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Pieralberto Valli racconta il nostro mondo nuovo post-coronavirus

"Al 2019 non è seguito il 2020, ma il 2025 o il 2030". Il musicista-scrittore torna con "Trilogia della distanza", una raccolta di racconti che mostra in controluce la nuova fase che viviamo

La pandemia da coronavirus ha provocato una frattura, una separazione tra un prima che chissà se tornerà mai così com’era e un dopo che ancora non sappiamo come sarà. In mezzo ci siamo noi con le nostre esistenze semi-interrotte, alle prese con nuove norme cui sottostare e con stati d’animo contrastanti che forse non avevamo mai avvertito prima in maniera così potente. Se la costruzione dell’identità personale passa necessariamente attraverso la relazione con gli altri, che cosa accade se quella relazione viene d’un tratto compromessa dall’introduzione di un distanziamento forzato tra le persone? Non è che una delle domande di fondo della Trilogia della distanza di Pieralberto Valli, scrittore, insegnante, traduttore e musicista romagnolo, con alle spalle due album solisti e quattro con la band Santo Barbaro.

Dopo il romanzo Finché c’è vita del 2015, Valli torna alla narrativa con tre racconti caratterizzati da una scrittura evocativa e poetica, che, attraverso le storie di un amore interrotto, di un colpo di fulmine e di un compleanno, delineano una nuova antropologia in cui la naturalezza del contatto viene negata. In uscita il 18 settembre per I Libri di Gagarin e al centro di un incontro al Diagonal Loft Club di Forlì il prossimo 11 ottobre, Trilogia della distanza trascina il lettore in un mondo distopico che non è quello attuale, ma che, presentando tratti somiglianti con la realtà in cui il COVID-19 ci ha catapultati, obbliga a una riflessione sui rischi che la nostra stessa umanità corre nel momento in cui perde la libertà di esprimersi pienamente.

“È un incubo e come in tutti gli incubi state dormendo”, avverte Valli con lo sguardo lucido, acuto, di chi già prima che fosse dichiarata l’emergenza sanitaria, con in mente gli scenari fantascientifici di Philip K. Dick, aveva intravisto i pericoli che un Occidente sempre più spersonalizzante porta con sé. “Ho buttato giù questi racconti tra gennaio e febbraio 2020”, dice lo scrittore-musicista, classe 1980. “Poi, a inizio marzo, ho riletto tutto e cominciato a cercare un editore”.

Cosa ti ha spinto, innanzitutto?
Una notte stavo tornando a casa da un concerto a Treviso, l’ultimo che ho fatto. Era il 22 febbraio e l’Italia avviava quel processo che l’ha poi velocemente rinchiusa dentro al proprio guscio di protezione. Ricordo il viaggio in un’autostrada spettrale. In quel momento ho percepito una frattura, una biforcazione nella storia, come se il futuro fosse franato sul presente.

È da tempo che in Occidente sono in atto dinamiche alienanti che, nella dimensione macro-sociale, ci riducono a produttori e consumatori.
Quel processo non nasce oggi, ovviamente, ma gli eventi degli ultimi mesi gli hanno dato un impulso enorme proiettandoci molto più avanti dell’anno che stiamo vivendo. Al 2019 non è seguito il 2020, ma il 2025 o il 2030. Amo la fantascienza, genere che mi ha sempre fatto pensare al contrabbando, a un modo per far circolare certe verità non ammesse dalla maggioranza in forma meno sospetta: una sorta di antropologia dell’uomo che verrà dopo l’uomo. Ma l’accelerazione del tempo moderno rende difficile lanciare lo sguardo in avanti senza finire per descrivere di nuovo il presente, è come se fossimo già contemporanei del futuro. Quello che ho cercato di fare non è descrivere il cambiamento, ma ambientare le storie in un futuro mondo civilizzato non così diverso dal nostro, ma abbastanza diverso per poterlo paragonare al nostro e, dunque, per consentirci di riflettere sulla nostra realtà.

