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Perché tutti odiano gli adulti fissati con la Disney?

I fan della Disney in età adulta sono sospesi in un limbo di adolescenza perenne? Docenti universitari, esperti di cultura pop e millennial cresciuti con Dumbo spiegano perché i "Disney Adults" sono la community più detestata di internet

Brian Aminde Andersen indossa le orecchie di Minnie nella categoria dei pesi massimi maschili durante il sesto giorno degli Invictus Games. Foto di Dean Mouhtaropoulos/Getty Images

Secondo ogni ragionevole standard e definizione, io sono una “Disney adult“. Ho visto tutti i film più volte e tutti mi piacciono almeno un pochino. Ho opinioni nette sui vari sviluppi nell’ecosistema dei parchi a tema: il rebranding di Splash Mountain (sono del tutto a favore!), il nuovo costosissimo resort dedicato a Star Wars (sono contro), il nuovo sistema di gestione di prenotazioni Genie+ (sono contraria e l’argomento mi appassiona più di qualunque legge sulla riforma del sistema di voto).

Ho adottato una strategia dall’efficienza teutonica per affrontare le folle e i tempi di attesa nei parchi divertimenti degli Stati Uniti. Sono una di quelle che urlano «abbassatevi e scansatevi! Abbassatevi e scansatevi!» quando cerco di condurre la mia famiglia in mezzo alle ondate di bastoncini di mozzarella umanoidi in Main Street per arrivare puntuali per la cena prenotata per le 6:30 al padiglione messicano dell’EPCOT. Cosa volete che vi dica? Impazzisco di fronte a un margarita esageratamente salato da 17 dollari.

Su Internet, però, essere un adulto filodisneyano è imbarazzante. Un Disney adult è qualcuno che vive e respira il brand, compra orecchie da topo in edizione limitata, secchi di popcorn e orologi fitness brandizzati appena escono. E posta in continuazione spot gratuiti sotto forma di selfie davanti al castello di Cenerentola o al Purple Wall (che prende il nome dal muro tinta malva di Tomorrowland) indossando orecchie da topo color oro rosa.

Dichiararsi un fan di Disney in età adulta è come confessare di essere una testa vuota acritica e privilegiata, sospesa in un limbo di adolescenza perenne, cresciuta con una dieta a base di principesse dal vitino di vespa, animali parlanti e candelabri danzanti, che si rifiuta di accettare la dura realtà per cui i sogni non si avverano.

Mai questo argomento è stato più caldo come all’inizio del mese di giugno, quando un post sul forum di Reddit intitolato Am I the Asshole è diventato virale. Il post (a quanto pare scritto da una sposa che aveva scelto di pagare per avere Topolino e Minnie al suo matrimonio, invece di spendere i soldi per dar da mangiare agli ospiti) come la maggior parte delle cose su Reddit era anonimo e privo di elementi per verificarlo. Eppure ha toccato un nervo scoperto e tanti utenti esasperati hanno postato migliaia di commenti distruggendo chi aveva scritto il post, prima che i moderatori chiudessero il thread.

Le reazioni sono state immediate e cattive. «La gente diceva che i fan di Disney sono una piaga della società e che causeranno la fine della civiltà occidentale», dice Jodi Eichler-Levine, professoressa in studi religiosi alla Lehigh University che si occupa di analizzare il rapporto fra Disney e la religione.

È un’affermazione vera? Davvero i Disney adult sono un segnale dell’imminente fine della civiltà occidentale? O sono solo gruppi un po’ fastidiosi di persone con una soglia di tolleranza follemente elevata per i cocktail dal prezzo gonfiato? Per capirlo e per indagare sull’origine del concetto di Disney adult, mi sono rivolta ad alcuni accademici, a esperti di Internet e fandom e anche ad altri Disney adult, ovviamente.

Il Cringe Factor

Durante le mie conversazioni con altri fan della Disney ed esperti, il termine che continuava a ricorrere era semplicemente “cringe”. A un livello superficiale, gli outsider ritengono profondamente imbarazzante che qualcuno abbracci una sottocultura palesemente indirizzata ai bambini – questo a dispetto del fatto che i parchi a tema, così come Walt Disney li aveva ideati, erano pensati per persone di ogni fascia di età. «Tanta gente vede questa cosa come infantile. Ma è una cosa molto escapista e se questa roba per te funziona, allora è fatta. Se non funziona però ha l’effetto contrario», dice Sabrina Mittermeier, una fan della Disney con un dottorato di ricerca e docente di Storia culturale americana all’università di Kassel in Germania.

