Chora ci ha svelato il dietro le quinte di un podcast di successo | Rolling Stone Italia
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Chora ci ha svelato il dietro le quinte di un podcast di successo

Abbiamo intervistato i team che si sono occupati della realizzazione dei podcast 'La disciplina di Penelope' e 'Una specie di tenerezza', entrambi prodotti dalla media company fondata da Mario Calabresi

La parola “podcast” di per sé non indica un formato mediatico preciso. È sinonimo di “contenitore audio on demand”: il modo in cui viene riempito dipende sostanzialmente dalla fantasia del podcaster e da ciò che desidera comunicare. Anche per questo motivo, in Italia (dove la conversazione sull’argomento si è aperta relativamente di recente) c’è grande confusione sul tema: molti non hanno ancora ben chiaro cos’è, e men che meno perché dovrebbe valere la pena ascoltarne uno. Le classifiche di ascolto delle maggiori piattaforme non contribuiscono a chiarirci le idee: tra registrazioni di lectio magistralis universitarie, corsi di inglese, meditazioni guidate, rumore bianco, contenitori di notizie e riproposizioni in streaming dei programmi radiofonici già in onda, è difficile fare dei distinguo. E soprattutto, è difficile trovare qualcosa di davvero originale.

Una cosa, però, è certa: per fare un buon podcast non bastano un microfono casalingo e uno speaker dal monologo facile. I prodotti migliori in circolazione, sia da noi che all’estero, impiegano parecchie figure specializzate: sceneggiatori, autori, montatori, curatori, sound designer, a volte perfino attori e compositori. Persone che hanno una formazione specifica sull’audio, e che sono in grado di creare un’esperienza immersiva anche quando abbiamo a disposizione un solo senso (l’udito). Ne è un perfetto esempio La disciplina di Penelope, un piccolo kolossal a puntate tratto dall’omonimo romanzo giallo di Gianrico Carofiglio. A produrlo per la nuova piattaforma RaiPlay Sound è Chora Media, fondata da Mario Calabresi: a oggi è una delle poche realtà italiane specializzate in podcasting.

Dalla scrittura alla finalizzazione, ci sono voluti mesi per produrre l’intera serie, ma ne è valsa la pena. «Per un regista audio, la fiction è una specie di parco giochi» dice Luca Micheli, che ne è appunto regista, compositore e sound designer (sua anche la firma dietro a molti altri successi degli ultimi anni: La città dei vivi di Nicola Lagioia, Proprio a me di Selvaggia Lucarelli, La Piena di Matteo Caccia, nonché molti dei titoli di Pablo Trincia). «Tanti mi dicono che ascoltare Penelope è come guardare una serie, solo che le immagini ce le metti tu. E più elementi metti, più ne dai all’ascoltatore per farsi il suo film».

I cosiddetti radiodrammi (pièce teatrali riadattate per essere recitate in radio) e gli originali radiofonici (creati appositamente per la radio) non sono una novità, esistono fin dagli anni ’20 del secolo scorso. In questo caso, però, a fare la differenza è la concezione totalmente innovativa della narrazione: dalle note vocali alle telefonate, dall’audio ambientale del tram alla sensazione ovattata di provare un vestito in camerino, sembra di entrare letteralmente nella scena. Merito, tra le altre cose, della tecnologia binaurale, che permette di avere un audio spaziale praticamente perfetto. «Si tratta di scene registrate in stereo, con due microfoni collocati in una finta testa in polistirolo: si trovano all’interno di due padiglioni auricolari di plastica, nella posizione in cui sarebbero i timpani» spiega Guido Bertolotti, sound specialist (tra i suoi podcast più apprezzati, Fred e Butterflies & Ballerinas di Michele Dalai). «Utilizzando questo escamotage e ascoltando in cuffia, è come se ci trovassimo al centro di ogni scena, vivendola davvero». Se non ci credete, inforcate gli auricolari e provate ad ascoltare la registrazione binaurale di un taglio di capelli: la sensazione, a tratti quasi inquietante, è quella di essere davvero dal parrucchiere.

La ricerca sul suono de La disciplina di Penelope è impressionante. La colonna sonora originale è curata come quella di una serie tv, e la voce della protagonista (la bravissima Valentina Mandruzzato) è registrata con microfoni diversi: in HD se si tratta di un monologo interiore, più “sporcata” nei dialoghi e nell’azione. Quasi tutti i suoni ambientali, inoltre, sono stati incisi ad hoc, spiega Bertolotti. «La metropolitana, il traffico, il mercato, i bar, le voci dei passanti che parlano in arabo in viale Monte Ceneri, dove nel romanzo lavora Penelope» aggiunge Micheli. «C’è perfino una scena ambientata in un’area cani dove abbiamo deciso di inserire in sottofondo i veri padroni che parlano dei loro cuccioli». Esattamente il contrario di quello che si fa di solito con i prodotti audio, che cercano il silenzio assoluto e semmai ricostruiscono l’atmosfera in post-produzione, pescando da una library di rumori. «Io, invece, quando accompagnavo i miei bambini a scuola infilavo delle cuffie binaurali, che fanno sia da auricolare che da microfono, e registravo tutto ciò che mi sembrava interessante, avvicinandomi e allontanandomi per dare dinamicità». L’altra grande differenza, rispetto ai podcast e ai radiodrammi tradizionali, è che la maggior parte delle scene è stata realizzata non in studio, ma in esterna. C’è un punto del romanzo, ad esempio, in cui i protagonisti si recano in un campo incolto a Rozzano, nell’hinterland milanese, dove è stato ritrovato un cadavere. «Abbiamo davvero portato gli attori a registrare in un campo a Rozzano: Jonathan Zenti, l’autore della sceneggiatura, ci ha mandato perfino la posizione precisa con Google Maps!» ride Micheli. «Noi stessi eravamo un po’ straniti, sembrava che davvero avessero ucciso una persona lì».

