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Piccola enciclopedia del dildo

Abbiamo intervistato Pamela Cocconi, in arte PAMCOC, in occasione dell'uscita del suo primo saggio, 'Il libro del dildo', che è al contempo oggetto di design, albo illustrato per persone giovani e meno giovani, guida sagace e pop e compendio storico in chiave ironica

Foto di Marcus Brandt/picture alliance via Getty Images

Pamela Cocconi, in arte PAMCOC, è impegnata da quasi vent’anni nell’ambito della creatività. Ha lavorato a lungo per alcune agenzie di comunicazione e da circa dieci anni è una libera professionista. Ha fatto di tutto: creazione di loghi, progettazione di libri, conduce workshop, fa l’illustratrice e ha appena pubblicato il suo primo libro, che si intitola Il libro del dildo (Quinto Quarto Edizioni, 2022).

Quando ci vediamo sfoggia un caschetto nero che ricorda sfacciatamente Mia Wallace, il celebre personaggio interpretato da Uma Thurman in Pulp Fiction, glielo dico e apprezza, lunsingata. «Mi definisco una cazzara!», esordisce divertita, «Ritengo che sia l’aggettivo che definisce meglio il mio percorso. Dovremmo prenderci meno sul serio».

Foto per gentile concessione di PAMCOC

Com’è nata l’idea di scrivere un libro sul dildo?
L’anno scorso, durante una chiamata con la casa editrice, tra una chiacchiera e l’altra, è saltato fuori questo argomento e ho pensato: “Quando mi capiterà di disegnare tutti questi cazzi in vita mia?!” (ride). Il mio approccio è stato da subito enciclopedico, volevo apprendere quante più informazioni possibili sull’argomento e circumnavigarlo. Mi sono subito accorta di quanta confusione c’è per esempio tra dildo e vibratore. Siamo ancora lontani dall’avere consapevolezza sulla differenza.

Che criteri hai usato per documentarti?
Non volevo essere contaminata da pareri esterni, anche perché uno dei miei desideri era che il volume potesse essere anche un oggetto d’arte. Mi interessava raccogliere più informazioni possibili, frullarle nella mia testa e metterle insieme in modo molto personale. L’estate scorsa è stata hot in tutti i sensi: la mia ricerca è stata fin da subito molto eclettica. Ho guardato moltissimi porno, a volte per giorni interi, ho letto il Kamasutra, perché mi sono detta «Vuoi che in un libro simile non abbiamo parlato di dildo?!». Infatti ho scoperto che uno dei primi prototipi di strap-on è proprio indiano e viene menzionato in quell’opera, ho studiato libri di storia. Ho passato molto tempo sui siti di sex toy e condotto varie ricerche visive sui sex toy nell’antichità: ne ho visti tantissimi. Via via prendevo appunti e scrivevo, fino a ritrovarmi con una specie di bibbia del dildo. Ho quindi dovuto scremare le informazioni, anche perché avevo tralasciato l’aspetto ludico e illustrativo. A un certo punto ero come un atomo impazzito: avevo la casa invasa da fogli coi testi che avevo scritto e alle pareti disegni di cazzi di tutti i tipi: un delirio! So che può sembrare singolare, ma volevo davvero approcciarmi all’argomento con candore, volevo arrivarci per conto mio e scoprire il mondo dei dildo in autonomia. Uno dei miei obiettivi era quello di divertirmi.

Come mai proprio il dildo?
È il sex toy più antico dell’umanità: i primi dildo sono preistorici, pensa che ci sono dei ritrovamenti risalenti al Paleolitico. Ci sono stati dildo in tutte le epoche, di tante dimensioni e forme, quindi dal mio punto di vista si sarebbe dovuto trattare di un lavoro esclusivo. Il dildo per me è la banana (!) di Andy Warhol dei sex toy: classico e iconico. Ho scoperto che in Buthan il pene viene rappresentato molto comunemente anche a livello di artigianato locale e street art.