Con quella sua enfasi sul concetto di vendere “momenti magici” e di “rendere realtà i sogni”, la Disney vende una versione piuttosto grezza della realizzazione dei desideri ai consumatori, che volontariamente spendono migliaia di dollari per esperienze emotive che, almeno a certi livelli, sanno benissimo essere false. «Uno dei motivi per cui alcuni trovano così disprezzabili i Disney adult è che decidono di vivere in questo mondo perché possono farlo, se pagano il dovuto o si comprano tutto il merchandising; quasi come fosse una pausa dalla società e dalla vita reale», dice Idil Galip, dottorando in Sociologia che studia i meme e il fandom. «È tutto molto commercializzato, studiato e targettizzato; c’è molto lavoro dietro alla vendita di questo tipo di esperienze. In pratica, si alimenta in questo perverso ciclo capitalistico».

Ad aggiungere un ulteriore motivo di repulsione negli outsider c’è il fatto che la possibilità dei Disney adult di rifugiarsi in questa fantasia dipende dalla loro disponibilità economica. Visto quanto sono costosi il merchandising, i biglietti dei parchi e le prenotazioni nei resort – con vacanze che costano come minimo migliaia di dollari – è chiaro che ci vuole una grande disponibilità di capitale per votarsi a questo fandom.

Di conseguenza, «probabilmente troverai molte meno donne bianche di classe medio-alta in tutti gli altri fandom», dice Mittermeier. «Ci sono più Karen fra i fan di Disney che altrove». Questa pesantissima fotografia del fandom non sfugge a molti fan della Disney di colore, che sono ben consci delle radici dell’azienda nei valori bianchi ed ebraico-cristiani dell’America della classe media, e che spesso si sentono esclusi dal resto della community. «Quando la Disney iniziò coi primi eventi mediatici, vedevi solo questo: donne bianche fra i 20 e i 30 anni che si godevano i parchi e sembravano tutte fatte con lo stampino», dice Victoria Wade, una content creator conosciuta come @pineappleprincess340 su TikTok. «La Disney è molto migliorata nella selezione di chi invita per la promozione delle nuove offerte nei parchi. Ma di solito sono donne bianche millennial e, in qualità di content creator, mi viene da pensare: “Ma mi ascoltano? Mi vedono? Non mi invitano per via della mia razza?”».

L’origine dei Disney Adult

Il fenomeno degli adulti che amano i parchi a tema esiste da decenni, dice Eighler-Levine della Lehigh University. Già negli anni ’90, le brochure Disney che offrivano matrimoni da favola hanno suscitato molti titoli sarcastici in cui ci si domandava perché degli adulti desiderassero sposarsi vicino a un topo dei cartoni animati. Ma il termine in sé è nuovo, stando ad Amanda Brennan, responsabile dell’area trend presso la XX Artists e “bibliotecaria dei meme” che ha lavorato per il sito enciclopedico Know Your Meme.

Brennan identifica nella piattaforma di microblogging Tumblr – il cuore pulsante della cultura del fandom online – il luogo di origine del termine Disney adult. Nello specifico, è stato un blog che si occupava del “Disneybounding”, un termine usato per indicare il cosplay informale di chi va ai parchi vestito con i colori di un personaggio: questo è stato per lei uno dei primissimi trend disneyani con target adulto a generare attenzione mainstream. Peraltro è severamente proibito, agli adulti, indossare costumi di personaggi Disney nei parchi tematici.

Sempre su Tumblr è nata l’estetica scintillante e ultrafemminile comunemente associata ai Disney adult: le gif glitterate dello Stregatto, o i meme ironici delle principessine che combinano la nostalgia a una prospettiva più ammiccante da millennial. “Millennial” è la parola chiave, visto che la maggior parte delle dissertazioni sui Disney adult è incentrata su quel particolare bacino demografico, spiega Brennan. In effetti il “millennial disneyano senza figli” era già diventato un meme nel 2019 in seguito al post Facebook infuocato di una madre che accusava i visitatori senza figli di avere privato il suo bambino di un pretzel di Topolino: da qui era scaturita una trollata del New York Post, che aveva titolato Scusate, ma i millennial senza figli che vanno a Disney World sono tipi strani.

