene un’epifania. Sarà che qui anche i muri del bagno hanno l’orecchio perfetto, ma non abbiamo mai sentito così limpidamente il suono del nostro zampillare, che non è più funzione fisiologica ma un piccolo esperimento di body art. Tutto qui è così superiore alla media che anche le nostre imperfezioni sono gradite, per amore della bellezza che si genera per contrasto. In pratica, Raimondo non ha ancora cominciato a parlare che siamo già dentro un suo bit. È questo lo spirito giusto per cominciare la serata.

Del resto l’umorismo di Saverio Raimondo non ha bisogno dell’ausilio di troppo gin per essere apprezzato al meglio; anzi, il suo tipo di narrativa comica è così lucido e affilato che richiede semmai tutte le risorse di uno stomaco sobrio per essere recepito coi necessari distacco e concentrazione. Trasloco è ben scelto come singolo, perché può fare da manifesto poetico al resto dei pezzi di cui è composto lo spettacolo a cui assistiamo e anche un po’ a tutta la produzione raimondiana. Il tema del trasloco è presentato come metafora del funzionamento della mente di Raimondo, che viene autoanalizzata e spettacolarizzata in poche, sapienti pennellante di ansia. Per quanto piccole siano le nostre certezze – piccole come una prima casa che dobbiamo lasciarci alle spalle, una casa forse priva di giradischi fissati a plinti di ardesia massiccia da quaranta chili, ma confortevole; o l’utero materno – abbandonarle è l’inizio di ogni rapporto, più o meno insano, con noi stessi.

Foto: Eugenio Iannetta

Il processo di Raimondo è da manuale della stand-up: consiste nella rivelazione di un’incongruità emotiva, sociologica, poetica o politica a cui il pubblico reagisce prima con sgomento, poi, quando la capisce, ristabilendo l’equilibrio precedentemente perduto, ride. Ci ricorda così quale sia la genesi della stand-up comedy: se c’è un Dio, la realtà è una battuta che fa il destino con il materiale che ogni giorno gli mettiamo a disposizione. Non possiamo non notare il contrasto delizioso tra l’imponenza delle trombe coniche (che sono un po’ anche uteri a loro volta) e che incorniciano il corpicino incravattato di Raimondo e la voce stridula del comico, che ammette: “Non voglio essere giudicato per la mia statura ma solo per la mia voce di merda. Per questo ho deciso di fare un album”. A un tratto è come se gli impianti dello studio, voraci come enormi piante carnivore, volessero ingoiare il piccolo Saverio e in effetti lo stanno facendo, ma per fortuna solo in forma di audio e per non per farlo sparire dalla circolazione, ma per renderlo eterno, almeno nei nostri account Spotify o Apple Podcast.

Saverio Raimondo non è tanto maestro di battute – forme di umorismo che possono essere astratto dal loro contesto originale, perfino dal loro performer iniziale – quanto cintura nera di routine di cui ciascun bit è inseparabile dal flusso in cui è collocato e inscindibile da Saverio Raimondo e da noi. In altre parole Saverio Raimondo rappresenta una forma di resistenza a una temperie culturale non solo tipica della comicità di oggi ma anche di altre forme di espressione artistica attuali (come i balletti su TikTok o il dibattito politico nazionale) in cui domina la parcellizzazione dei concetti e la prevalenza del visivo sul testuale. Per questo sarà così interessante ascoltarlo in un disco, rispettando l’ordine delle tracce, oppure no, trasferendolo nel contesto in cui le ascoltiamo.

Per Raimondo il microfono è uno strumento fondamentale, ma solo quanto lo è anche l’uditorio: la tecnologia non gli permette solo di essere sentito chiaramente da tutti, ponendosi dunque acusticamente al di sopra degli altri, ma anche di essere vicino a ciascuno, di sussurrargli cose all’orecchio, a volte rivolgendosi direttamente a una singola persona, a volte non rivolgendosi a nessuno in particolare eppure esplodendo nelle menti altrui dritto come un missile Saverio-Coscienza Collettiva. Raimondo in piedi davanti al suo uditorio o eternamente nelle nostre cuffiette è un grande comico perché non suona sé stesso ma il pubblico, pizzicandolo come se avesse tra le mani corde invisibili, che solo qualche volta si materializzano se si è raggiunti dalla sua saliva, soprattutto nelle prime file, nei passaggi più ricchi di sibilanti.

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