A tale proposito PAMCOC scrive: «Il fascino ossessivo del Bhutan per i disegni e gli idoli fallici è attribuito a Drukpa Kunley, noto anche come il Divino Pazzo, un eccentrico monaco del XV secolo che diffondeva i suoi insegnamenti in modi non convenzionali. Pare infatti che il folle yogi, appassionato di donne e di vino, insegnasse il buddhismo invitando i suoi studenti ad aprirsi alla dissolutezza sessuale, e che abbia battezzato l’usanza di dipingere peni eretti sui muri e di far volare falli dai tetti per scacciare gli spiriti maligni. In pratica adorava i piaceri carnali, in contrasto con quella che è la comune idea dell’asceta tibetano!».

Il libro del dildo si presta a vari scopi: oggetto di design, una specie di albo illustrato per persone giovani e meno giovani, guida sagace e pop, compendio storico in chiave ironica.

«Fin da subito mi è balenata l’idea di fare una specie di inventario dei dildo contemporanei, dal punto di vista più visivo e d’illustrazione. Ce ne sono di così diversi che avrei potuto redigere un’enciclopedia! Studiando mi sono resa conto che c’era davvero tanto da imparare e ho voluto dare una struttura più articolata. Ho scritto un’introduzione all’introduzione e da lì ho spiegato cosa è un dildo, l’etimologia del suo nome, alcuni cenni storici, fino al catalogo costellato di curiosità. Per esempio c’è il dildo-gnomo che mi ha dato lo spunto per parlare di festività natalizie e fare un salto indietro fino ai Saturnali (antiche festività romane del periodo che secondo il calendario di Domiziano andava dal 17 al 23 dicembre, ma decisamente meno morigerate del nostro natale, NdA). Questo libro ha senso sia letto dall’inizio alla fine, che letto a saltelli, a ciascuno il suo».

Hai fatto delle scelte molto precise anche a livello di linguaggio, come mai?
Mi sono divertita a chiedere: dove entra questo dildo? Ho quindi disegnato solo alcuni dei nostri orifizi corporei, perché i libri di anatomia definiscono il sud dell’ombelico come organi riproduttivi e l’ano come parte finale dell’apparato digerente, non vengono mai menzionati come organi di piacere, l’ano soprattutto, mentre per me non è affatto scontato averne uno. Volevo parlare di persone, superare i concetti di genere e orientamento sessuale. Per la nomenclatura non ho mai usato l’espressione orifizi maschili o femminili, c’è solo il disegno e la parola orifizio: lo vedi e ti identifichi o riconosci con quell’immagine. Ci tenevo a fare un lavoro attento anche da questo punto di vista. Siamo persone e ognuno vede e sente quello che desidera, la cosa più bella di tutte. Visivamente si capisce: non c’è bisogno di spiegare, le illustrazioni – appunto – illustrano e, secondo me, l’ironia è stata la chiave per raccontare tantissime cose. Quando ho disegnato i dildo a forma di armi, ho voluto lanciare una provocazione: ti sembra normale che in alcuni Stati sia possibile possedere armi ma non sia altrettanto possibile poter possedere sex toy senza prescrizione medica? Parliamo di Paesi occidentali, non di quelli che definiamo Terzo Mondo. Vogliamo fare le persone spregiudicate ma ci sono tanti problemi. Non credo che questo libro cambierà la cultura sessuale contemporanea, ma volevo divertirmi e far passare alcuni concetti.

Per cambiare bisogna essere il cambiamento, giusto?
Be’, sì. Durante l’infanzia, ho iniziato a scoprire il mio corpo anche attraverso un pupazzo a forma di elefante. Ho iniziato a sfregarmi addosso la proboscide senza capire cosa stessi facendo realmente, lo facevo perché mi dava molto piacere. Crescendo mi sono chiesta perché questo sia ancora un tabù, perché non se ne parli apertamente a tavola con gli amici. Credo che questo libro, pur essendo destinato a un pubblico adulto, possa essere utilizzato anche con persone molto giovani, magari con l’accompagnamento di una persona più grande. A me piacerebbe molto se questo libro arrivasse anche a persone anziane e che queste si divertissero, perché secondo me la sessualità è una parte importante della vita e si può godere a tutte le età. Vorrei che lo leggesse anche una suora ottantenne: sarebbe fantastico!

Il prossimo 21 maggio PAMCOC sarà presente al Salone del Libro di Torino in compagnia di Melissa Panarello e del duo La Sex En Rose, «per parlare di sesso come arte, impresa, racconto».