Parte di questo fenomeno è legato al fattore tempo, visto che i millennial sono cresciuti durante l’era di Tumblr e sono stati la prima generazione ad abbracciare il fandom online. Ma entra in gioco una critica molto specifica, tipica della metà degli anni 2010, verso i millennial che vengono percepiti come viziati ed economicamente irresponsabili, dice Galip (pensate a tutte le polemiche sui millennial che spendono soldi in avocado toast invece di pagare un mutuo). E aggiunge: «C’è un giudizio morale nei confronti dei Disney adult. Tipo: “Come osate? Invece di utilizzare tutti questi soldi per comprare una casa e metter su famiglia, li sperperate in esperienze effimere!”. Probabilmente è frutto del mutamento culturale delle aspettative che si hanno nei confronti dei giovani adulti».

Mentre i boomer o quelli della Generazione X si sarebbero sentiti in imbarazzo a comprare secchi di popcorn di Toy Story o a dichiarare apertamente la loro passione per la volpe del cartone di Robin Hood, i millennial si sentono più «liberi di assecondare le proprie ossessioni», dice. «C’è una differenza generazionale, per cui ai millennial è consentito essere più puerili. Però adesso, tutto d’un tratto, sono diventati in un certo senso imbarazzanti. Ci si aspettava che superassero quella fase in qualche modo o, almeno, che la tenessero poi nascosta».

Sicuramente coltivare ossessioni per nicchie di cultura pop non è un elemento specifico dei millennial o dei fan della Disney. Però nell’amare la Disney in particolare c’è qualcosa che irrita le persone, anche quelle che fanno parte di altri fandom. Brennan traccia una linea di separazione fra il fandom “normativo” – composto da persone che sono ossessionate dal conoscere tutto lo scibile sull’argomento che le ossessiona, come per esempio i fan di Star Wars – e fandom “trasformativo”, meno incentrato su fatti e dettagli ma più focalizzato sul sentimento e l’espressione personale (ad esempio chi scrive fan fiction o disegna fan art). Piazza i Disney adult sicuramente nella seconda categoria: «Un Disney adult desidera l’esperienza del parco. È una cosa totalizzante, quasi un fandom vissuto nella realtà».

Questo, ironicamente, ha portato la maggioranza delle persone a credere che il popolo dei Disney adult sia solo femminile e a crearsi degli stereotipi aderenti a quest’idea, anche se quel fandom è in realtà diviso quasi equamente fra i due generi. «La gente pensa a Disney come a qualcosa di improntato al sentimento. Se si pensa all’esperienza del parco a tema, è sdolcinata come nessun’altra», dice Brennan. «È qualcosa di emozionale. Questo fandom ha una fortissima componente emotiva, per cui è percepito come un’attività femminile».

Dagli anni di Tumblr, dice Brennan, abbiamo iniziato a vedere un lento stillicidio di contenuti online che si prendevano gioco dei Disney adult, come per esempio il listicle del 2014 di Bustle intitolato 9 cose da non dire mai a un fan di Disney adulto e un video virale del 2017 di CollegeHumor intitolato I fan di Disney adulti sono strani.

A eccezione del video (in cui si vede un fan maschio di Disney che va a un appuntamento con una donna), la maggior parte del dileggio era indirizzato a donne giovani e senza figli, cosa che era parte integrante della reazione contro il trend di moda indie al femminile che all’epoca stava invadendo la net culture. «Da una prospettiva legata alla Internet culture, quel momento è stato molto lezioso, per me è stato l’era di ModCloth», spiega Brennan, riferendosi all’allora popolarissimo brand di moda rétro che aveva reso trendy scarpe Mary Jane, collane coi gufi e fasce per capelli di cuoio. «C’era un sacco di pregiudizio nei confronti delle donne che si comportavano così. Era una cosa del tipo: “Oh, ti piace questa buffa cosa che per me è infantile? Allora ti prenderò in giro”».

Però, sebbene il sentimento anti-Disney adult fosse già in giro allora, il termine non è entrato nell’uso comune almeno fino al gennaio 2020, quando è saltato fuori un post su Reddit intitolato I Disney adult sono peggiori di qualunque altro gruppo di persone “cringe”. «Tutti parlano dei fanatici di kpop o dei teenager ossessionati da qualche artista, ma non si dice mai nulla dei Disney adult», recitava il testo. «Avete 30 anni, lo spirito di Cenerentola non alberga in voi». A luglio del 2020 è uscito un post sul sito The Tab nel Regno Unito: «I Disney adult sono le persone più spaventose del pianeta e devono essere fermate». Poi, nell’agosto del 2020, è stata definitivamente riconosciuta la rilevanza del termine con l’inserimento della voce relativa nell’Urban Dictionary su Internet.

Il tempismo è tutto

Il fenomeno dell’avversione per i Disney adult ha avuto il suo picco nel 2020, all’apice della pandemia, quando i parchi Disney non erano neppure aperti. E questo era il punto: in quel momento tanti fan della Disney si lamentavano pubblicamente per questa perdita, e alcuni hanno anche cercato di lanciare campagne per farli riaprire.