Nel primo racconto, “Panopticon”, romanzo breve dallo stile cinematografico, un ragazzo decide di raggiungere la sua amata in una città dove non si può più girare liberamente a causa di un’emergenza che da alcuni indizi capiamo potrebbe essere di tipo sanitario. E lì si parla di “un viaggio di resistenza”: come mai questo termine?
Per noi la parola resistenza ha una connotazione molto definita, ristretta, che rimanda ai partigiani, all’antitesi del nazi-fascismo, e raramente a qualcosa di più ampio e universale. Ma l’antitesi della libertà non è solo il ventennio con gli eserciti in parata e i discorsi dai balconi. La resistenza è un atto quotidiano contro il pensiero unico, contro il conformismo cieco, contro le verità che non si possono discutere e diventano dogma. Non accettare le farneticazioni dei dittatori non significa essersi liberati dalla tirannia. La realtà esercita una pressione costante su tutti noi e questa pressione sociale, anche se nessuno ti dirà mai cosa tu debba o non debba fare, indirizza i comportamenti e cerca di uniformare i cittadini, di targetizzare gli utenti, di creare profili accettabili. Per qualcuno resistere significa cantare Bella ciao da un balcone, per me stabilire un percorso personale e autonomo, mettere in questione ogni aspetto della realtà e di me stesso.

Ho trovato molto bella la riflessione sulla libertà, dove il protagonista di “Panopticon” dice che chi ne parla in senso assoluto non ha capito niente, perché la libertà si rivela solo nella sua assenza.
Perché la libertà “va sempre difesa, sempre riconquistata”, citando Montesole dei PGR di Giovanni Lindo Ferretti. Nell’ultimo anno siamo stati privati di libertà personali che consideravamo scontate, abbiamo capito che è possibile tornare in un attimo a una condizione sociale in cui la libertà viene messa da parte in nome di un bene comune apparentemente più grande. Credo davvero che la libertà non sia definibile, ma sia piuttosto uno spazio impalpabile che assume un peso e una dimensione solamente nel momento in cui ti viene portata via. La libertà è la malinconia di un tempo che ci è sfuggito dalle mani.

Sbaglio se affermo che la “peste” descritta nel tuo libro coincide anche con il dilagare di un certo tipo di follia?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un teatro sociale senza precedenti: la rete delle relazioni è stata interrotta, il clima generale è diventato psicotico e questo ha innescato una serie di reazioni a catena, dalla colpevolizzazione dei cittadini a uno strano senso di patriottismo. In questo contesto, con un dibattito che su ogni questione veniva forzatamente portato a un sì/no, pro/contro, buono/cattivo, i folli sono diventati coloro che rivendicavano posizioni autonome.

Qui entra il gioco il conformismo del signor Schwarzer, protagonista del terzo racconto nonché perfetto esemplare di un uomo che potrebbe senza battere ciglio diventare un rappresentante di quella banalità del male descritta e argomentata così bene da Hannah Arendt. È questo il rischio della destituzione di ogni possibilità dialettica? E c’è un rimedio?
Questo è l’aspetto che più mi ha colpito di questa nostra nuova fase: la mancanza di una dialettica autentica. Come spesso accade, il mondo è stato indotto al dualismo, ciascuno di noi è stato chiamato a una scelta ideologica tra due fazioni che non avevano e non hanno senso di esistere. I cittadini sono stati invitati a scegliere da che parte stare in una logica tipica dei periodi di guerra. E chi ha scelto di non scegliere, ossia di tenere gli occhi aperti e di continuare, sempre e comunque, a conservare uno sguardo critico su ciò che gli veniva detto da una parte o dall’altra, si è trovato in una terra di mezzo pericolosa perché socialmente stigmatizzata. Spesso in questi mesi mi sono sentito dire: “se non sei di destra né di sinistra, allora sei di destra”. Il che significa che non esiste uno spazio di discussione.