Zenti – un talento da esportazione: unico italiano ad avere vinto un prestigioso Third Coast Award, si è fatto notare grazie alla geniale serie podcast Problemi, in italiano, e Meat, in inglese, oltre all’audio documentario I ritornanti – di solito è una sorta di one-man band e si occupa dei suoi podcast in ogni aspetto. In questo caso, però, ha dovuto “solo” scrivere. «Per una volta non dovevo preoccuparmi di come realizzare le mie idee e ci pensavano loro, mi sono divertito tantissimo a mettere in in difficoltà Guido e Luca!» scherza. La stesura del copione, però, non è certo stata di tutto riposo: insieme a lui ha lavorato Stefano Bises (il nome dietro a serie tv come Gomorra), che ha curato la direzione creativa. «Io e Stefano facevamo anche 6 o 7 passaggi per ogni script, e alla fine sottoponevamo tutto a Carofiglio, per controllare che ogni particolare quadrasse con il romanzo». È stato impegnativo adattarlo senza stravolgerlo, racconta; non solo per renderlo fruibile in versione audio, ma anche per trasformarlo in una serie con svariati cliffhanger interni. «In radio è difficile trovare una collocazione per certi prodotti, ma con i podcast la qualità è premiata: devi essere fortemente motivato a schiacciare play, quindi più sono validi e interessanti, più lo farai volentieri. Poter ascoltare una storia che ti fa staccare per un po’ dalla realtà e ti trasporta altrove è uno strumento potentissimo».

È proprio a Radio Rai che si sono fatti le ossa quasi tutti i nomi che si nascondono oggi dietro a La disciplina di Penelope. Micheli, Bertolotti, Zenti e Sabrina Tinelli (head of editorial content per Chora e curatrice di questa serie insieme a Michele Rossi), oggi tutti sulla quarantina, hanno fatto la loro gavetta «negli auditori dove fino agli anni ’90 si registrava la prosa radiofonica: siamo cresciuti con i tecnici Rai che ci raccontavano del viavai degli attori, della maestria dei rumoristi, dei trucchi per rendere ogni aspetto verosimile. Ci riempie di orgoglio avere contribuito a reinventare un genere» racconta Tinelli, che prima di approdare ai podcast ha lavorato a lungo come assistente alla regia di Sergio Ferrentino, uno dei più importanti creatori di radiodrammi in Italia. «Le fiction sonore in America funzionano tantissimo, mentre in Italia sono ancora una novità: abbiamo proposto l’idea alla Rai, che ha subito sposato il progetto. È un lavoro di grande sinergia, perché il podcast esce in contemporanea con il nuovo romanzo della saga di Penelope, Rancore, in libreria per Einaudi».

Chora, spiega Tinelli, continuerà a sviluppare i suoi progetti trasversalmente su vari media «L’idea è passare dai libri ai podcast, dai podcast agli eventi e via dicendo» dice. Un altro esempio virtuoso di questa tendenza è Una specie di tenerezza – Marlene Dumas tra parole e immagini, lavoro in due puntate realizzato per la mostra di Marlene Dumas, pittrice sudafricana trapiantata ad Amsterdam: è pensato come una sorta di “sound companion” della personale Open-End, a Palazzo Grassi fino al gennaio 2023. Non una classica audioguida, quindi, ma un vero e proprio documentario che racconta la storia dell’artista tramite voci, musica e suoni, disponibile liberamente su tutte le piattaforme di streaming in tre lingue, che si può fruire prima, durante o dopo la visione della mostra. Scritto da Ivan Carozzi (già autore di romanzi e saggi per Baldini & Castoldi, Einaudi e Il Saggiatore), include le testimonianze degli scrittori Walter Siti, Olivia Laing e Marlene van Niekerk, degli storici dell’arte Donatien Grau ed Elisabeth Lebovici, della filosofa Adriana Cavarero, della curatrice della mostra Caroline Bourgeois e dello staff di Palazzo Grassi, oltre che naturalmente della stessa Dumas. Anche in questo caso, il punto di forza è la ricchezza e la profondità del prodotto finale, a ulteriore dimostrazione del fatto che quando un contenitore mediatico è riempito con grande cura e attenzione, i risultati si sentono. Letteralmente e in senso figurato.