Nel contesto di una pandemia che, a quel punto, aveva ucciso centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, questo suonava come una nota stonata. «Tutti passavano più tempo online e fiorivano le discussioni sul trattamento riservato dalla Disney ai lavoratori in seguito alla pandemia», dice Mittermeier, il ricercatore tedesco, riferendosi ai licenziamenti e ai protocolli Covid discutibili applicati alla riapertura dei parchi, in autunno. «La gente diceva: “Come potete difendere l’azienda mentre accade tutto questo e ci sono persone che muoiono?”».

È una buona osservazione, considerato che la lista degli errori commessi dall’azienda è sicuramente più lunga di quella delle cose che ha fatto bene. Di recente il nuovo CEO Bob Chapek ha abbozzato nel tentativo di non fare pubbliche dichiarazioni a riguardo dell’ordinanza del governatore della Florida Ron DeSantis, il Don’t Say Gay Bill, per poi diffondere un comunicato contrario al provvedimento dietro pressione dei dipendenti lgbtq+, ottenendo solo reazioni negative dai fan appartenenti a ogni parte dello spettro politico. Nello stesso mese, è anche emerso che la Disney ha fatto pressione sulla Pixar affinché rimuovesse un bacio fra personaggi dello stesso sesso in Lightyear – La vera storia di Buzz, per poi rivendicare il fatto di averlo inserito nella pellicola dopo il polverone sollevato dal Don’t Say Gay.

Per i Disney adult con una coscienza politica questi passi falsi – in combinazione con il retaggio inconfutabile dell’azienda fatto di valori da bianchi, middle class e conservatori – si accumulano uno sull’altro, rendendo sempre più difficile giustificare il loro amore per il brand. A ridosso del chiasso generato dal Don’t Say Gay, Wade (che è bisessuale) si è così arrabbiata per il modo in cui l’azienda ha gestito la faccenda da far scadere il suo pass annuale per Disney World, e da quel momento ha smesso di comprare merchandising.

In una certa misura è ancora legata all’azienda, visto che lavora part-time come vacation planner e produce ancora contenuti per la Disney. Ma i suoi ultimi mesi da fan sono stati difficili, dice. «Potrebbero fare molto di più per essere inclusivi e dimostrarmi che sono qualcosa di più e non solo qualcuno che produce soldi».

Nondimeno, in gran parte, la lealtà al brand e lo specifico tipo di evasione che offre continuano a far tornare le persone. Come spiega sdrammatizzando Matthew Parrish, uno degli speaker del podcast 3028 dedicato al fandom Disney: «Mi sento a disagio per il fatto che supporto la Disney? No davvero. Continuano a far uscire roba che mi piace. Sì, è una grande corporation senz’anima. E sì, la amo lo stesso. Perché produce cose che mi toccano».

Nel corso dell’ultima annata, le prese in giro virali dei Disney adult hanno continuato ad accumularsi. C’è stato il video su TikTok della donna che, in lacrime, vedeva per la prima volta il Magic Kingdom e quello di un’altra che abbracciava Pippo per la prima volta e scoppiava a piangere. Poche settimane fa, è diventato virale il video di un dipendente di Disneyland Paris che interrompeva un uomo in procinto di fare una proposta di matrimonio nel parco; anche se l’azienda in un comunicato ha promesso di punire il dipendente, il dibattito principalmente riguardava l’innamorato, con molte persone che si domandavano perché avesse scelto quel luogo per il momento più romantico della sua vita.

Tutti questi contenuti virali hanno avuto l’effetto di creare l’immagine di un fandom emotivo, isterico, guidato dalla nostalgia e da un’irrazionale sospensione dell’incredulità. Ma nessuno ha realmente capito che i motivi dietro questa emotività potrebbero essere più complessi e non solo frutto dell’adorazione per un topo dei cartoni animati. Eichler-Levine dice che ha parlato con tantissimi fan che vanno ai parchi Disney per le ragioni più diverse: per affrontare la morte di persone care, per annunciare una gravidanza, per festeggiare la vittoria contro un tumore. Per loro Disney è semplicemente una lente attraverso cui guardare l’esperienza umana tutta.