Allo stesso modo analizzare i rischi psicologici e sociali delle norme che la pandemia porta con sé non significa essere negazionisti. Tu in questa trilogia indichi nella famiglia, negli amici e nell’amore ciò che può salvarci, ma può bastare rifugiarsi nei propri microcosmi individuali?
Io credo che la nostra umanità si fondi nella relazione con l’altro, negli affetti, nelle carezze, nei momenti condivisi. Il confinamento è un atto antisociale e basta leggere Foucault per capirlo. Simbolicamente la maschera e il distanziamento sociale sono molto più che dispositivi di sicurezza: sono la negazione della società, l’avvento di un tempo nuovo di cui per ora non vediamo la fine. Parallelamente a questo c’è una svalutazione evidente dell’aspetto religioso o anche solo spirituale dell’uomo inteso come non strettamente necessario, evitabile, marginale rispetto ai diktat del presente. Salute e salvezza derivano dalla stessa radice – salus e salvus, cioè intero, integro –, ma non sono la stessa cosa e penso sia pericoloso occuparci solo della prima e non della seconda.

Perché – citandoti – “la peste è anche e soprattutto un processo di trasformazione culturale e sociale, un contagio dell’anima”?
Nel romanzo La peste di Camus, la peste era un restringimento dell’orizzonte: la gente continuava a interagire, ma non poteva uscire dalle mura cittadine. La nostra peste è stata, invece, un allargamento delle distanze tra le persone, un’espansione centrifuga che ha scagliato il microcosmo di ciascuno verso l’esterno, all’interno di navicelle, con dentro un unico astronauta, in avaria verso lo spazio infinito. Ciascuno comodamente seduto sul proprio divano, davanti al proprio schermo, a scrivere post immaginando di comunicare con altri a loro volta seduti su un divano simile, davanti a uno schermo simile, in una solitudine ipergalattica.

In effetti l’accelerazione della digitalizzazione delle nostre vite è evidente: credi che, come nel film “Il pianeta delle scimmie”, diverremo esuli a casa nostra?
La fantascienza si è spesso interrogata sull’umano. Philip K. Dick ne era ossessionato e i suoi androidi erano un modo per capire cosa li distinguesse dagli umani, quale fosse la linea di confine. Anche Il pianeta delle scimmie si muove su quel confine e la scena finale in cui George Taylor ritrova i resti della Statua della Libertà sulla spiaggia di New York rappresenta lo smarrimento dell’uomo che non riconosce la terra che calpesta e si sente esule laddove si era sentito a casa. Il nostro mondo ha subìto una trasfigurazione: è lo stesso di prima, eppure è un altrove, e nell’osservarlo non si può fare a meno di mettere a confronto il prima e il dopo. Questi due tempi non hanno conciliazione e più questo nuovo presente diventa accettabile, scontato, normale, più il prima si distanzia e si dissolve nella memoria collettiva diventando quasi irrealistico. Chi è rimasto ancorato a quel mondo ora vaga come un sonnambulo, incapace di trovare una conciliazione e sì, intimamente esule a casa propria.

A un certo punto uno dei tuoi personaggi si chiede se ci aveva visto più lungo Aldous Huxley o George Orwell: tu che dici?
Difficile rispondere. Di certo Huxley e Orwell partono da una premessa comune: la paura. Entrambi considerano la libertà come un territorio sotto attacco, che non si può mai dare per acquisito. Entrambi considerano i rischi di un progresso tecnologico che si piega alle voglie di un potere distorto. Il controllo orwelliano ci accompagna con sfumature più soft da quando i social hanno fatto irruzione nelle nostre vite: quel controllo è diventato profilazione di utenti, accumulazione di dati che servono per creare un prospetto dettagliato di ciascuno di noi, ma in tutto ciò il pugno di ferro del potere orwelliano è stato sostituito da un’apparente libera scelta che si ritrova molto di più ne Il mondo nuovo di Huxley. Se ti guardi attorno non noti un generale senso di claustrofobia, ma semmai un’accettazione dello stato delle cose. In questo senso Huxley ci aveva visto giusto, era andato oltre lo stesso Orwell. Negli ultimi mesi ho trovato interessanti i libri visionari di Robert Benson e Vladimir Soloviev, precursori degli stessi Orwell e Huxley: sono libri scritti a cavallo tra ‘800 e ‘900, eppure, nei tratti più profondi e nelle questioni fondamentali che pongono, sembrano descrivere la realtà che muta al di fuori e all’interno delle nostre finestre.