Quando ha visitato i parchi durante la sua ricerca, Eichler-Levine dice di essere rimasta colpita dal senso di “effervescenza collettiva”, un termine coniato dal filosofo Emile Durkheim per descrivere il raggiungimento del sacro attraverso la condivisione e l’interazione. «I comportamenti altamente ritualizzati e l’energia collettiva dei parchi ti fanno sentire come se fossi a un evento sportivo in uno stadio», spiega. «Vediamo la stessa cosa anche nella religione – qualunque organizzazione religiosa collettiva può indurre quell’effervescenza. E Disney lo fa moltissimo».

Quando il thread Am I the Asshole è diventato virale, a inizio giugno, Eichler-Levine è intervenuta con un altro thread in cui invitava le persone a “smettere di patologizzare” i Disney adult. Non si trattava tanto di una difesa, quanto di una contestualizzazione del fenomeno attraverso la lente degli studi religiosi, sostenendo che «dato il suo potere sulle persone, Disney è più che altro una religione. O, almeno, è un luogo di umana condivisione, anche se lo odiate». È stata immediatamente inondata di commenti, molti dei quali interpretavano i suoi tweet come difesa della corporation o del comportamento egoista della sposa (l’autrice Roxanne Gay ha risposto al thread con una sola parola: “Ragazza”).

Ma il punto più importante di Eichler-Levine era sicuramente l’affermazione che il fandom della Disney è intrinsecamente ipercapitalista, come tutto il resto. «Non dovremmo biasimare i consumatori perché sono consumatori», dice. E aggiunge: «Quando patologizziamo queste persone, identifichiamo qualcosa di malato nella gioia, nel dolore e nell’esperienza umana». Ma i fan della Disney non sono malati. Lei definisce il fandom come «un luogo in cui significato, ritualismo e capitalismo si incontrano, come accade ad esempio per la Major League del baseball o Star Trek».

“Titubante” a definirsi fan

Una grossa componente dell’essere un Disney adult consiste nel volersi distinguere da certi settori del fandom meno autoconsapevoli. In ogni singola conversazione che ho avuto con fan adulti della Disney, gli interlocutori mi hanno subito detto che quella sposa del post AITA non era rappresentativa della community intera (anche se hanno ammesso, altrettanto velocemente, che ci sono categorie di fan della Disney che ricadono in quella categoria) e spesso erano esitanti nel definirsi Disney adult.

Brennan, la ricercatrice di meme, era una di questi. «Per me il problema è l’egoismo. L’idea per cui “voglio fare questa esperienza in un modo molto specifico”, costruendosi una fantasia e rifiutando qualunque cosa che non sia quella», spiega. «La mancanza di comprensione del concetto di community personalmente non mi piace… ho un mio rapporto con il fandom, ma sono titubante a dire che sono una fan di qualcosa perché mi pare profondamente lontano da ciò che sono davvero io». Le chiedo il motivo. «Non lo so!», risponde. «Sono andata da poco a Disney World e praticamente non ho postato quasi nulla in proposito. Non volevo essere percepita come una di quelle persone».

L’impulso a voler essere visti diversamente da altri membri di una specifica community cringe è qualcosa in cui mi identifico. Ma quando penso all’origine della mia passione per la Disney, credo che sia derivata principalmente da due fattori: l’apprezzamento per l’arte necessaria a creare un’esperienza fantastica per le persone e poi i miei ricordi dei momenti passati nei parchi con la mia famiglia. Nel mondo Disney a nessuno importava che voti prendevi, se eri malato, se avevi un disordine alimentare e neppure se rischiavamo di arrivare in ritardo in albergo per la cena.

Era l’unico posto dove non litigavamo, dove potevamo accantonare la nostra ipercriticità e lasciare che l’esperienza del sovraccarico sensoriale totale prendesse il sopravvento – guarda, c’è un drago viola alato gigante! C’è l’audio animatronic di un signore del XIX secolo che parla di progresso tecnologico da dentro una vasca da bagno! Il presidente Lincoln si faceva tagliare i capelli così!

Non sono, e non lo sono mai stata, una persona che gode di un flusso costante di gioie. Ma quando sono in un parco Disney è come avere una flebo al braccio. Persino il planning meticoloso degli impegni giornalieri mi dà più soddisfazione di quanto non accada nella vita quotidiana. E, considerando quanto per me sia difficile incontrare una gioia, non mi sento minimamente in dovere di scusarmi per tutto ciò. Anche Parrish la pensa così. «C’è un’idea stereotipata del tipo di sensazioni che i Disney adult provano nel parco», dice. «La gente che pensa che la Disney sia solo roba per bambini non tiene in considerazione come il nostro sentimento di gioia si evolve nel tempo. E credo anche ci sia dell’invidia nei confronti degli adulti filodisenyani che riescono a vivere così liberamente».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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